25 aprile, oggi e domani
Non c'è libertà senza liberarsi dalle dittature
La necessità di attualizzare politicamente una festa nazionale che ha sempre avuto uno strascico polemico - come quella del 25 aprile - rischia di creare nuovi attriti e nuove intemperanze. Non si risparmia "Libero" di Vittorio Feltri, con un titolo che va molto al di là di ogni lecita considerazione: "25 aprile, i bamba tornano in piazza".
Discutiamo volentieri e senza pregiudizio su tutti gli aspetti della vicenda repubblicana, ma gradiremmo che si mantenesse un certo senso della dignità e del rispetto nel porre argomenti e contestazioni. Lo scriviamo oggi come lo scrivemmo quando ci vergognammo per i fischi che vennero rovesciati sul padre di Letizia Moratti medaglia d'argento al valore della Resistenza, il 25 aprile di due anni fa. Considerando che allora in piazza era sceso un valoroso come Paolo Brichetto, padre del sindaco di Milano, i termini generici e dispregiativi di oggi vanno evitati.
Ci accorgiamo che nell'Italia democratica c'è ancora una cosa da imparare: la necessità di individuare le responsabilità personali e saperle distinguere da quelle collettive. Per evitare i rischi del totalitarismo ed eventuali ricadute verso quest'ultimo (che in una società di massa si possono sempre ripresentare), i diritti e le scelte degli individui devono essere rispettate, anche nei titoli dei giornali, tanto più se tali fogli si considerano liberali. Ma abbiamo qualche difficoltà a credere che si possa considerare liberale anche Marcello Veneziani, a cui Feltri affida il compito di scrivere il fondo sul 25 aprile. E le difficoltà nascono da quanto Veneziani ha sostenuto. Egli infatti dice sì di amare la libertà, ma non la Liberazione, perchè la prima è affermativa, la seconda comporta un di-sfarsi sociale.
Peccato che, se non inizia questo processo di disfacimento sociale - che preoccupa tanto Veneziani - vivremmo ancora nell'Ancien Régime, in cui l'unica libertà era quella di pagare le gabelle al re. E siamo pur d'accordo con Veneziani quando scrive che non è più sopportabile - se lo è mai stata - la retorica dell'antifascismo e della Resistenza. Noi che siamo gli eredi di quelli che l'hanno fatta davvero, sappiamo perfettamente che la grande maggioranza degli italiani era fascista, che i combattenti furono pochi, che gli americani e gli inglesi furono determinanti per la vittoria e gli opportunisti dell'ultima ora tantissimi.
Non c'era nemmeno bisogno di Gianpaolo Pansa per capire tutto questo al dettaglio, bastava leggere con attenzione i libri di Beppe Fenoglio. Ma una nazione che muove i suoi primi passi fuori dalla dittatura che l'ha portata dritta al disastro ha bisogno di un mito per nascere.
Poco conta, invece, quanto di importante e positivo possa aver fatto il fascismo nel suo lungo interregno. Della sua opera restano solo le macerie: sotto questo profilo non si può chiedere il riconoscimento di alcunché alla storia, che è spietata con i vinti. Ed il fascismo è stato vinto.
Neppure si possono equiparare i crimini partigiani con i crimini nazisti o fascisti. I crimini partigiani ricadono sulle organizzazioni e gli uomini che li hanno promossi, non sulla Resistenza. I crimini degli uomini di Hitler e Mussolini ricadono interamente sui regimi che li hanno prodotti. Questa distinzione, un intellettuale come Veneziani, sembra non comprenderla.
E nonostante i crimini partigiani, nonostante le strumentalizzazioni di piazza, noi il 25 aprile lo festeggiamo e continueremo a festeggiarlo, proprio perché senza Liberazione non c'è nessuna libertà possibile.
Roma, 24 aprile 2008
tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4940





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