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    Predefinito La bella Lega di una volta

    LA PAURA DA LEGA CHE SCUOTE I PARTITI
    Repubblica — 02 dicembre 1990 pagina 1

    UNA PAURA a malapena rimossa la paura di Lega corre sotto la pelle dei partiti che, per la prima volta, sentono cedere la coriacea scorza protettiva. Le loro mosse e contromosse, anche quando sembrano rivolte ad altro, sono dominate dal timore che quella profonda fenditura si allarghi. E malgrado lo sfondamento elettorale si sia prodotto soltanto in Lombardia, con ripercussioni più modeste nelle regioni limitrofe, tutti capiscono che in gioco è il cuore del Paese, che non si tratta di un fenomeno di effimero e riassorbibile qualunquismo.

    Ricordiamo, per comodità del lettore, alcuni dati delle elezioni regionali del maggio scorso, quando lo straripamento della Lega lombarda, che conquista il 18,9 per cento dei voti, sconvolge ogni previsione. Di contro, clamorosa è la sconfitta dei partiti tradizionali: il Pci perde il 25 per cento del suo elettorato, la Dc il 17,9, i laici più del 40, il Msi più del 50. Solo il Psi regge, grazie al travaso di voti comunisti, non completamente intercettati dai lumbard. E la crescita non si esaurisce: alle elezioni comunali del 12 novembre la Lega diventa il primo partito a Cassano d' Adda, a Sorilase-Bergamo, a Pizzighettone-Cremona.

    I sondaggi, che le assegnano un 30 per cento di suffragi in Lombardia nelle future consultazioni politiche, non paiono affatto esagerati e spiegano la titubanza di tutti i partiti di fronte all' ipotesi di scioglimento anticipato delle Camere. Molto indicativa del radicamento sociale è anche la composizione di classe del movimento, cui l' ultimo numero di Rinascita ha dedicato un' ampia inchiesta che riprende, tra l' altro, il recente libro di Giorgio Bocca, La disunità d' Italia, e quello di Daniele Vimercati, I lombardi alla nuova crociata.

    SE BOSSI parla, mutuando il linguaggio del Censis, di artigiani, commercianti, professionisti, di tanti piccoli e medi industriali, e soprattutto di quelli che sono riusciti a sviluppare tecnologie vincenti nelle loro nicchie di mercato e che sono riusciti a sfondare all' estero, non tanto i sciur Brambilla, ma i mister Brambilla; se tutto questo è vero, ciò non pertanto, larghissima è anche l' adesione dei lavoratori dipendenti, tanto che nei 98 comuni in cui la Lega è il primo partito gli operai costituiscono il 56,8 per cento della base sociale. La Lega scrive Rinascita dimostra capacità aggreganti vastissime, per cui non può essere considerata esaustiva la ricerca di un gruppo di sociologi della Cattolica di Milano che descrivono il leghista tipo come un giovane di origini lombarde, colto, cattolico, elettore a lungo della Dc, interessato alla politica e ostile ai partiti, benestante e un po' razzista.

    E veniamo al razzismo, di cui il movimento è accusato e che spiegherebbe anche, secondo una critica facile quanto scontata, il successo incontrato, attribuibile ai demagogici slogan anti-terroni e anti-vu' cumprà. Ora, non che questi slogan non siano diffusi con disinibita improntitudine e non corrispondano a reattività emotive determinate dall' afflusso crescente di immigrati di ogni provenienza, ma, purtuttavia, non ci sembra questa la radice prima di un così ampio consenso. Se mai ne costituisce il collante che salda gli umori popolari immediati alle paure e alle insofferenze più articolate dei ceti d' impresa. Un po' come il combattentismo degli anni 20 in rapporto al fascismo. La chiave vera dell' esplosione elettorale ci sembra, invece, vada ricercata nel fatto che le leghe hanno saputo rappresentare l' unico veicolo credibile di opposizione, da parecchi anni, all' uso della politica a puri fini affaristici e di potere (Bocca), la forza capace finalmente di convogliare la rivolta contro la partitocrazia, la lottizzazione, l' inefficienza pubblica. Una rivolta, si badi, maturata al di fuori delle leghe ma dilagante nella società civile e che non trovava, fin qui, un canale per esprimersi essendo, in definitiva, tutti i partiti, compresi quelli di opposizione, coinvolti nella gestione strumentale della cosa pubblica, nello spreco delle risorse, nella legislazione dissennata delle false riforme.

    TUTTO questo non avrebbe, però, portato a una così clamorosa insubordinazione ai partiti se la dinamica stravolgente della situazione internazionale negli ultimi due anni, l' accelerazione della Comunità europea con il mercato unico del ' 92, la libera circolazione dei capitali, la convergenza verso una moneta Cee e i cambi fissi non avessero fatto sentire come l' onere politico che grava sulla economia italiana rischia in breve tempo di tagliarci fuori, di metterci in tutti i sensi fuori concorrenza. Certo, queste cose non vengono, magari, percepite subito con consapevole determinazione, ma contribuiscono a dare la misura dell' insopportabilità di un sistema inefficiente e corrotto, offensivo e protervo. Se fino a ieri la prorompente vitalità del capitalismo diffuso, della laboriosità inventiva e anche, diciamolo pure, dello scambio tra elusione fiscale dei ceti produttivi, specie terziari, e dominio partitico, rendeva in qualche modo accettabile il compromesso politico-sociale, oggi esso appare sempre meno percorribile. Chi doveva accorgersene se non la regione più inserita nell' Europa, quella, cioè, che più di ogni altra sente l' attrattiva verso i modelli transalpini di produzione, di vita, di consumo, di amministrazione, e perciò stesso soffre sulla sua pelle la mancata modernizzazione dell' apparato pubblico e del sistema politico? Di qui, e non da una vocazione razzista innata, nasce l' anti-meridionalismo padano: in esso confluisce, in un giudizio sommario e unificante, il rigetto verso la capitale corrotta, l' amministrazione statale ormai al 90 per cento di estrazione meridionale, la criminalità organizzata. Così la Lombardia, che negli anni 50 assorbì e assimilò un esercito sterminato di terroni con la valigia di cartone legata con lo spago, inseriti presto come fratelli di lavoro e di vita al pari degli altri, oggi, che di emigranti dal Sud non ce ne sono più, scopre una acuta idiosincrasia separatista, nel passato inesistente. Del resto, non è senza significato che i partiti di governo, e in primo luogo la Dc, mentre perdono voti al Nord li guadagnino, poi, da Roma in giù.

    Lì il consenso cala, qui cresce: perché? La risposta, anche in questo caso, ci rimanda all' Europa: mentre le conseguenze del deficit pubblico sono vissute nelle regioni settentrionali come una minaccia crescente alle possibilità di concorrere alla pari all' integrazione comunitaria, di contro, nel Meridione, il debito pubblico costituisce la base indispensabile del consenso e dello scambio politico. La disunità d' Italia nasce da qui; qui la rivolta fiscale nordista, per ora addobbata con i panni del federalismo delle tre repubbliche, trova la sua motivazione sostanziale e ragioni da vendere; di qui, infine, trae origine la grande rivolta padana di cui, probabilmente, abbiamo visto finora solo il prologo.

    PER valutarla appieno è utile rifarsi all' unico grande precedente storico, quando, una prima volta, la Padania ruppe con il sistema dei partiti, di tutti i partiti, e non solo dei rossi: al momento, appunto, della scelta fascista degli anni Venti. Se la analizziamo, astraendo dal giudizio sul carattere violento e autoritario che la marcò, possiamo anche vedere come il mussolinianesimo corrispose, a suo modo, anche a una esigenza di modernizzazione politica, economica e sociale del Paese che la Padania, allora come oggi, sentiva con impellenza non avvertita dalla classe politica dell' epoca. Altrimenti non si spiega come un piccolo movimento, ai margini del folclore estremistico di destra, riuscisse in un brevissimo volger di stagioni a conquistare consensi di massa nelle roccheforti urbane e nelle campagne irrigue di salda e radicata tradizione democratica e socialista.

    CON questo paragone non vogliamo certo sostenere che il leghismo è fascistizzante (e ha ragione Bocca a contestarlo nel suo libro), quanto cogliere come, in un contesto storicamente diversissimo, si riproduca una rottura tra la società civile delle regioni più avanzate del Paese e la struttura partitica sia di governo che di opposizione. Se mai c' è da chiedersi perchè nessun partito abbia saputo far proprie le ragioni della protesta. Non Craxi, che pure era sembrato per alcuni versi il più pronto e il più adatto; solo che avrebbe dovuto rinunciare nettamente alla spartizione lottizzatrice, di cui è diventato, invece, uno dei due artefici principali. Non La Malfa, malgrado il suo piglio critico e l' onestà d' intenti, impossibilitato, forse per esiguità di truppe, ad uscire da una tradizione governativa più che quarantennale. Non Pannella, che per eccesso di stravaganza e personalismo ha disperso il patrimonio delle sue iniziali iniziative dirompenti. Non i postcomunisti, smarriti nelle diatribe ideologiche tra no, si e ni. E allora? Come diceva un vecchio ritornello in voga ai tempi di Guglielmo Giannini (ma sottintendendo anche altri più corposi precedenti): Ogni tanto spunta un fregno.... - di MARIO PIRANI

    http://ricerca.repubblica.it/repubbl.../02/000la.html

  2. #2
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    "Mai al governo con la porcilaia fascista"
    (Umberto Bossi, Lega Nord, 1° febbraio 1994)

    "Noi della Lega siamo la continuazione dei partigiani che hanno combattuto per la libertà: la Lega non farà mai un accordo politico con i fascisti, o come cavolo si chiamano adesso"
    (Umberto Bossi, Lega Nord, 6 febbraio 1994).

    "Fini è un fascista, un segretario malriuscito, l'uomo del trapassato remoto. Non mi occupo di una nullità come Fini, anzi voglio uno scontro baionetta contro baionetta. An è un porcile puzzolente. Chi vota Fini vota il manganello, un manganello inesistente, roba da vergognarsi, come il voto ai neonazisti in Germania" (Umberto Bossi, Lega Nord, 28 febbraio 1994).

    "Sappiamo bene da dove viene Fini. Se agli italiani i fascisti piacciono, se li tengano: a me stanno sui coglioni"
    (Umberto Bossi, Lega Nord, 12 giugno 1994).

    "Leghisti, prendete nota dei nomi dei vostri vicini che votano per Alleanza Nazionale, perché al momento giusto la Lega andrà casa per casa a prenderli: li abbiamo già cacciati i fascisti dal Nord, è guerra con i nemici. Su questo non scherzo. Li teniamo sotto il tiro del nostro Winchester"
    (Umberto Bossi, festa della Lega Nord ad Albano Sant'Alessandro, 4 agosto 1995).




    BEI TEMPI


  3. #3
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    già nel 95 parlava di fucili?

  4. #4
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    Agli inizi degli anni 90 si parlava di idee, si parlava di merito, si parlava di popoli, si parlava di identità. Maledetti traditori.

  5. #5
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    La bella Lega di una volta (quella che manca a Brunik) è questa:

    « La Lega Nord è un movimento democratico popolare, il maggior partito operaio del Nord, una costola della Sinistra. »
    (Massimo D'Alema, 12 febbraio 1995, Milano)
    "vi faccio vedere come muore un Italiano"

  6. #6
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    io espanderei il modello caltrano: lega - ex-ds insieme

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Legione Visualizza Messaggio
    La bella Lega di una volta (quella che manca a Brunik) è questa:

    « La Lega Nord è un movimento democratico popolare, il maggior partito operaio del Nord, una costola della Sinistra. »
    (Massimo D'Alema, 12 febbraio 1995, Milano)
    no era questa:

    LA SFIDA DI BOSSI ' CAVALIERE NON SCAPPARE'Repubblica — 21 dicembre 1994 pagina 3

    ROMA - Domenica sera, inizio di novembre, a Ponte di Legno. Bossi è quasi solo a cena all' hotel Mirella. C' è la moglie coi figli che dormicchiano, pochi leghisti, nessun big del Carroccio. Bossi è stato appena "messo sotto tutela" da Maroni ed è non solo arrabbiato, ma anche triste. Ma non molla. " O io o lui", dice a chi gli chiede come va. Lui chi è? "Berlusconi". Martedi 20 dicembre, Roma, ai gruppi parlamentari nell' aula Bruno Salvadori, ex Aldo Moro, quando la Dc era potente, un Senatur tranquillo, rilassato, che non sembra proprio di sentirsi "traditore" e " Giuda", chiude una improvvisata conferanza stampa così: "Domani sarà l' ultimo giorno di Berlusconi presidente del Consiglio".

    Non sembra proprio il giorno di Giuda questa vigilia di Bossi, anzi, lo ha aperto con un colloquio all' ora di pranzo con Mario Segni, prosegue con riunioni interne, con Gipo Farassino e altri. Finisce con una conferenza stampa improvvisata. Bossi si sente ormai vincitore, la contestazione interna va calmandosi e trasformandosi in una "utile" corrente e allora ribatte, con calma, colpo su colpo alle dichiarazioni di quello che in campagna elettorale chiamava Berluskaiser, e che ora chiama, in pubblico, sempre correttamente o "Berlusconi " o "il presidente del Consiglio". Questo Giuda si prende anche delle soddisfazioni. A metà pomeriggio l' attivissimo Antonio Marano, sottosegretario alle Poste, aveva gli aveva proposto di registrare una videocassetta in risposta al comizio televisivo del presidente del Consiglio. Sandro Curzi, da Telemontecarlo, si era detto disponibile e aveva messo a disposizione i mezzi tecnici. Per un' ora Bossi si era chiuso nel suo studio per scrivere il testo della sua risposta, quattro minuti e trenta secondi, mentre le agenzie lanciavano la notizia e fulminea arrivava la dichiarazione di Berlusconi: "Penso che sia utile guardare negli occhi l' artefice del preannunciato ribaltone, il firmatario di una mozione che tutti ormai definiscono come la mozione della vergogna". Mentre tutti aspettano la videocassetta Bossi rimugina e poi ci ripensa. Non gli piace fare come Berlusconi e medita di dargli una lezione di democrazia: "Le Tv non sono strumenti per fare comizi, non si usano le Tv per scatenare le piazze.. io non voglio usare la carica di segretario di partito...". E insiste con aria compunta: "Io faccio la mia conferanza stampa, sapendo che la Tv meno democratiche, ridurranno quello che dico e non faranno capire niente. E' inutile che io mi metta in competizione con Berlusconi, è bene che il paese veda come chi detiene il monopolio delle Tv le usa nel suo esclusivo interesse". Berlusconi diventa "un ipotetico Masaniello" e perciò è bene che Maroni " persona democratica e molto capace" resti al suo posto di ministro dell' interno.

    E Bossi accenna a dittature sudamericane mentre l' Italia è pronta "per un patto sociale nuovo, indirizzato verso riforme più avanzate". "Non siamo noi i traditori, chi ha tradito il paese non è certo la Lega ma chi ha fatto grandi promesse, chi ha detto grandi paroloni e poi non le ha mantenute". "Giuda" Bossi da anche gli ultimi consigli a Berlusconi: "Non si dimetta prima del voto, Venga in aula, dica quello che vuole dire, ascolti le opposizioni, si renda conto che in Parlamento c' è una maggioranza contro di lui, ma non scappi. Non sarebbe democratico". In realtà Bossi da una via d' uscita al Presidente del Consiglio: si dimetta pure, ma prima ascolti, poi corra al Quirinale da Scalfaro ma sappia che "il presidente della Repubblica darà il mandato all' uomo che in Parlamento ha la maggioranza". Una frase precisissima, rinforzata da una lunga telefonata che il presidente Scalfaro ha appena fatto al leader leghista. E allora a Berlusconi il senatur fa un augurio "Alla fine prevalgano in lui il buon senso e la democrazia, in un Paese democratico che non crede a nessun uomo della provvidenza". All' una e mezza di lunedì, seduto in pizzeria davanti a una birra appena iniziata, Bossi scamiciato e stanco, tra uno sbadiglio e l' altro era meno diplomatico: "Prima cade Berlusconi e poi si aprono tutti i giochi". Ma ora, diciotto ore dopo, Bossi sceglie parole meno esplicite. Nel futuro del governo vede due strade, una gli piace l' altra meno: "Un governo vasto a cui partecipino tutti, ma forse non serve al paese..." E Bossi storce il naso. "Oppure un governo che metta fine al pentapartito e al colpo di coda del pentapartito, rappresentato da Alleanza nazionale e Forza Italia" e questo sì che piace al senatur. Non molla Bossi "Un governo che faccia perno su due poli, i quali di fronte al paese sinergizzino, e pur essendo profondamente diversi, abbiano la stessa inclinazione per fare le regole del paese e le riforme istituzionali". Ricorre persino all' estero, all' Inghilterra, Bossi pur di spiegare che non si tratta di ribaltoni ma di un modello politico adottato nei paesi di antica democrazia. "Ma da noi", aggiunge rivolto ai forzisti e ai leghisti dubbiosi "si cerca di fare confusione come se la Lega potesse andare con i laburisti. Invece la Lega è liberista e con le altre forze dà vita a un polo liberista, cristiano e federalista, quindi insieme al polo laburista, darà vita a un governo costituente forte e stabile, che darà tranquillità ai mercati internazionali". Insiste Bossi a definire la Lega movimento di "destra", ma destra moderna, liberista, ma intanto pensa a un governo dei due poli "che potrebbe durare sino alla fine della legislatura", visto che per fare le riforme occorre tempo. E il presidente del Consiglio chi potrebbe essere? Un giornalista fa il nome di Cossiga. Ride Bossi: "Per fortuna non tocca me decidere, tocca al presidente Scalfaro. Mi auguro che si tratti di un presidente del Consiglio forte ed equilibrato". - di GUIDO PASSALACQUA

  8. #8
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    Il PdL prende Roma, al Campidoglio sventolano bandiere fasciste sopra ragazzini invasati che fanno i saluti romani e la corporazione tassinara che festeggia nemmeno la Roma avesse vinto lo scudetto...
    Il siculo Schifani fa diventare il Senato Cosa Loro...
    Intanto nei comuni del Nord il centrosinistra vince. Sondrio, Udine, Vicenza addirittura.
    Lia Sartori, passata da craxi e Berlusconi per l'amore verso le persone con procedimenti giudiziari perde clamorosamente.
    Il PD insomma si rafforza al Nord, lo ha fatto alle elezioni generali ma poco, questi ballottaggi però lo confermano.
    Potremo rivedere le amministrazioni almeno locali Lega-PD?

  9. #9
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    IL BOSSI CHE PIACE A NOI COMUNISTI

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da lucaBI Visualizza Messaggio
    "Mai al governo con la porcilaia fascista"
    (Umberto Bossi, Lega Nord, 1° febbraio 1994)

    "Noi della Lega siamo la continuazione dei partigiani che hanno combattuto per la libertà: la Lega non farà mai un accordo politico con i fascisti, o come cavolo si chiamano adesso"
    (Umberto Bossi, Lega Nord, 6 febbraio 1994).

    "Fini è un fascista, un segretario malriuscito, l'uomo del trapassato remoto. Non mi occupo di una nullità come Fini, anzi voglio uno scontro baionetta contro baionetta. An è un porcile puzzolente. Chi vota Fini vota il manganello, un manganello inesistente, roba da vergognarsi, come il voto ai neonazisti in Germania" (Umberto Bossi, Lega Nord, 28 febbraio 1994).

    "Sappiamo bene da dove viene Fini. Se agli italiani i fascisti piacciono, se li tengano: a me stanno sui coglioni"
    (Umberto Bossi, Lega Nord, 12 giugno 1994).

    "Leghisti, prendete nota dei nomi dei vostri vicini che votano per Alleanza Nazionale, perché al momento giusto la Lega andrà casa per casa a prenderli: li abbiamo già cacciati i fascisti dal Nord, è guerra con i nemici. Su questo non scherzo. Li teniamo sotto il tiro del nostro Winchester"
    (Umberto Bossi, festa della Lega Nord ad Albano Sant'Alessandro, 4 agosto 1995).




    BEI TEMPI
    e' inutile nascondere che provo una grande simpatia per quel bossi...e' inutile ricordare che la lega e' stata fondata da un comunista chiamato umberto bossi e da un ex militante di democrazia proletaria come maroni..e' inutile ricordare che una volta la lega parlava di indipendenza,antifascismo,supporto ai magistrati di mani pulite e cappio per i corrotti..e' inutile ricordare che la lega oggi e' alleata con i fascisti ,con quelli che rubavano ,nn parla piu' di indipendenza e fa alleanza politiche con i mafiosi del mpa di lombardo..e' inutile ricordare(o prendere atto) che oggi la lega e' un partito razzista,incoerente e pieno di ipocriti

 

 
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