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Discussione: Una vita da Schifani

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    Predefinito Una vita da Schifani

    Prosegue il tentativo di mettere la mordacchia alle poche voci libere rimaste in circolazione.
    Per Santoro, Travaglio, e qualcun'altro, si approssima un altro editto Bulgaro.
    Cosa ha fatto Travaglio? Ha semplicemente fatto il suo dovere di giornalista : ci ha illustrato la " personalità " della seconda carica del Paese, ha detto cose che peraltro erano già note, almeno per coloro che hanno voglia di essere informati.
    Incollo un articolo del 2002 pubblicato dall'Espresso su Schifani.

    Dossier tratto dall'Espresso di Agosto 2002
    Capigruppo d'assalto: Una vita da Schifani,
    società con presunti uomini d'onore e usurai. Consulenze ricevute dai Comuni in odore di mafia. E poi l'ascesa ai vertici di Forza Italia. Berlusconi? «Per me è come Cavour»

    di Franco Giustolisi e Marco Lillo

    Quando, dopo una settimana di nottate, blitz e tranelli ha portato a casa l'approvazione della legge sul legittimo sospetto, Renato Schifani ha sottolineato con il consueto senso delle istituzioni la sua vittoria sull'Ulivo: «Li abbiamo fregati». Il capo dei senatori forzisti è fatto così. «È la mia chiarezza che dà fastidio alla sinistra», ha detto a un settimanale che gli ha dedicato un editoriale lodando «lo stile Schifani». Questo avvocato di 52 anni, nonostante il riporto e gli occhiali da archivista, è l'uomo prescelto da Silvio Berlusconi come volto ufficiale di Forza Italia. E lui lo ripaga come può. In un articolo sul "Giornale di Sicilia" dal titolo "Cavour e il conflitto di interessi" afferma che anche lo statista piemontese era «in potenziale macroscopico conflitto di interessi perché aveva il giornale "Il Risorgimento", partecipazioni bancarie, grandi proprietà terriere e un'intensa attività affaristica». Proprio come Berlusconi, insomma, eppure nessuno gli disse nulla. Peccato che, come scrive Rosario Romeo a pagina 451 della sua biografia, Cavour appena diventò ministro «decise in primo luogo di liquidare gli affari nei quali era stato attivo fino ad allora». Ma Schifani per amore del capo è disposto a sfidare anche il ridicolo. Come quando si fa riprendere in tv accanto al santino del leader neanche fosse Padre Pio. Avvocato civilista e amministrativista, 52 anni, sposato e padre di due figli, amante delle isole Egadi, è stato eletto nel collegio di Corleone, cuore di quella Sicilia che ha dato il cento per cento degli eletti a Forza Italia. Per descrivere l'eroe del legittimo sospetto, l'uomo che ha scavato nottetempo la via di fuga dal processo milanese per Berlusconi e Previti, si potrebbe partire dalle sue radici democristiane. Ma applicando alla lettera il suo credo, «non bisogna usare il politichese ma parlare con serenità il linguaggio dell'uomo comune», sarà meglio partire da una constatazione: il capo dei senatori di Forza Italia è stato socio di affari (leciti) con presunti usurai e mafiosi.

    Sua eccellenza Filippo Mancuso, solitamente bene informato, ha definito così il suo ex compagno di partito: «Un avvocato del foro di Palermo specializzato in recupero crediti». Schifani gli ha risposto con una lettera in cui difende la sua «onesta e onorata carriera» e nega di avere mai svolto una simile attività. Negli archivi della Camera di commercio di Palermo risulta però una società, oggi inattiva, costituita nel 1992 da Schifani con Antonio Mengano e Antonino Garofalo: la Gms. L'avvocato Antonino Garofalo (socio accomandante come Schifani) è stato arrestato nel 1997 e poi rinviato a giudizio per usura ed estorsione nell'ambito di indagini condotte dal sostituto Gaetano Paci della Procura di Palermo. L'ex socio di Schifani è ritenuto il capo di un'organizzazione che prestava denaro nella zona di Caccamo chiedendo interessi del 240 per cento. Schifani non è stato coinvolto nelle indagini ma certo non deve essere piacevole scoprire di essere stato socio con un presunto usuraio in un'impresa che come oggetto sociale non disdegnava: «L'attività esattoriale per conto terzi di recupero crediti e l'attività di assistenza nell'istruttoria delle pratiche di finanziamento...».

    Schifani è stato sempre sfortunato nella scelta dei compagni delle sue imprese. In un rapporto dei carabinieri del nucleo di Palermo, di cui "L'Espresso" è in grado di rivelare i contenuti, si ricostruisce la storia di un'altra strana società di cui il capogruppo di Forza Italia è stato socio e amministratore per poco più di un anno. Si chiama Sicula Brokers, fu istituita nel 1979 e oggi ha cambiato compagine azionaria. Tra i soci fondatori, accanto a un'assicurazione del nord, c'erano Renato Schifani e il ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia, nonché soggetti come Benny D'Agostino, Giuseppe Lombardo e Nino Mandalà. Nomi che a Palermo indicano quella zona grigia in cui impresa, politica e mafia si confondono. Benny D'agostino è un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e, negli anni in cui era socio di Schifani e La Loggia, frequentava il gotha di Cosa Nostra. Lo ha ammesso lui stesso al processo Andreotti quando ha raccontato un viaggio memorabile sulla sua Ferrari da Napoli a Roma assieme a Michele Greco, il papa della mafia.

    Giuseppe Lombardo invece è stato amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, i famosi esattori di Cosa Nostra arrestati da Falcone nel lontano 1984 e condannati in qualità di capimafia della famiglia di Salemi. Nino Mandalà, infine, è stato arrestato nel 1998 ed è attualmente sotto processo per mafia a Palermo. Questo ex socio di Schifani e La Loggia era il presidente del circolo di Forza Italia di Villabate, un paese vicino a Palermo e proprio di politica parlava nel 1998 con il suo amico Simone Castello, colonnello del boss Bernardo Provenzano mentre a sua insaputa i carabinieri lo intercettavano. Mandalà riferiva a Castello l'esito di un burrascoso incontro con il ministro Enrico La Loggia, allora capo dei senatori di Forza Italia. Mandalà era infuriato per non avere ricevuto una telefonata di solidarietà dopo l'arresto del figlio (poi scagionato per un omicidio di mafia). E così raccontava di avere chiuso il suo colloquio con La Loggia: «Siccome io sono mafioso ed è mafioso anche tuo padre che io me lo ricordo quando con lui andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga. Lo posso sempre dire che tuo padre era mafioso. A quel punto lui si è messo a piangere». La Loggia ha ammesso l'incontro ma ne ha raccontato una versione ben diversa. E anche Mandalà al processo ha parlato di millanteria. Nella stessa conversazione intercettata Mandalà parlava di Schifani in questi termini: «Era esperto a 54 milioni all'anno, qua al comune di Villabate, che me lo ha mandato il senatore La Loggia».

    Schifani è stato sentito dalla Procura e, senza falsa modestia ha spiegato con la sua bravura la consulenza e lo stipendio: «Il mio studio è uno dei più accreditati in campo urbanistico in Sicilia». Ma per La Loggia sotto sotto c'era una raccomandazione: «Parlai di Schifani con Gianfranco Micciché (coordinatore di Forza Italia in Sicilia) e dissi: sta sprecando un sacco di tempo e quindi avrà dei mancati guadagni facendo politica. Vivendo lui della professione di avvocato dico se fosse possibile fargli trovare una consulenza. È un modo per dirgli grazie. E allora parlammo con il sindaco Navetta». Il sindaco Navetta è il nipote di Mandalà e il suo comune è stato sciolto per mafia nel 1998.

    Il capogruppo di Forza Italia è stato sfortunato anche nella scelta dei suoi assistiti. Proprio un suo ex cliente recentemente ne ha fatto il nome in tribunale. La scena è questa: Innocenzo Lo Sicco, un mafioso pentito, il 26 gennaio del 2000 entra in manette in aula a Palermo e viene interrogato sulla vicenda di un palazzo molto noto in città, quello di Piazza Leoni. Le sue parole fanno balenare pesanti sospetti: «L'avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il governo Berlusconi perché, così mi disse, fecero una sanatoria e lui era riuscito a farla pennellare sull'esigenza di quegli edifici. Era soddisfattissimo. Perché lo diceva a me? Ma perché io lo avevo messo a conoscenza di qual era la situazione, l'iter, le modalità del rilascio della concessione...».

    La Procura dopo aver analizzato le parole del pentito non ha aperto alcun fascicolo per la genericità del racconto. Comunque la storia di questo palazzo, scoperta dal giornalista de "la Repubblica" Enrico Bellavia, è tutta da raccontare. Comincia alla fine degli anni Ottanta quando Pietro Lo Sicco, imprenditore finanziato dalla mafia e zio di Innocenzo, mette gli occhi su un terreno a due passi dal parco della Favorita, una delle zone più pregiate di Palermo. Lo Sicco vuole costruirci un palazzo di undici piani ma prima bisogna eliminare due casette basse che appartengono a due sorelle sarde, Savina e Maria Rosa Pilliu, che non vogliono svendere. Pietro Lo Sicco le minaccia e le sorelle si rivolgono alla polizia. Ma la mafia è più lesta della legge: Lo Sicco ottiene la concessione edilizia grazie a una mazzetta di 25 milioni di lire e comincia ad abbattere l'appartamento a fianco. Quando le sorelle vedono avvicinarsi il bulldozer cominciano ad arrivare nel loro negozio i fusti di cemento. Il messaggio è chiaro: finirete lì dentro. Lo Sicco smentisce di essere il mandante ma la Procura offre alle Pilliu il programma di protezione. Oggi le sorelle sono un simbolo dell'antimafia: vivono proprio nel palazzo costruito da Lo Sicco e confiscato dallo Stato. Il costruttore è stato condannato a 2 anni e otto mesi per truffa e corruzione a cui si sono aggiunti sette anni per mafia.

    All'inaugurazione del nuovo negozio costruito grazie al fondo antiracket, il senatore Schifani non c'era. Era dall'altra parte in questa vicenda. Il suo studio ha difeso l'impresa Lo Sicco davanti al Tar. Il pentito Innocenzo Lo Sicco, ha raccontato che lui stesso accompagnava l'avvocato Schifani negli uffici per seguire la pratica. Certo all'epoca l'imprenditore non era stato inquisito e il senatore non poteva sapere con chi aveva a che fare anche se il genero di Lo Sicco era sparito nel 1991 per lupara bianca. In quegli stessi anni Schifani assisteva anche altri imprenditori che sono incappati nelle confische per mafia, come Domenico Federico, prestanome di Giovanni Bontate, fratello del vecchio capo della cupola Stefano. Un settore quello delle confische che il senatore non ha dimenticato in Parlamento. Quando ha presentato un progetto di legge (il numero 600) per modificare la legge sulle confische e sui sequestri.

    ha collaborato Giuseppe Lo Bianco

  2. #2
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    Predefinito La risposta di Travaglio

    Pubblico il profilo di Schifani tratto da Se li conosci li eviti.

    Schifani Renato Giuseppe (FI)
    Anagrafe Nato a Palermo l’11 maggio 1950.
    Curriculum Laurea in Giurisprudenza; avvocato; dal 2001 capogruppo di FI al senato; 3 legislature (1996, 2001, 2006).
    Soprannome Fronte del Riporto.
    Segni particolari Porta il suo nome, e quello del senatore dell’Ulivo Antonio Maccanico, la legge approvata nel giugno del 2003 per bloccare i processi in corso contro Silvio Berlusconi: il lodo Maccanico-Schifani con la scusa di rendere immuni le «cinque alte cariche dello Stato» (anche se le altre quattro non avevano processi in corso). La norma è stata però dichiarata incostituzionale dalla consulta il 13 gennaio 2004.

    L’ex ministro della Giustizia, il palermitano Filippo Mancuso, ha definito Schifani «il principe del Foro del recupero crediti», anche se Schifani risulta più che altro essere stato in passato un avvocato esperto di questioni urbanistiche. Negli anni Ottanta è stato socio con Enrico La Loggia della società di brookeraggio assicurativo Siculabrokers assieme al futuro boss di Villabate, Nino Mandalà, poi condannato in primo grado a 8 anni per mafia e 4 per intestazione fittizia di beni, e dell’imprenditore Benny D’Agostino, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.

    Secondo il pentito Francesco Campanella, negli anni Novanta il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonino Mandalà con La Loggia...
    Leggi tutto
    Per chi se lo fosse perso, da youtube parte del mio intervento di ieri da Fabio Fazio. mt

    http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/






  3. #3
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    Predefinito Alcuna frasi celebri di Schifani

    Frase celebre
    «Li abbiamo fregati!» (dopo l’approvazione della legge sul legittimo sospetto, che doveva
    servire per spostare i processi contro Berlusconi e Previti da Milano a Brescia, 1° agosto 2002
    ).
    «In vacanza alle isole Eolie, Renato Schifani, in compagnia di alcuni amici, ha dovuto aspettare per un’ora
    di fila che si liberasse un tavolo in un ristorante del centro di Lipari. Il capogruppo di Forza Italia a Palazzo
    Madama ha pazientemente atteso il proprio turno, senza sollevare alcuna obiezione e senza pretendere un
    trattamento di favore» (
    comunicato ufficiale dell’ufficio stampa del sen. Schifani,
    15 agosto 2006
    ).
    «Rita Borsellino sfrutta il nome del fratello per fini politici» (
    12 settembre 2003).
    «Sono un sessantottino, ho partecipato anch’io alle occupazioni. Sto dedicando la mia vita a lui, io credo
    molto in Silvio Berlusconi (...) Mi sono innamorato di Berlusconi perché ho visto in lui quella
    naturalezza e genuinità della politica che non avevo visto in passato. È un grande stratega e un grande
    leader» («Libero»,
    29 luglio 2007 ). «Oggi Cuffaro ha ripreso saldamente in mano il timone di una
    Sicilia che già è cresciuta così come i dati sul Pil e sulla disoccupazione ai minimi storici ci indicano.
    Dobbiamo anche riconoscere al governatore siciliano che è stato e continua ad essere l’unico garante
    della unitè della coalizione, risultato questo che, in un sistema maggioritario, è garanzia di stabilità e quindi
    di quella risorsa fondamentale per lo sviluppo che è la governabilità di un territorio. Forza Italia sarà al suo
    fianco in questa nuova fase di governo della Regione per sostenere quella linea riformistica che è alla base
    del proprio credo politico» (
    dopo la condanna di Cuffaro a 5 anni per favoreggiamento, Agi, 19 gennaio
    2008
    ).
    http://ia360918.us.archive.org/1/ite...i/Schifani.pdf


  4. #4
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    Predefinito La solidarietà di Di pietro a Travaglio

    Solidarieta' a Marco Travaglio


    Oggi Marco Travaglio ha ricevuto delle durissime critiche, sia dalla maggioranza che da quella che dovrebbe essere l'opposizione, per aver citato dei fatti su Renato Schifani, presidente del Senato.
    Esprimo solidarietà a Marco Travaglio perché ha fatto semplicemente il suo dovere raccontando quel che sono i fatti.
    Episodi che non possono essere cambiati o taciuti solo perché, da un giorno all’altro, una persona diventa presidente del Senato oppure, e solo per questo, cancellare con un colpo di spugna la sua storia ed il suo passato.
    Un giornalista che racconta, citando episodi specifici, non ha bisogno di alcun contraddittorio. Questo, semmai, deve essere fatto dai politici quando si confrontano tra di loro.
    Il cronista racconta come sono andati i fatti e paradossalmente vorrebbe dire che ogni qualvolta egli scrive o riporta la cronaca di una rapina, si dovrebbe ascoltare anche la versione del rapinatore.
    http://www.antoniodipietro.com:80/20...travaglio.html

  5. #5
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    Come si fa ad avere una vita serena senza dover temere di trovarsi i vari Schifani trra i piedi a ogni piè sospinto? Dato che gli italiani sono così sciocchi da riprendersi Berlusconi ogni volta (in Sicilia, per il si e per il no, il grosso dei voti se li comprano o se li fanno procurare dalle cosche), tanto vale schiaffarli fuori dalla Sicilia e proclamare una volta per tutte la nostra Repubblica indipendente.

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    Traduzione dell’articolo de El Pais: "
    Schifani, colaborador de Berlusconi, nuevo presidente del Senado italiano"

    Roma -
    29/04/2008

    Schifani, collaboratore di Berlusconi,
    nuovo presidente del Senato italiano
    L’apertura ufficiale della XVI legislatura culminerà, presumibilmente domani,
    con la nomina del presidente della Camera dei Deputati.
    Renato Schifani, candidato del Popolo della Libertà, è stato eletto oggi presidente del
    Senato italiano con 178 voti a favore, 117 astenuti e tre nulli. Stretto collaboratore di Silvio
    Berlusconi, è riuscito ad ottenere quattro voti in più di quelli previsti dai partiti che lo
    appoggiano.
    Il candidato conservatore ha ottenuto la presidenza del Senato alla prima votazione della
    camera alta, dopo l’apertura in settimana della XVI legislatura italiana. Emma Bonino,
    invece, è riuscita ad ottenere tredici voti mentre un'altra decina si sono suddivisi tra vari
    senatori.
    I parlamentari della destra italiana, rappresentata dal Popolo delle Libertà (PDL), la Lega
    Nord e il Movimento per l’Autonomia, vincitori delle elezioni politiche, hanno applaudito
    l’elezione di Schifani quando questo aveva raggiunto i 162 voti necessari per ottenere la
    presidenza del Senato.
    La proclamazione ufficiale è stata data dal senatore più anziano, l’ottantenne Giulio
    Andreotti, dopo la rinuncia del premio Nobel Rita Levi Montalcini.
    La Camera, in attesa
    In seguito all’elezione del presidente del Senato, dovrà essere nominato quello della
    Camera dei Deputati, carica per la quale il PDL presenta Gianfranco Fini, di 56 anni e
    presidente del partito di destra Alleanza Nazionale, che ha corso per le elezioni all’interno
    della lista di Berlusconi. L’elezione, secondo le previsioni, non si concluderà fino a domani in
    vista della quarta votazione: la legge prevede che nelle prime tre si necessiti la maggioranza
    dei tre quarti e nella successiva solo la metà più uno del suffragio.
    Un siciliano a senso unico
    Renato Schifani arriva alla Presidenza del Senato italiano dopo più di quattordici anni di
    politica e con una carriera marcata da un appoggio incondizionato sul futuro presidente del
    Paese, Silvio Berlusconi, diventando uno dei suoi uomini di fiducia.
    Nato a Palermo, la capitale siciliana, l’11 maggio 1950 e avvocato di professione, entrò a far
    parte del progetto di Forza Italia nel 1995 e fu eletto senatore un anno dopo nella sua
    regione natale, carica che ha mantenuto nelle ultime tre legislature e nelle quali, dal 2001,
    ha assunto il ruolo di capogruppo di Forza Italia.
    Schifani è diventato il volto di Forza Italia per i suoi ripetuti appoggi e dichiarazioni pubbliche
    a favore di Silvio Berlusconi, paragonandolo al Conte Cavour, uno dei principali promotori
    dell’unità d’Italia nel XIX secolo, per controbattere alle accuse sul conflitto d’interessi che
    pesavano sopra "Il Cavaliere". Il nuovo presidente del Senato ricordò in quella occasione
    che Cavour occupò diverse cariche politiche e che, a sua volta, era un importante
    proprietario terriero e proprietario di un giornale, un paragone che ha scatenato diverse
    critiche e che lo stesso Berlusconi ha chiesto di evitare.
    Nonostante la sua posizione all’interno del partito, riconvertito negli ultimi comizi in Popolo
    delle Libertà (PDL), assieme ad Alleanza Nazionale, Lega Nord e il siciliano Movimento per
    l’Autonomia, non ha occupato alcun carico ministeriale, un obiettivo per il quale, lui stesso
    ha assicurato, non ha mai aspirato.
    A livello politico, Schifani è stato uno dei protagonisti della stabilizzazione del regime
    carcerario speciale per mafiosi e terroristi, conosciuto come articolo 41 bis. Questa misura
    prevede che i condannati per quei delitti non possano godere degli stessi benefici
    penitenziari previsti dalla legge, come la semi-libertà, salvo che non si convertano in pentiti e
    collaboratori di giustizia. Inoltre, è stato autore del Lodo Schifani, mediante il quale fu
    concessa l’immunità al Presidente della Repubblica, del Governo, di entrambe le camere e
    della Corte Costituzionale durante il loro mandato. Tale lodo fu dichiarato in seguito
    illegittimo dalla Corte Costituzionale.
    Il suo nome, tuttavia, è stato associato dalla stampa italiana con la criminalità organizzata
    siciliana, dato che negli anni ottanta fu socio in una compagnia nella quale figuravano Nino
    Mandalà, boss del clan mafioso di Villabate, e Benny d’Agostino, imprenditore legato allo
    storico dirigente di Cosa Nostra Michele Greco
    El Pais- 29 Aprile 2008

    Ci toccherà emigrare all' estero per avere la libertà di essere informati ?

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Carmelo C. Visualizza Messaggio
    Come si fa ad avere una vita serena senza dover temere di trovarsi i vari Schifani trra i piedi a ogni piè sospinto? Dato che gli italiani sono così sciocchi da riprendersi Berlusconi ogni volta (in Sicilia, per il si e per il no, il grosso dei voti se li comprano o se li fanno procurare dalle cosche), tanto vale schiaffarli fuori dalla Sicilia e proclamare una volta per tutte la nostra Repubblica indipendente.
    Quoto! ANTUDO!

  8. #8
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    mattino si vede dal buon giorno «travagliato» - 13/5/08

    di Paolo Farinella, prete di Genova
    Genova 12 maggio 2008 – Sabato 10 maggio non ho visto l'intervista di Fabio Fazio a Marco Travaglio nella trasmissione «Che tempo che fa». L'ho recuperata successivamente su You-Tube . Nella nota che ho diffuso il 30 aprile 2008, ad elezione avvenuta in Senato, scrissi e divulgai queste affermazioni: «Il mafioso anziano Giulio Andreotti presiede il Senato e insedia a presidente del Senato della repubblica un altro mafioso di spicco, amico e sodale del mafioso di Villabate Nino Mandalà. Il nome del neo presidente del Senato è Schifani. Mai nomen fu omen .


    Schifani, discepolo dell'altro senatore Enrico La Loggia erano e forse sono ancora a libro paga della mafia. Andreotti è stato giudicato colpevole di favoreggiamento di mafia, ma non poté essere perseguito per prescrizione. Schifani è fautore del «lodo Schifani» che permise di mettere Berlusconi al riparo dalla sentenza di condanna che stava arrivando, al resto pensò la provvidenziale archiviazione per prescrizione di termini».
    Queste, come le affermazioni di Marco Travaglio, non sono considerazioni etiche o politiche, sono semplicemente la fotografia della situazione e ne prendiamo atto non per un pruriginoso bisogno di sensazionale, ma unicamente perché c'interessa in quanto ci coinvolge direttamente come cittadini che manteniamo questa gente al potere e anche perché questi figuri ci dovrebbero rappresentare istituzionalmente.
    Ho visto l'intervista a Renato Schifani, subito dopo «lo scandalo-Travaglio», organizzata dalla tv di Stato e ho notato che il giornalista, invece di chiedergli se era vero che il neo presidente del Senato, in sintonia con l'altro senatore della maggioranza Enrico La Loggia, avesse avuto rapporti con Nino Mandalà, boss mafioso di Villabate, gli ha chiesto «cosa risponde agli attacchi» che gli sono arrivati dal giornalista. Veramente, non c'è più religione!
    Tutti, destra (comprensibile) e sinistra (comprensibile anche questo) sono andati all'arrembaggio di Marco Travaglio, lamentando la mancanza di «contraddittorio» che ormai nella deontologia di molti giornalisti ha preso il posto della verità. Non può esserci contraddittorio tra un ladro e un derubato, uno stupratore e la sua vittima, tra un omicida e il corpo inerte della vittima. Se il neopresidente del Senato vuole rispondere, dica la sua versione, senza omettere nulla su questi punti: a) E' vero che ha avuto rapporti con la mafia? b) Ha fatto affari con il boss mafioso? c) Oggi quali relazioni intrattiene con Nino Mandalà e il suo ambiente? d) Se anche un decimo di tutto ciò fosse vero, non sarebbe più dignitoso che si dimettesse? (anzi, non sarebbe stato meglio non eleggerlo?). Se Berlusconi e Dell'Utri proclamano in fine di campagna elettorale «eroe» dell'anno il mafioso Vittorio Mangano, ci viene il sospetto che abbiano scelto Renato Schifani con un progetto specifico. Sono io che penso male, o sono loro che mi obbligano a pensare che è proprio così?
    Se questo è il mattino…. figuriamo il buon giorno!
    A Marco Travaglio, per quello che può servire, tutta la mia stima e la mia solidarietà.
    http://www.megachip.info/modules.php...cle&artid=6770

  9. #9
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    Mauro Biani: ''Eroe" - 13/05/08



    Vignetta di Mauro Biani per Megachip
    http://www.megachip.info/modules.php...cle&artid=6776

  10. #10
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    lunedì, maggio 12, 2008

    Fazio strisciante, Finocchiaro garante



    Io non lo sopporto più. Il peggio di Fazio non è l'aver chiesto scusa per aver consentito a Travaglio di raccontare finalmente in tv il passato losco di Schifani. Evidentemente è un guaio per un giornalista di oggi. Non sopporto più lo stile strisciante di Fabio Fazio. All'inizio mi sembrava simpatico, volutamente impacciato. Oggi mi fa indignare. Durante tutta la puntata con ospite Marco Travaglio non fa altro che dissociarsi, dire a Travaglio di smetterla, che si dissocia su tutto. Anche quando dice che i ladri non devono stare in Parlamento e che i politici non dovrebbero frequentare i mafiosi? O che Schifani faceva il consulente in un comune grazie ad una "segnalazione" (parole di un mafioso). Lui intanto si dissocia. Lui deve salvare il culo dall'ondata berlusconiana, vuole tornare dopo l'estate. La cosa più ridicola è che pochi si indignano perchè Travaglio ha raccontato che Schifani aveva affari e amicizie con mafiosi e strozzini. Molti di più perchè ha detto ironicamente che visto il precipitare del livello dei presidenti del Senato, dopo Schifani ci sarà la muffa. Poi si è corretto perchè dalla muffa si ricava la pennicillina. Una delle battute più belle di sempre. Ma se erano scontate le critiche da destra, fazione abitutata a negare fino alla morte anche di fronte al fatto inconfutabile, spunta come un fungo orribile e velenoso la garantista di sinistra, che d'ora in poi non chiamerò più donna per bene. Non lo merita. Anna Finocchiaro, miss catastrofe elettorale. "Trovo inaccettabile che possano essere lanciate accuse così gravi, come quella di collusione mafiosa, nei confronti del presidente del Senato, in diretta tv su una rete pubblica, senza possibilità di contraddittorio". Ma di quale cavolo di contraddittorio parla? Esiste un contraddittorio a sentenze del tribunale, a condanne penali? La cosa più preoccupante è che la signora era un magistrato. Solo per due anni. Il tempo di farsi eleggere. Diventare giudice per entrare in politica... sicilianiiiiiiiiiiiii! E Fazio il dissociato anche dalla sua dignità di uomo e giornalista, si scusa, non si sa per cosa ma si scusa. E' orribile. Un giornalista che si scusa per aver consentito che venisse fuori la verità. Spero l'Ordine prenda dei provvedimenti. Come può un giornalista dire la verità in tv?


    http://www.bennycalasanzio.blogspot.com/

 

 
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