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  1. #1
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    L'ignoranza del pubblico è un fattore necessario per il buon funzionamento di una politica governativa inflazionistica. Ludwig von Mises
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    Predefinito Se si pianifica non è globalizzazione

    L'importanza dell'evento non si discute - in Italia c'è un bisogno disperato di iniziative che avvicinino la cultura degli economisti a quella delle persone - ma è interessante come il forum "Società aperta" Bocconi/Corriere riveli anche indirettamente le difficoltà della cultura di mercato. Perché, col mercato, il difficile, il vero salto logico, sta nel comprenderlo prima ancora di accettarlo. Non è uno "strumento" né una "politica": ma un insieme sterminato e inestricabile di libere interazioni fra individui e imprese. La globalizzazione è un'estensione di scala delle relazioni di mercato, cui la tecnologia e il rilassamento degli egoismi politici hanno consentito di scavalcare con impeto nuovo i confini nazionali. Ma essa è ben lungi dall'essere la mano visibile di un demiurgo: sono le mamme italiane che comprano jeans "made in China" sulle bancarelle di paese, gli agricoltori keniani che per la prima volta raggiungono i mercati delle nazioni confinanti, gli avvocati d'affari spagnoli che aprono studio a New York. È l'idraulico polacco, la badante romena e il cuoco siciliano.

    Se questo processo di allargamento dei confini della concorrenza cambia le carte, se "competere" con imprese che hanno braccia e testa in altri Paesi significa inevitabilmente aprire un fronte tra le regole da cui quelle aziende sono governate e quelle che governano noi, si può discutere di quanto auspicabili siano le sue ripercussioni. Ma un conto è discuterne le conseguenze, altro la "cosa in sé". La globalizzazione è un groviglio di scambi, non un'agenda di riforme. Ecco perché lascia perplessi leggere sul Corriere della sera , a mo' di sintesi dell'evento, che «dalla globalizzazione non si torna indietro, ma va pianificata e regolata». È vero che il giornalismo è anche rendere ruvidi i concetti, ed è altrettanto vero che quel che si desiderava auspicare è meramente una tempistica diversa per quegli accordi fra Paesi o cartelli di Paesi con cui la politica mira a rimuovere per gradi le restrizioni allo scambio internazionale, ma le parole hanno un peso. Ed è impensabile che non sovvenga il paradosso, di salvare la globalizzazione dai suoi nemici usando proprio il verbo più nemico del mercato: pianificare.

    Lo scambio è un fatto naturale, può essere compresso ma mai cancellato nella società, la globalizzazione però nasce, s'impone come prospettiva, proprio quando scompaiono le economie di piano. La pianificazione fallisce per la sua "presunzione fatale". Nessuno può, dal centro, conoscere la realtà particolare e locale della vita economica, tanto bene quanto chi la affronta in prima persona. Non c'è "grande saggio" che possa digerire tutte le informazioni necessarie allo scopo, se non altro perché si tratta spesso di forme di conoscenza che si incuneano fra le pieghe di un'esperienza strettamente individuale. La pianificazione fallisce per eccesso di complessità della vita economica, e ciò è accaduto in realtà assai meno innovative, e in spazi assai più modesti, del mondo di oggi. Perché tirarla fuori dall'armadio delle muffe, e per giunta su scala globale?

    Bill Emmott, al forum, giustamente ricordava i benefici che il libero commercio produce anche per i più umili, e la loro capacità di farsi intuire attraverso il più immediato degli indicatori: i prezzi. Verissimo, quanto è pure tristemente vero che la gente non deriva le sue opinioni da una concettualizzazione del modo in cui si comporta, da consumatore. Compriamo automobili in base al prezzo e ai comfort, ma spergiuriamo di voler difendere l'industria nazionale. È l'ideologia che resiste.

    Nei globalizzatori che vogliono pianificare il mondo, però, s'intravede qualcosa d'altro. È l'antica malattia degli intellettuali. Il pianificatore è l'erede moderno del filosofo re. Non vorremmo che la risposta ai protezionisti stesse in una variazione tecnocratica sul tema del paternalismo. Perché la lotta fra chi promette agli elettori "protezione" dei loro interessi immediati, e chi si nomina aruspice dei loro interessi futuri, vede un solo sconfitto sicuro: la libertà.

    Da Il Riformista, 15 maggio 2008

    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=6629

  2. #2
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    Nell'articolo di fondo del corriere (dedicato appunto al forum della Bocconi) di oggi Dario Di Vico ha sostenuto che la globalizzazione non è abbastanza regolata e governata. Questi vogliono l'URSS.

 

 

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