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Discussione: Piano sicurezza(sic!!)

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    Predefinito Piano sicurezza(sic!!)

    OMNIA SUNT COMMUNIA


    Piero Sansonetti

    Il governo ha preparato il piano sicurez-
    za in cinque punti. Non è chiarissimo
    quali sono. Solo due o tre cose sono
    chiare. Prima, la condizione, dramma-
    tica, di clandestinità (cioè immigrazio-
    ne irregolare) diventa un reato penale.
    Si va in prigione perché si è ladri, o as-
    sassini, o truffatori, o violentatori oppu-
    re perché si è stranieri. Secondo, i cosid-
    detti Cpt (centri di permanenza tempo-
    ranea per persone extracomunitarie
    senza permesso di soggiorno) diventa-
    no centri di detenzione. Più o meno,
    campi di concentramento. Terzo - e
    questa è la novità storicamente più rile-
    vante - a Milano (per ora) viene nomi-
    nato dal ministro dell’Interno un com-
    missario straordinario «all’emergenza
    rom». Perché diciamo che è storicamen-
    te rilevante? Perché per la prima volta
    dal 1938 entra, in un provvedimento
    ufficiale di un governo europeo, il con-
    cetto di razza, concetto che era stato
    bandito (e anche assai vituperato) dopo
    il nazismo e la persecuzione contro gli
    ebrei e - appunto - i rom. Nel 1938, in
    Italia, fu prima pubblicato il «manifesto
    della razza», compilato da un certo nu-
    mero di scienziati non molto illustri né
    famosi, tutti assai fedeli al regime fasci-
    sta, nel quale si rilanciava il concetto di
    «razza»; e successivamente furono vara-
    te le leggi speciali che negavano a ebrei
    e rom (e a chiunque non fosse di razza
    ariana) moltissimi diritti (compresi di-
    ritti di proprietà, di matrimonio di resi-
    denza e altro).
    La nomina del commissario ai rom,
    naturalmente, non ha lo stesso valore
    persecutorio che ebbero le leggi del
    ’38. Costituisce però la rottura di due
    tabù, che da allora nessuno più aveva
    osato infrangere: l’idea stessa di razza,
    e il principio che ogni persecuzione
    sia illegale.
    Perché introduce il concetto di razza? I
    rom, come sapete, sono un popolo che
    non ha nazione, che non ha terra, è un
    gruppo che non è definibile per mestie-
    re o età o città o altro. Definire i rom
    «una emergenza», di conseguenza, è un
    atto che indiscutibilmente si basa sul
    concetto di razza. Violando peraltro la
    dichiarazione sulle razze approvata dal-
    l’Unesco nel 1950 - a completamento
    della dichiarazione universale sui dirit-
    ti della persona - nella quale si precisa-
    va che le razze non esistono. E dunque

    che non si possono fare leggi ad hoc, né
    nominare commissari ad hoc.
    Naturalmente la natura razzista del
    provvedimento (razzista in senso tecni-
    co, senza dare valore politico o morale
    a questo termine) assume un significa-
    to più grave perché va a colpire il popo-
    lo che - dopo gli ebrei - è quello che più
    di tutti gli altri fu devastato dallo ster-
    minio razzista. E verso il quale, di con-
    seguenza, le classi dirigenti europee do-
    vrebbero avere un enorme debito mo-
    rale e anche un discreto senso di colpa.
    Il secondo tabu che viene rotto è quel-
    lo della persecuzione. Nelle dichiara-
    zioni di soddisfazione per la nomina
    del dottor Gian Valerio Lombardi, pre-
    fetto di Milano, a «commissario anti-
    Rom», si intuisce che l’obiettivo è quel-
    lo di spianare tutti gli accampamenti
    dei rom intorno a Milano, che attual-
    mente ospitano diverse decine di mi-
    gliaia di persone. Raderli al suolo. E
    questo senza un piano per dare alloggio
    a queste persone, che dunque si trove-
    rebbero senza casa, senza servizi essen-
    ziali, anche - probabilmente - senza la
    possibilità di lavorare, e dunque, ogget-
    tivamente perseguitati.


    liberazione 14 maggio 2008


    ARDITI NON GENDARMI

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    MIGRAZIONE ITALIANA DAL 1861 AL 1913

    Dossier sull'emigrazione italiana di

    A cura di Maria Rosaria Porfido

    I dati relativi ai movimenti migratori degli italiani all'estero, prima del 1860, sono quasi inesistenti. Dopo questa data, la neonata Italia Unita, comincia a valutare il fenomeno dell'emigrazione della popolazione italiana all'estero, sia in relazione alle dimensioni considerevoli che di anno in anno stava assumendo, ma anche per censire, in qualche modo, il grande esodo di manodopera cui l'Italia assisteva impotente, e per valutare il flusso di denaro, che i lavoratori italiani all'estero mandavano ai loro congiunti rimasti in Italia. In poche parole, se per un verso, questa situazione era vantaggiosa per l'Italia, dall'altro contribuiva ad impoverire le risorse umane e professionali di cui l'Italia aveva bisogno.
    Il censimento generale del 1861, accertò l'esistenza di colonie italiane, già abbastanza numerose, sia nei Paesi di Europa e del bacino mediterraneo sia nelle due Americhe, infatti dai dati emerge la seguente situazione: Francia, 77.000; Germania, 14.000; Svizzera, 14.000; Alessandria d'Egitto, 12.000; Tunisi, 6.000; Stati Uniti, 500.000; Resto delle Americhe, 500.000.
    Prima del 1976, anno in cui, sotto la guida di L. Bodio, s'iniziò a rilevare con regolarità l'immigrazione italiana, riuscendo ad ottenere cifre più sicure e comparabili fra loro, il flusso migratorio mostrava già i lineamenti di un fenomeno di massa. Stava assumendo dimensioni annue di consistente entità, infatti già intorno al quinquennio, precedente questa data, cioè dal 1869 al 1875, la media delle emigrazioni si aggirava intorno alla cifra, record per quel tempo, di 123.000 unità.
    In questo periodo, però, l'emigrazione italiana appare ancora disorganizzata e sporadica, e mantiene questo carattere, con una media di 135.000 emigrati, diretti in prevalenza verso Paesi europei e mediterranei, fino alla prima metà degli anni 1880; dal 1887, a causa del notevole incremento dell'offerta di lavoro del mercato americano, si sviluppa rapidamente l'emigrazione transoceanica e, si determina così, un raddoppio della media annua complessiva, che passa a 269.000.unità (periodo 1887-900).
    Per quanto riguarda le destinazioni privilegiate dall'emigrazione continentale, è la Francia, seguita a una certa distanza dall'Austria, dalla Germania e dalla Svizzera, che tiene sempre il primo posto tra i Paesi europei durante questo primo quarto di secolo; l'Argentina e il Brasile, invece, che assorbivano la maggior parte dell'emigrazione transoceanica nei primi venti anni, vedono rapidamente svanire il loro primato, a causa del repentino incremento dell'immigrazione negli Stati Uniti, avvenuto verso la fine del secolo.
    Per una maggiore comprensione dell'incremento dell'emigrazione transoceanica, in valori assoluti e nei confronti di quella continentale (da 18,25% dell'emigrazione complessiva nel 1876 a 47,20% nel 1900), e dello spostamento della sua direzione dall'America meridionale a quella settentrionale, è utile ora mettere in relazione questi dati, sia con le mutate condizioni del mercato del lavoro nei paesi americani, sia con la diversa partecipazione delle varie regioni d'Italia all'espatrio.
    Nei primi anni del Regno, maggiormente colpiti dal fenomeno dell'emigrazione, furono gli abitanti delle regioni settentrionali, socialmente più progredite e con popolazione più numerosa; nelle regioni meridionali, meno densamente popolate, il fenomeno fu per lungo tempo irrilevante, a causa del loro isolamento, della scarsezza di mezzi di trasporto, di vie comunicazione e dell'ignoranza.
    Questa situazione di arretratezza e di estraniamento dalla vita del resto del Paese, continuò per lungo tempo, e senza ombra di dubbio, si può considerare come il residuo dei passati regimi, ma anche del tradizionale attaccamento alla terra e alla casa e di minori necessità economiche, derivanti da una vita esclusivamente agricola e patriarcale.

    FIG. 2 - Imbarco di emigranti italiani all'inizio del XX secolo.
    In pochi decenni, però, il rapporto si invertì, sia a causa dell'intenso ritmo di accrescimento demografico, sia per le poco floride condizioni economiche (in parte dovute alla tariffa protezionistica dell'87, che sacrificò l'agricoltura all'industria), che non permettevano di assorbire l'eccesso di manodopera. Negli ultimi anni del secolo XIX, la quota fornita all'emigrazione complessiva dall'Italia settentrionale diminuì (da 86,7% nel 1876 a 49,9% nel 1900) mentre crescevano quella dell'Italia meridionale e insulare.(da.6,6%.a.40,1%).e dell'Italia centrale.(da.6,7.a.10%) (vedi grafico).
    L'analisi e il controllo del fenomeno, in questo periodo iniziale, furono trascurati, infatti, la sola legge varata dal Parlamento fu la n. 5877 del 30 dicembre 1888, che peraltro si limitava a sancire quasi esclusivamente norme comportamentali. Tale legge affidava alla polizia, il controllo per arginare il fenomeno dei molteplici abusi, ad opera di chi si occupava di reclutare manodopera a basso costo. La situazione migliorò e i soprusi degli speculatori cessarono, solamente quando fu approvata una legge organica dell'emigrazione e fu creato un organo tecnico specifico per l'applicazione della legge stessa:
    * furono abolite le agenzie e subagenzie;
    * il trasporto fu consentito solo sotto l'osservanza di determinate cautele e garanzie;
    * si crearono organi pubblici, per fornire le necessarie informazioni ai desiderosi di espatrio;
    * si stabilirono norme per l'assistenza sanitaria e igienica, per la protezione nei porti e durante i viaggi e, successivamente, anche per la tutela giuridica dell'emigrazione e la disciplina degli arruolamenti per l'estero.
    Assistita, organizzata e diretta laddove maggiori fossero le possibilità di occupazione, l'emigrazione italiana, per quanto con andamento irregolare dovuto alle crisi attraversate dai Paesi di destinazione, tende ad aumentare nei primi anni del secolo XX; la media annua nel 1901-13 sale a 626.000 emigranti e il rapporto con la popolazione del regno, nel 1913, tocca i 2.500 emigranti per ogni 100.000 abitanti, pari a un quarantesimo circa dell'intera popolazione.
    E' soprattutto l'emigrazione dall'Italia meridionale e insulare che si sviluppa, raggiungendo livelli nettamente superiori rispetto a quelli dell'Italia settentrionale: 46% contro 41% dell'Italia settentrionale e 13% della centrale, su un totale di più di 8 milioni del periodo 1901-13 (vedi grafico). Ciò spiega anche l'assoluto prevalere, nel periodo, dell'emigrazione transoceanica sulla continentale (il 58,2% contro il 41,8%).
    Gli emigrati dall'Italia meridionale, prevalentemente addetti all'agricoltura e braccianti, costretti all'espatrio dalla povertà dei loro Paesi erano disposti ad accettare qualsiasi lavoro e anche a stabilirsi definitivamente all'estero, nelle terre d'oltremare; al contrario, l'emigrazione dall'Italia settentrionale, più altamente qualificata e, in genere temporanea, era per lo più assorbita da Paesi europei.
    FIG.3 - Italiani appena sbarcati negli Stati Uniti. Inizi del XX Secolo
    Tra i Paesi di destinazione dell'emigrazione continentale, la Svizzera passò al primo posto superando la Germania, l'Austria e la stessa Francia; nell'emigrazione verso Paesi d'oltremare si accentuò invece il primato degli Stati Uniti, dove si diressero, dal 1901 al 1913, oltre 3 milioni di italiani, contro i 951.000 dell'Argentina e i 393.000 del Brasile. Gli alti salari offerti al mercato nordamericano, la diminuzione delle terre libere nei Paesi dell'America Meridionale, la maggiore facilità e rapidità di guadagni, consentita dalla grande industria degli Stati Uniti, concorsero a dirottare il flusso dell'emigrazione dall'Italia.
    FIG.4 - Italiani emigrati a lavoro in una fabbrica degli Stati Uniti.
    Il venire meno del vincolo fondiario, che lega l'emigrato al paese d'arrivo, e il diminuito costo dei trasporti favorirono una minore durata dell'espatrio: molti lavoratori decisero di investire i loro risparmi in Italia, prevalentemente in acquisto di terre o nella casa di proprietà . Questo carattere temporaneo, che già era dominante nell'emigrazione continentale e che cominciava ad estendersi a parte dell'emigrazione transoceanica, si ripercuote beneficamente sull'economia italiana, sia perché gli emigrati tornano, in genere con accresciute capacità di lavoro e di iniziativa e muniti di capitali accumulati all'estero, sia perché, contando di rientrare in patria, molti emigranti vi lasciavano le loro famiglie e ad esse provvedevano durante l'espatrio con l'invio di rimesse, quelle rimesse che contribuirono attivamente al saldo della bilancia dei pagamenti dell'Italia con l'estero.
    L'emigrazione italiana negli ultimi anni dell'anteguerra era ben diversa da quella degli ultimi vent'anni del XIX secolo. Non si trattava più di masse prive di appoggio, emigranti alla ventura in cerca di lavoro, ma di masse guidate e assistite, e capaci alla loro volta di contribuire al miglioramento delle condizioni economiche e sociali della patria. L'emigrazione, ritenuta inscindibilmente connessa alla struttura economica del Paese e al ritmo di accrescimento della sua popolazione, fu largamente incoraggiata e protetta.



    www.alef-fvg.it



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    Grande Muntzer! Ottimo l'accostamento delle fotografie!
    Per chi fosse interessato all'argomento, metto a disposizione un libro (introvabile) del Min. degli Affari Esteri dal titolo "Museo Nazionale delle migrazioni. L'Italia nel Mondo. Il Mondo in Italia", molto molto ben documentato.

 

 

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