Roberto Rossi per “l’Unità”
Sarà l’aria politica ovattata, sarà che i «comunisti» non sono più al governo e né in Parlamento e la sindrome da assedio è finita, sarà anche che il tempo uggioso, che ieri attanagliava la capitale, di solito fiacca lo spirito, sarà che con questi chiari di luna nessuno ha più voglia di andare sopra le righe, sarà anche che la relazione di Emma Marcegaglia era piuttosto moscia, sarà tutte queste cose messe assieme ma ieri all’assemblea di Confindustria è mancato un po’ di pepe. Non solo tra i politici, usciti esausti da una lunga campagna elettorale, ma anche tra gli stessi industriali. Forse il più felice era Marco Tronchetti Provera, per lo scudetto all’Inter, non per altro.
Negli anni passati eravamo stati abituati a ben altro. Nessuna dichiarazione infuocata, zero polemiche, commenti rispettosi, molti sorrisi e strette di mano. L’Auditorium di Roma, che ha ospitato oltre 2500 partecipanti, trasformato in un club esclusivo, dove non si alza la voce ma si conversa, con toni bassi e sempre con gli stessi toni si fanno affari. Affari ai tempi della destra e del Berlusconi quater.
D’altronde non capita tutti i giorni vedere Carlo De Benedetti, l’editore di Repubblica che licenzia in questi giorni 230 operai a Mantova, salutare in modo affabile il presidente del Consiglio, suo rivale di sempre. Non capita neanche sentirlo usare parole di miele nei confronti del governo. Uno non se l’aspettava quando al governo c’era Prodi, con cui De Benedetti non è stato mai tenero, tanto meno quando al suo posto si è insediato Berlusconi. L’Ingegnere ha giudicato i provvedimenti presi dal governo a Napoli come «misure in linea con i desideri e le richieste del Paese».
In particolare, in merito al tema dei rifiuti, ma soprattutto della sicurezza, De Benedetti ha visto l’intervento del governo «positivo, perché c’è stata l’affermazione forte che lo Stato esiste». Questa cordialità sarà anche il frutto di una nuova stagione politica ma, ci viene da pensare, è anche propedeutica allo stesso De Benedetti. I cui affari oggi si focalizzano sull’energia e la sanità privata. Materie poco concorrenziali e gravate dall’incognita dell’intervento del legislatore.
E naturalmente alle basse modulazioni si è adeguato anche il resto della truppa. I manager statali, ad esempio, quasi tutti collocati nelle prime file, sono stati i più silenziosi. D’altronde per molti di loro i prossimi giorni saranno piuttosto impegnativi nonché stressanti visto che il governo dovrà decidere sulle nomine e, quindi, sul loro futuro. «È stata indicata la strada: si tratta di farla» è stata l’unica dichiarazione dell’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni (con indosso una cravatta arancione color Enel) commentando la relazione della Marcegaglia.
Certo, si dirà, che cosa ci si può aspettare dagli industriali? Eppure, negli anni passati, eravamo stati abituati a qualche “ma” o “se”. Contro le liberalizzazioni di Bersani o il rigore di Padoa-Schioppa. Ieri nessuno, neanche le banche, sempre meno amate da Tremonti, se l’è sentita o ha voluto disturbare il manovratore e rompere il clima da salotto. Per la verità una eccezione c’è stata. Uno dei pochi a movimentare l’aria è stato Fedele Confalonieri.
Il presidente di Mediaset è stato, tra i tanti industriali di ogni specie, quello che si è scaldato di più. L’uomo è così. Si appassiona con facilità. Specie quando gli parlano di Rete 4 e dell’emendamento al decreto che recepisce alcune sentenze Ue in discussione in Parlamento e che la salverebbe. «È sacrosanto» ha tuonato Confalonieri. L’unico a non adeguarsi al tono soft. Che quest’anno sembra andare molto di moda. Ai tempi della destra al governo si usa così.
Dagospia 23 Maggio 2008
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