OMNIA SUNT COMMUNIA


Quattro ore e mezza per il film di Steven Soderbergh: tra Cuba e Bolivia, il ritratto del guerrigliero Il Che uomo. Non è agiografia
ma si rischia l'anonimato


Davide Turrini



Cannes



Dopo anni di privazioni festivaliere è giunto il primo gesto di generosità del prussiano sistema logistico di Cannes. A metà pellicola di Che , per la regia di Steven Soderbergh, è calato, come nelle proiezioni di una volta, l'intervallo con annesso spuntino gratuito. Ovvero un cestino da set, con su scritto Che, composto da sandwich, snack dolce, bottiglia d'acqua e salvietta. Certo, il Che soderberghiano dura quattro ore e mezza. Difficile mantenere alta l'attenzione anche se il tema avvince. Perché Che va visto con calma, per intero, senza perdersi un secondo di proiezione. Altrimenti attendere spiegazioni successive da parte di Soderbergh e compagnia filmante diventa impossibile. Solo tra le pieghe delle inquadrature e delle sequenze del film si sviluppa l'algido e composto ritratto voluto dal regista quarantaseienne di Atlanta.
A quarantuno anni dall'uccisione del comandante Che Guevara nella scuola boliviana de La Higuera ne abbiamo sentite di tutti i colori: dalle mitizzazioni esagerate alle infime delazioni, dalle solerti agiografie al revisionismo galoppante. E Soderbergh, non ha di certo intenzione di accodarsi a fans o detrattori. Semplicemente osserva l'uomo Ernesto Guevara, ritraendolo negli impacci dell'asma, nell'improvvisa e inaspettata popolarità, e soprattutto nello slancio solidaristico di lotta rivoluzionaria a favore degli oppressi. In origine Che doveva essere soltanto la parabola discendente, la sconfitta di Guevara in terra boliviana tra l'autunno del '66 e quello del '67. Successivamente, Soderbergh e lo sceneggiatore Peter Buchman hanno scritto quella che poi è diventata la prima parte ovvero l'impresa degli 82 esuli cubani guidati da Fidel e Raul Castro che attraverso la rivoluzione armata avrebbero riconquistato Cuba. I due blocchi, di due ore e quindici l'uno, sono complementari proprio per questo: uno senza l'altro significano ben poco. Su questo, a mo' di cappello, va poi inserito l'aspetto schizoide dell'autore Soderbergh che alterna gradevoli divagazioni ipercommerciali per palati di grana grossa e dai planetari guadagni (come la saga di Danny Ocean), a minute perle di cinema curatissimo, alla "europea" e sempre in perdita, come Bubble o L'inglese . Ed il Che , nonostante il budget da kolossal di 40 milioni di dollari, fa parte formalmente ed ideologicamente della seconda categoria professionale soderberghiana. Quella più sperimentale, quella che attraverso lo stile e la messa in scena svela il carattere politico del proprio lavoro.
Per comprendere il Che, per tramandarne la conoscenza alle giovani e meno giovani generazioni ignoranti sul tema, Soderbergh allestisce uno sfondo ambientale ricorrente dal quale non si separerà per tutto il film: le fitte frasche della Sierra Maestra del primo conflitto in terra cubana, lo sfondo urbano della città di Santa Clara, gli impervi altipiani boliviani dell'ultima missione rivoluzionaria. Come il titolo provvisorio "Guerriglia voleva", Che è un'immersione senza soluzione di continuità nell'atto pratico rivoluzionario. Strategia, logistica, tecnica di battaglia con in aggiunta brevissimi inserti legati all'intervento di Guevara all'assemblea delle Nazioni Unite nel dicembre del '64. Non c'è interazione classica tra protagonista e comprimari (un Fidel Castro con postura più mussoliniana che mai; Camilo Cienfuegos folle a dovere quanto tradizione tramanda; Tania e Aleida silenziose comparse), ma semplice apparizione di questi, in funzione di affiancamento del Che, interpretato con vigore e misura da Benicio Del Toro.
Soderbergh sminuzza i dettagli del viso, del corpo e dell'abbigliamento di Guevara come ci avevano tramandato foto e filmati storici e li ricompone in modo antispettacolare, escludendo i primi piani più convenzionali e includendo improvvisi lampi di genio come la chiusura in soggettiva, dove lo spettatore diventa il Che che guarda gli occhi vuoti e le mani tremanti del suo assassino. Noi cadiamo per terra assieme a Ernesto Guevara, sentendo insieme a lui un fischio fastidiosissimo che ci porta alla morte su schermo bianco. «Non avevo intenzione di idolatrare l'icona da t-shirt - afferma senza enfasi Soderbergh - ma volevo illustrare nel dettaglio lo sforzo psichico e fisico che necessitavano le due campagne di guerriglia dirette da Che Guevara e di mostrare il processo con il quale un uomo dotato di una volontà indomabile scopre la capacità d'ispirare e spronare altri uomini alla rivoluzione. Il Che non l'avrebbe mai ammesso, ma lo stile conta. Conta sicuramente in questo film ed è un elemento cruciale per la comprensione dell'opera nel suo insieme».


23/05/2008 www.liberazione.it

ARDITI NON GENDARMI