Per gentile concessione di Bruno Chenu, pubblichiamo di seguito il testo di una delle prediche, apparse su la Croix del 23-24 marzo scorsi, tenute da Frère Christian de Chergé nella Settimana santa del 1994, tre mesi dopo la prima incursione dei terroristi del Gia al monastero di Tibhirine. Delle tre, riportiamo quella tenuta il Venerdì Santo, dal titolo Il martirio dell'innocenza.
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Non è stato sgozzato. No, Dio non ha lasciato la bestia sgozzare la sua tortora (salmo 73). E’ stato torturato, certo, e la sua lenta morte sulla croce fu un duro supplizio... Ma occorre qui evocare le altre raffinate crudeltà che la bestia umana ha saputo inventare contro il proprio simile prima del Calvario, e dopo, e ancora adesso, e così vicino a noi? Dovremo relativizzare queste sofferenze di Cristo che purtuttavia dicono qualcosa di essenziale alla nostra fede? Se queste ci parlano così forte, questo avviene senza dubbio perché vi scorgiamo una testimonianza, un "martirio" di cui noi abbiamo bisogno. "Martirio della carità" lo si è chiamato ieri. Ma l’amore non avrebbe potuto esprimersi altrettanto bene e meglio senza lasciare le delizie del paradiso? Il suo rifiuto dell’amore ha fatto violenza all’uomo. Nella Passione di Gesù, bisogna riconoscere, come Frère Christophe ci invitava a fare domenica, la testimonianza, il "martirio" della non-violenza: la rivincita di un Dio dalle mani nude, inchiodate addirittura.
In verità, è non-violento solo colui che non ha fatto violenza né al cielo né alla terra. Eccoci invitati a celebrare, davanti al cadavere di una umanità violentata da uomini violenti, un’altra testimonianza, della quale noi tutti abbiamo bisogno per sfuggire alla complicità sorniona che la violenza trova in ognuno di noi, la testimonianza, il martirio dell’innocenza.
Certamente, ripenso a quanto constatava Gilles allorché ci siamo ritrovati qui per unire il sacrificio dei Croati a quello di Gesù (il 16 dicembre): "Quest’anno, la strage degli Innocenti ha preceduto il Natale!". Difatti, noi proclamiamo l’innocenza di quei bambini, massacrati perché uno di loro rappresentava una minaccia anonima per il potere. Noi proclamiamo nello stesso momento l’innocenza di quel Bambino, nato nella notte di Betlemme, e che ora ritroviamo nelle tenebre del Golgota. Non diremo, però, che i nostri fratelli croati erano degli ingenui. Non più di noi! Questa innocenza che noi riconosciamo loro, la colleghiamo direttamente al supplizio che hanno subìto: no, non se lo sono meritato! Ci sarebbe voluto un castigo sproporzionato, violentemente inumano, per aiutarci a trovare in essi la traccia dell’innocenza e a proclamarla come fondamento del diritto di ogni uomo al rispetto della propria vita. Rifiutare la pena di morte, anche per i criminali, non volere la morte del colpevole, è confessare questa convinzione. A fortiori, eccoci tutti colpiti, straziati, allorché l’accecamento e l’odio non sanno più quali torture inventare per vendicarsi, o semplicemente per il piacere di veder colare il sangue. Così... un uomo si è unito a quelli del Gia; si vanno a cercare in casa i suoi due fratelli più giovani, di 22 e 17 anni. Qualche giorno dopo, il padre è convocato dalla polizia, che gli restituisce i due cadaveri, barbaramente mutilati, senz’altra spiegazione che la consegna del silenzio. E quanti altri esempi di questo genere! Tanto orrore lascia senza voce. Ci si rimprovera quasi di essere ancora vivi. Cos’hanno fatto, loro, per meritare questo? Cosa abbiamo fatto noi di più o di meno per essere ancora qui, intatti? Ci si dice: "Voi non siete degli stranieri come gli altri, voi religiosi!?. Misera consolazione. In noi, una solidarietà parla più forte del semplice diritto alla vita. Impossibile lavarsi le mani con Pilato: "Sono affari loro. Io sono innocente del sangue di quest’uomo!". "Non sono responsabile", chi può dire questo? Comprendo Janine Chanteur quando rimprovera a Giobbe di gridare la sua innocenza: "Proclamandoti non colpevole con tanta ostinazione, non lo vedi, Giobbe, che sei ancora più inumano... Noi non abbiamo fatto nulla di male e, tuttavia, è colpa nostra!".
La parola stessa "innocente" dice la cosa. Dice la frattura del peccato fin dentro il nostro linguaggio. Nel mondo ellenistico, almeno, si è dovuto inventare una teologia negativa per dire Dio senza troppi antropomorfismi più o meno idolatri; allo stesso modo, noi abbiamo dovuto darci le parole di una antropologia negativa per risalire alla sorgente dell’uomo, lontana da questa natura viziosa che non è che l’ombra del suo contrario originale: non colpevole, non violento, in-nocente, cioè non dannoso, non capace di nuocere. Ma chi dunque è innocente? Come ci si riconosce nel grido di questa madre (Janine Chanteur, sempre), posta di fronte al "dolore innocente" del proprio figlio handicappato: "Come essere innocenti quando la vittima non ha fatto nulla di male?".
Eccoci, dunque, davanti alla "vittima che non ha fatto nulla di male", per accogliere la sua testimonianza, il suo martirio, e scoprire la densità unica e pregnante di questo martirio, quello dell’innocenza. Solo l’amore è degno di fede, è il titolo di un bel libro di Urs von Balthasar. Più profondamente, forse, solo l’innocenza è degna di fede. Questa dignità suprema si è rivelata sotto i nostri occhi, qui, sulla croce. Per dichiararla, basterebbe sapere che non la si condivide. Ma sono abbastanza convinto di essere complice di "questo"? Poveri uomini confusi che siamo: davanti alla croce, ci dichiariamo non colpevoli, come Pilato! Lo lasceremo solo ad accettare di essere messo "nel rango dei colpevoli"? Mi riconosco pienamente in questo paradosso, su cui l’amico Mohamed faceva, questa stessa mattina, la sua preghiera: "Dio, ascoltaci! Scusaci! Perdonaci! Non abbiamo fatto nulla di male!".
Sul Calvario, è un malfattore che mi apre gli occhi: "Lui, non ha fatto nulla di male! Per noi, è giustizia!". E Giuda resta apostolo allorché testimonia: "Ho peccato consegnando sangue innocente". Sono peccatori più grandi quelli che gli rispondono allora: "Che ci importa? E’ affar tuo!" Davanti a quell’Innocente, è impossibile restare fermi al riflesso condizionato consistente nel non rivendicare che le proprie colpe, come nel versetto coranico: "A me i miei atti, a voi i vostri! Voi vi dichiarate innocenti di quel che faccio io. Io mi dichiaro innocente di quel che fate voi" (Corano 10, 41). Giobbe si è difeso palmo a palmo: "Finché respiro, conserverò la mia innocenza" (Giobbe 27, 5). Gli toccherà fare quel cammino di conversione che lo condurrà a tacere, a mettere infine la bocca nella polvere, come il profeta Elia: "Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri!". Sì, Lui solo avrebbe potuto dire: "Io non ho commesso né colpa, né peccato, né il male, Signore!" (Salmo 58). E tuttavia, non si è mai proclamato "innocente". Non si è mai lavato le mani. San Paolo dice anche: "Si è fatto peccato per noi!". Ha solamente posto il problema: "Chi di voi mi convincerà del peccato?". L’innocenza non accusa. E poi, quando su di Lui fu consumata tutta la nostra ingiustizia e tutta la nostra viltà, ha sostenuto la nostra "non colpevolezza": "Padre, perdona loro, non sanno quel che fanno!". L’innocenza che "scusa tutto". E’ allora che il cielo si lacera: l’innocenza dell’uomo e quella di Dio possono manifestarsi congiuntamente: "E’ in questa innocenza, è in questa infanzia eterna che alberga il Mistero di Dio che si rivela in Gesù Cristo -diceva M. Zundel nella lettura di questa notte- e questo Dio, questo Dio che è libero di se stesso, questo Dio che non si guarda mai, questo Dio che non si compiace di sé, questo Dio che non esiste se non donandosi (questo Dio che è dunque tutto l’opposto di quel che il peccato mi ha reso), questo Dio, di quale mondo può essere il Creatore se non di un mondo libero, libero fino alle ultime fibre della sua esistenza?". In effetti, la creazione potrà riprendere il suo posto in questa innocenza divina che è la sua matrice originaria. In arabo la radice del termine "innocente" (barîoun) vuol dire "creare", come in ebraico, tirar fuori dal nulla. Poi, in un secondo tempo, significa guarire, liberare dal male, assolvere. Essa testimonia che l’innocenza perduta può essere recuperata; non è stata distrutta completamente. Essa sussiste da qualche parte, come alla radice di ciascuno. Gesù lo testimonia per noi: Ecce homo! Ed è Pilato a dirlo, "innocentemente", designando in tal modo la nostra innocenza prima e ultima, della quale ecco il "martire", il testimone. Ai piedi della croce, questa innocenza è presente, come fosse in attesa di se stessa. Essa ha un nome e un volto: Maria, la nuova Eva. Essa è pronta a partorirci di nuovo, tutti: "Ecco tua madre!", "dimora del mio splendore", "piena di grazia...".
Venerdì santo, 1° aprile 1994
Frère Christian de Chergé, priore della comunità, 59 anni, monaco dal 1969, in Algeria dal 1971. La personalità forte, umanamente e spiritualmente, del gruppo. Figlio di generale, ha conosciuto l'Algeria durante tre anni della sua infanzia e ventisette mesi di servizio militare in piena guerra d'indipendenza. Dopo gli studi al seminario dei carmelitani a Parigi, diventa cappellano del Sacré Cocur di Montmartre a Parigi. Ma entra ben presto al monastero di Aiguebelle per raggiungere Tibhirine nel 1971. È lui che fa passare l'abazia allo statuto di priorato per orientare il monastero verso una presenza di "oranti in mezzo ad altri oranti". Aveva una conoscenza profonda dell'islam e una straordinaria capacità di esprimere la vita e la ricerca della comunità.

Testamento spirituale del Padre Christian de Chergé Quando si profila un ad-Dio
Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me : come potrei essere trovato degno di tale offerta ? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la "grazia del martirio", il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.
So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.
L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: "Dica adesso quel che ne pensa!". Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.
Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia, et totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!
Insc’Allah
Algeri, 1º dicembre 1993
Tibhirine, 1º gennaio 1994
Christian
http://users.skynet.be/bs775533/scri.../testa-ita.htm