
Originariamente Scritto da
MrBojangles
I "numeri" sono quelli che sono; e l’intera armata tv marcia al seguito del comandante Berlusconi.
I numeri servono agli osservatori delegati al controllo dell’equità (o dell’iniquità) temporale dell’informazione e al garante Corrado Calabrò per le susseguenti sanzioni.
Ma valgono davvero a determinarne la qualità, la forza di persuasione, la falsità e le mille sfumature che l’accompagnano?
Diciamo, per paradosso, che una di queste sere Emilio Fede dedichi 29 minuti a Veltroni, presentandolo come un bravo ragazzo sì, ma vecchio politicante, che rinnega il governo del malvagio Prodi il quale è anche presidente del Pd; che interviene sul caso Alitalia, infischiandosene dell’amor patrio svenduto agli odiati francesi e dei posti di lavoro che invece i combattivi ed eroici (pensa un po’ dove siamo arrivati) sindacati difendono.
E mettiamo che il minuto d’avanzo Fede lo dia a Berlusconi per dire: che il Cavaliere, sacrificando se stesso e la famiglia per comprare Alitalia
(magari con un doveroso contributo di Stato)
difende l’onore italiano; che il «leader del Pdl» ha governato 5 anni e che tutte le sue grandi opere sono state bloccate dall’incapace governo Prodi; che Roma è degradata come non mai
(e chi era il sindaco? Ma guarda, uno che si chiama Veltroni)
che colui che governerà
(ecco la mimica: occhi al cielo, testa che si scuote come a dire: povero Silvio, quale pesante eredità gli tocca)
dovrà rimboccarsi le maniche, ma ce la farà senza «mettere le mani nelle tasche degli italiani», come hanno fatto finora....
Ebbene, in una sola serata Fede avrà riequilibrato i numeri e ripulito i dati Agcom.
Se il Tg4 è un caso limite, a mezzo fra una conduzione assolutamente partigiana e un cabaret informativo, per tutti gli altri tg
(ad eccezione, come accadde durante il quinquennio di dominio berlusconiano, del Tg3)
partendo dai numeri impietosi il discorso è più complesso.
Tanto che bisognerebbe analizzarne persino le sfumature.
Ma è sufficiente dire come questi tg stiano sfruttando la sfavorevole congiuntura
(aumenti dei prezzi, glaciazione di stipendi e salari, tensioni inflattive)
per demonizzare il governo uscente e attivare l’attesa messianica del Salvatore.
Studio Aperto fa di peggio.
Alimenta la nevrosi collettiva, mostrando un paese insanguinato e sanguinario, terrorizzato e inquinato dall’immigrazione, con una gioventù tutta discoteca e piercing, per poi miscelare il risultato con un indecente presentazione di fascinosi modelli di vita: veline, letterine, attricette incintine di calciatori.
Che l’Italia sia un paese intristito, preoccupato e pieno di magagne strutturali, non c’è dubbio.
Ma l’informazione tv non analizza, non propone, non spiega: butta cronisti spesso debuttanti nelle piazze e nei mercati a «raccogliere» gli «umori della gente».
E raccolgono la vecchia battuta qualunquista: piove, governo ladro.
Abbiamo visto signore impellicciate con Vuitton a tracolla dichiarare: «Così non si può andare avanti».
Da un mese non è mai capitato ai microfoni uno che abbia detto:
«Berlusconi? Abbiamo già dato».
O: «Non sono rose e fiori, ma ce la faremo».
Il Tg5 di Clemente Mimun sembra più equilibrato dell’omologo Tg1 di Gianni Riotta.
Il Tg1 appare più pavido che bilanciato ed è probabile che subisca in modo più evidente le molteplici pressioni politiche.
Diciamola tutta: la storia della redazione del Tg1 affonda le sue radici nella lottizzazione, e quelle radici sono ancora solidissime.
In sostanza, non si capisce perché al seguito di Veltroni debba andare un fidato veltroniano, così come dietro Berlusconi sia sempre sguinzagliato un forzista doc.
Mimun ha meno problemi: il suo editore è quello e quando lascia spazio alla concorrenza sembra un miracolo di informazione libera.
Come sempre, il problema «è un altro».
Se Berlusconi non fosse in politica o se il Berlusconi politico controllasse una sola tv (e già sarebbe curioso), non staremmo qui a scriverne.
Se la Rai fosse stata seriamente riformata e tolta dalle zampe della lottizzazione politica, non staremmo, perplessi, a lamentarci.