Ho letto questa recensione e mi ha incuriosito
Diario di un fallito,
di Eduard Limonov, a cura di Marina Sorina
Odradek Edizioni, pp. 176, 13 euro
Mauro Martini
Venerdi' 24 Settembre 2004
“A me personalmente piace solo scrivere, ma neanche sempre. In generale preferisco non far nulla. Preferisco pensare. Ricordare le poesie. Prendere il sole. Mangiare la carne. Bere il vino. Fare l’amore oppure organizzare la rivoluzione. Scrivere, -magari qualche volta”. Eduard Limonov non si è molto discostato nella sua turbolenza vita da questa dichiarazione programmatica che risale alla seconda metà degli anni Settanta e compare nel Diario di un fallito, testo letterario pubblicato nel 1982 e soltanto oggi approdato ad una irrinunciabile versione italiana, curata con passione e competenza da Marina Sorina. Negli ultimi ventidue anni Limonov ha fatto di tutto. L’intellettuale un po’ grassoccio e con gli occhialini tondi che scandalizzava gli ambienti dell’emigrazione russo-sovietica, raccontando in una prosa densa e aperta ad ogni contaminazione le miserie esistenziali dei loro protagonisti, non esiste più da tempo. Oggi lo scrittore ha appena passato la sessantina, ostenta un fisico asciutto e curato e di sicuro ricorda con simpatia le antiche polemiche che lo volevano tra Francia e Stati Uniti agente provocatore del Kgb. Bazzecole in confronto al monumento in cui Limonov è riuscito a trasformare la propria esistenza, quasi come un avanguardista del primo ‘900. Non si è risparmiato nemmeno due anni di galera con l’accusa di aver organizzato un attentato terroristico, circostanza sempre negata, ma un po’ a malincuore, come se il suo Partito nazional-bolscevico, fondato ormai un decennio fa, non fosse naturalmente portato a limitarsi alle mere intemperanze verbali di un organo di stampa, “Limonka”, croce e delizia dell’intelligencija moscovita. E d’altronde Limonov vanta, non si sa esattamente con quale fondamento, una partecipazione armata al fianco dei “fratelli” serbi durante la guerra di Bosnia. Insomma, il vecchio Edichka, lo scrittore anticonformista che si scagliava contro coloro che egli considerava i bacchettoni dell’emigrazione ostentando una sessualità ingorda e onnicomprensiva, è riuscito a diventare quel che aveva sempre sognato, fin dal suo arrivo a Mosca nel 1966, proveniente dalla natia Char’kov, quando per far breccia nella cerchia progressista delle riviste del disgelo si prestava a cucire i pantaloni dei redattori snob e squattrinati delle testate più prestigiose. Oggi Limonov è agli occhi delle generazioni più giovani un autentico mito, costruito non sulla condivisione di idee politiche spesso aberranti, ma sull’apprezzamento della capacità di coerenza estrema, della disponibilità a pagare di persona in una dimensione tutta estetica, ed estetizzante, dell’esistenza. “Virtù” cui lo scrittore conferisce piena espressione letteraria in una nutrita serie di testi dati alle stampe negli ultimi anni. Volumi discontinui, tutti di natura autobiografica, tra i quali spiccano Il libro dei morti e Il libro dell’acqua.
Il Diario di un fallito è l’imprescindibile premessa a ciò che Limonov rappresenta oggi, il testo capitale sicuramente più decisivo di quel Sono io, Edichka, pubblicato nel 1980 e a suo tempo importato in Italia dalla traduzione francese con il titolo, suggestivo ma fuorviante, Il poeta russo preferisce i grandi negri. Fu insulsa la scelta di ignorare l’originale russo per il semplice motivo che la grande novità dello scrittore consisteva nella sua capacità di inventare una lingua ben lontana da quella normatività che all’epoca ancora affliggeva una letteratura per cui molto contava il bello scrivere. Non a caso Andrej Sinjavskij affrontò coraggiosamente la sfida di pubblicare le opere del giovane e controverso autore proprio nell’intento di valorizzarne l’originalità linguistica e immediatamente fu bersaglio delle polemiche di autorevoli esponenti dell’emigrazione che vedevano in quei lavori delle pure e semplici provocazioni. Quanto quelle diatribe fossero inconsistenti lo dimostra la lettura odierna del Diario di un fallito: grazie alla competenza e alla sensibilità della traduttrice si riesce a cogliere a distanza di più di vent’anni la dirompenza di un lungo monologo in cui il “fallimento” denunciato nel titolo si traduce nel consapevole rifiuto di ogni limite. Non c’è modo di fare esperienza del mondo circostante senza ricercarne gli aspetti estremi e ripugnanti, soprattutto nella sfera sessuale che rimane il luogo privilegiato della conoscenza a patto di non farsi condizionare dai canoni riconosciuti della bellezza. D’altronde per Limonov non c’è modo di separare l’esperienza dalla violenza. Una violenza che da un lato è esasperata reazione al mondo occidentale che respinge il giovane emigrato sovietico, ma d’altro lato è l’unico strumento di cui si dispone per far sì che la sfera delle convenzioni non abbia il sopravvento. E’ solo la primordiale violenza del desiderio fisico che consente di abbracciare una fresca vedova e di superare il lutto della recente scomparsa. E’ solo l’odio intenso per la civiltà che può assicurare la speranza di un cambiamento. In un delirio che approda al sogno di assassinare il presidente degli Stati Uniti e che ha come unico punto d’appoggio alla realtà una rigorosa coerenza linguistica. Con buona pace di tutti coloro che continuano a prendere per veri i proclami dell’aspirante Vate Eduard Limonov.
LIMONOV, IL FALLITO CHE VOLLE FARSI VATE 24/09/04 - Lettera22




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