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Discussione: BUON NATALE DI ROMA

  1. #1
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    Predefinito BUON NATALE DI ROMA

    "Ora, è questo: conviene ricordare che se noi abbiamo un particolare destino di essere nati sul finire di questo secolo e vivere queste esperienze in questo particolare popolo, con questa particolare abitudine, dall’abitudine del vestirsi e del mangiare fino a quelle più spirituali, questo non è un caso. È veramente una electio deorum. Sono gli Dèi che ci hanno spinto a nascere in questo momento in questa cultura e in questo popolo. E dobbiamo, in un certo modo, restituire a Loro la grazia che Essi ci hanno dato. È necessario far rinascere la nostra razza, perché la nostra razza è stata sovente confusa con una razza animale. Noi non siamo degli animali. E anche se avessimo il volto di pellirossa o di persiani o di polinesiani, noi siamo Romani, perché abbiamo, prima di nascere, eletto di essere Romani. Altrimenti non saremmo nati Romani. E anche non parlo di Roma come città, ma dico Roma come realtà spirituale. Ora riconoscere questo implica tre ordini di doveri.
    Costantemente mantenersi presenti dentro la propria pelle, esercitarsi, avere una condotta particolare, disprezzare il facile comodo, disprezzare l’inutile lusso, essere uomini raffinati, ma essere uomini fermi. Mantenere la fedeltà della parola. E nel fisico esercitarci a combattere."

    Pio Filippani-Ronconi

  2. #2
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    Predefinito Rif: BUON NATALE DI ROMA

    Virgilio, "Lode all'Italia"
    Dal libro II delle "Georgiche" (215-277)

    Ma nè le selve rinomate e il ricco
    Suol de la Media, nè l’ameno Gange,
    Nè il torbid’Ermo di dorate arene,
    Nè il Battro o l’India, nè l’Arabia tutta
    Pingue d’aromi pareggiar le lodi
    De l’Italia potran. Questi felici
    Luoghi arati non furono da tori
    Spiranti foco, nè d’immane drago
    Videro uscir da i seminati denti
    Orrida messe di guerrieri e d’aste;
    Ma le campagne lor di bionde spiche
    Coperte lussurreggiano, e di vigne,
    E d’oliveti, e di fecondi armenti.
    Qui generosi e fervidi destrieri
    Veggionsi errar pei campi ergendo
    L’alta cervice, e là candide gregge
    E bianchi tori pascolar, di Giove
    Ostia maggiore, che sovente aspersi
    De l’onde tue, sacro Elitumno, e cinti
    Di fior le corna per le vie di Roma
    Guidano al tempio i trïonfali cocchi.
    Qui ne l’inverno ancor tepida regna
    La primavera, e prolungato usurpa
    L’estate i mesi altrui; due volte i frutti
    Su le piante maturano, e due volte
    Soglion ne l’anno partorir le agnelle.
    Nè qui tana, o natal non ha rabbiosa
    Tigre, o fiero leon, nè in torti giri
    Squammoso drago sibilando striscia,
    Nè incauta man fra le salubri coglie
    Venefic’erba. Aggiungi a ciò le tante
    Cittadi egregie e monumenti illustri
    D’arti operose e fabbricate rocche
    Su l’erte rupi, e tortuosi e vasti
    Fiumi lambenti il piè d’antiche mura.
    Forse l’adriaco mar, forse il tirreno
    Che del felice suol la doppia costa
    Bagnano circondando, o i tanti laghi
    Che chiude in sen, ricorderò? Te forse,
    Massimo Lario, o te Benaco, i flutti
    Imitante ed il fremito marino?
    O forse i porti ed al lucrino seno
    Le molli aggiunte a rintuzzar l’orgoglio
    De lo sdegnoso mar, là dove ei freme
    Da l’onda giulia risospinto, e imbocca
    Le aperte foci del vicino Averno?
    Questo stesso terren ricche di rame
    E d’argento nutrì miniere e d’oro:
    Questo produsse di guerriero seme
    Robuste genti, e i popoli Sabini
    E i Marsi arditi, ed al travaglio avvezzi
    I Liguri, e di spiedo i Volsci armati:
    In questo ebbero cuna i Decii, e i Marii,
    E gl’invitti Camilli, e i due Scipioni,
    Fulmini in guerra, e tu fra questi, o divo
    Cesare, tu che ne l’estreme spiagge
    Ora de l’India vincitor l’imbelle
    Da le romane rocche Indo allontani.
    Salve, o feconda d’ogni frutto, salve
    Ricca madre d’eroi, saturnia terra.
    A te lodati studii ed arti avite
    Intraprendo a cantar, novelle fonti
    Schiudere osando, e tessere primiero
    Tinto d’ascréi color carme romano.

  3. #3
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    Predefinito Rif: BUON NATALE DI ROMA

    Grazie, buon Natale di Roma a tutti.
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  4. #4
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    Predefinito Rif: BUON NATALE DI ROMA

    Citazione Originariamente Scritto da Bisentium Visualizza Messaggio
    "Ora, è questo: conviene ricordare che se noi abbiamo un particolare destino di essere nati sul finire di questo secolo e vivere queste esperienze in questo particolare popolo, con questa particolare abitudine, dall’abitudine del vestirsi e del mangiare fino a quelle più spirituali, questo non è un caso. È veramente una electio deorum. Sono gli Dèi che ci hanno spinto a nascere in questo momento in questa cultura e in questo popolo. E dobbiamo, in un certo modo, restituire a Loro la grazia che Essi ci hanno dato. È necessario far rinascere la nostra razza, perché la nostra razza è stata sovente confusa con una razza animale. Noi non siamo degli animali. E anche se avessimo il volto di pellirossa o di persiani o di polinesiani, noi siamo Romani, perché abbiamo, prima di nascere, eletto di essere Romani. Altrimenti non saremmo nati Romani. E anche non parlo di Roma come città, ma dico Roma come realtà spirituale. Ora riconoscere questo implica tre ordini di doveri.
    Costantemente mantenersi presenti dentro la propria pelle, esercitarsi, avere una condotta particolare, disprezzare il facile comodo, disprezzare l’inutile lusso, essere uomini raffinati, ma essere uomini fermi. Mantenere la fedeltà della parola. E nel fisico esercitarci a combattere."

    Pio Filippani-Ronconi
    Per curiosità, questa dove l'hai trovata?
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  5. #5
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    Predefinito Rif: BUON NATALE DI ROMA

    Mi rispondo da solo:

    Le Mesnie d'Hellequin
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  6. #6
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    Predefinito Rif: BUON NATALE DI ROMA

    Orazio, "Carmen Saeculare"

    O Febo, decoro luminoso del cielo,
    e Diana, signora dei boschi, sempre
    onorati e venerabili, esaudite le nostre preghiere
    in questo tempo sacro,
    nel quale i vaticini della Sibilla esortarono
    le fanciulle elette e i casti fanciulli
    a recitare un carme per gli dei, ai quali
    furono graditi i sette colli.
    O Sole che dai la vita, che con il carro lucente
    mostri e celi il giorno, e che vecchio e
    nuovo risorgi, possa tu mai vedere nulla
    più grande della città di Roma.
    Dolce schiudi secondo il rito i parti
    maturi, o Ilitia, proteggi le madri,
    o come gradisci essere chiamata,
    Lucina o Genitale.
    O dea, fa' crescere la gioventù e favorisci
    i decreti del senato, e in più, con la legge sul matrimonio
    e l'unione delle donne, la vita
    per una nuova e fertile discedenza,
    affinché al compiersi di centodieci anni
    ritornino i canti e i giochi affollati
    per tre giorni limpidi ed altrettante
    tre notti piacevoli.
    E voi, o Parche, sincere nel profetizzare
    ciò che è deciso per sempre
    aggiungete altri buoni destini
    a quelli già compiuti.
    La Terra fertile di frutti e di bestiame
    regali a Cerere una corona di spighe;
    le piogge salutari e le brezze del cielo
    ne nutrano i prodotti.
    Riposta l'arma, o Apollo, ascolta
    sereno e tranquillo i fanciulli in preghiera;
    o Luna, regina degli astri,
    dà ascolto alle fanciulle.
    Se Roma è opera vostra e gruppi di Troiani
    hanno occupato la costa Etrusca,
    salvaguardate gli ordini di emigrare
    e di lasciare la propria città con un viaggio,
    per il quale, senza inganno, il pio Enea,
    superstite della patria, ha aperto ai rimanenti
    un sicuro percorso attraverso Troia in fiamme
    che gli avrebbe dato di più;
    o dei, date buoni costumi alla docile gioventù,
    o dei, concedete alla vecchiaia una placida quiete,
    e donate al popolo di Romolo potenza, prole
    e ogni gloria.
    E che il sangue puro di Anchise e di Venere,
    vittorioso su chi gli muove guerra e mite con il nemico
    sconfitto, ottenga le cose che vi chiede
    con tori bianchi.
    Oramai per terra e per mare il persiano
    teme la sua potente mano e le asce albane,
    oramai gli Sciti e gli Indiani, recentemente superbi,
    attendono la sentenza.
    Che ormai la Fede, la Pace, l'Onore
    e l'antica e perduta Virtù voglia tornare
    e felice appaia l'abbondanza
    con il suo corno ricolmo.
    Febo, profeta ornato di un arco splendente,
    seduto fra le nove Muse,
    che con la sua arte risolleva
    le stanche membra del corpo,
    se guarda sereno gli altari Palatini
    prolunga sempre di secolo in secolo
    e in meglio il tempo della fortuna
    dell'Impero Romano,
    e Diana, che domina l'Aventino e l'Algido,
    esaudisce quindici preghiere degli uomini
    e porge orecchio benevolo
    alle offerte dei fanciulli.
    Torno a casa con la speranza viva e sicura
    che Giove e tutti gli dei sentano queste cose,
    e che il coro istruito canti le lodi
    di Febo e di Diana.

  7. #7
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    Predefinito Rif: BUON NATALE DI ROMA

    21 APRILE, NATALE DI ROMA
    Tipo: Festa - Festività
    Inizio: sabato 17 aprile 2010 alle ore 20.00
    Fine: mercoledì 21 aprile 2010 alle ore 23.00
    Luogo: vari luogi ed orari
    Città/Paese: Rome, Italy

    Descrizione Cosa è l’ARSI?
    L’ Accademia Romana di Studi Italici, è un sodalizio culturale che ha per finalità la diffusione della conoscenza, in Patria e nel mondo, del patrimonio culturale italiano, con attenzione particolare a quello che fu il il mondo delle origini italiche, prima e romane, poi.

    Commemorazione per il 21 Aprile NATALE DI ROMA, MMDCClXIII a.U.c.

    Sabato 17 Aprile
    ore 20,00
    in collaborazione con l'Associazione Tradizionale "PIETAS" presenta l'opera teatrale RUMON, SACRAE ROMAE ORIGINES di Roggero Musumeci Bravo della Compagnia "TeatroNonConforme" in Via Cassia 1768 presso il "Templum Minervae" . Illustrerà l'opera il dr. Umberto Bianchi.

    Lunedì 19 Aprile
    ore 20,00
    in collaborazione con il "CIRCOLO FUTURISTA" presenta l'opera teatrale RUMON, SACRAE ROMAE ORIGINES di Roggero Musumeci Bravo della Compagnia "TeatroNonConforme" in Via degli Orti di Malabarba 15 (zona Casalbertone ). Illustrerà l'opera il prof. Mario Giannitrapani.

    Martedì 20 Aprile
    ore 20,00
    presenta l'interessante opera pubblicata postuma di Marco Baistrocchi
    "Il Cerchio Magico, riti deambulatori in Roma antica" presso la Libreria ASEQ, Via dei Sediari 10, tel 06 6868400. Presenteranno il libro il prof. Mario Giannitrapani ed il prof. Renato Del Ponte.

    Mercoledì 21 Aprile
    ore 9,30
    visita guidata ai Fori Romani: appuntamento ingresso di Via dei Fori Imperiali, Piazza Romolo e Remo. Guideranno la passeggiata storico-archeologica-rituale il prof. Ernesto Roli ed il prof. Federico Gizzi.
    ore 12,30
    rappresentazione/ri-Evocazione presso il Tempio di Ercole Olivario,Piazza Bocca della Verità, sul tema: Natale di Roma.
    Declamazione del "De reditu " di Rutilio Namaziano dell'attore Emidio Lavella;
    conferenza della dr.ssa Domitia Lanzetta; a seguire officium .
    ore 14,00
    pranzo conviviale presso la trattoria "la forchetta" in Via San Martino ai Monti, traversa di Via Merulana.
    ore 20,00
    in collaborazione con il "FORO 753" presenta l'opera teatrale RUMON, SACRAE ROMAE ORIGINES di Roggero Musumeci Bravo della Compagnia "TeatroNonConforme" in Via Beverino 49 (zona Torrevecchia). Illustrerà l'opera il prof. Vittorio de Pedys, Presidente dell'ARSI, Accademia Romana di Studi Italici.

  8. #8
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    Predefinito Rif: BUON NATALE DI ROMA

    Citazione Originariamente Scritto da Aristocle Visualizza Messaggio
    Mi rispondo da solo:

    Le Mesnie d'Hellequin
    Il fatto che io parli della romanità e, soprattutto, dei Romani dipende dal fatto che si presenta in questo momento, in questo particolare periodo, direi, di marciume, di putrescenza di quelle che sono le strutture anche statuali di una nazione come la nostra, si presenta una urgenza; che è quella di abbeverarsi alle fonti della nostra gente, della nostra razza e delle nostre idee in modo da poter trarre non solo l’incitamento - il che è abbastanza normale - ma trarre una specie di guida interiore che agisca dentro di noi come fantasia morale. Fantasia morale significa agire senza delle idee preconcette; significa sentire...

    … ciò che mi impelle a parlare dei Romani è una constatazione: la origine dell’essere romano è veramente un mistero. Lì non è a dire “i Romani sono una varietà delle culture create dai popoli arii”, non basta questo. Perché di popoli arii l’Europa era piena. C’avevamo i Celti sulle spalle, di là dai Celti c’erano i Germani, gli Illiri, i Baltoslavi, e via discorrendo. Certamente gli Umbri avevano una cultura di gran lunga superiore a quella dei Romani, anche una cultura magico-religiosa profondamente articolata. Chi legga con attenzione le Tavole Eugubine resta semplicemente stupefatto di questa meravigliosa cultura interiore per cui la Terra, il Cielo e gli uomini formavano una unità. E formavano una unità che funzionava.
    Ora, i Romani sono veramente una specie di cosa strana, sono una anomalia. Perché noi alla radice del popolo romano non troviamo tanto una razza, quanto un foedus, quanto un atto spirituale, una alleanza. Anche le storie tradizionali che narrano di Roma raccontano che c’erano i Titii, i Luceres e i Ramnes, che erano tre popoli differenti. I Titii erano certamente degli umbro-sabini, i Ramnes erano casa nostra, erano i Romani, i Luceres erano probabilmente degli Etruschi, fra l’altro che Luceres ha la stessa radice di Luchmon, che è Lucumone.

    Quindi noi non abbiamo un fenomeno, diciamo così, terrestremente naturale... da questo terreno viene fuori abitualmente questa pianta. La pianta romana è un’anomalia. Perché la pianta romana pur agendo e muovendosi con la perfetta normalità, ma una normalità sovraccaricata, è riuscita a sviluppare delle attitudini propriamente spirituali che la loro - diciamolo chiaramente - incultura rispetto ai popoli che erano vicini - Etruschi, Umbri, Greci - la loro incultura avrebbe reso impossibile. Era veramente un elemento molto particolare e molto speciale. Possiamo dire che i Romani erano figli di un destino. I Romani son nati praticamente da una leggenda. Da una leggenda che è stata contestata già nell’antichità, ma non è stata mai demolita. Adesso dagli scavi recenti fatti a Sant’Omobono poi ad Ardea ed altri luoghi, a Lavinio, si è visto che la famosa favola di Enea era vera. Io stesso son stato un giorno con molta fortuna nelle viscere del Campidoglio, ho trovato dei cocci che erano praticamente dei cocci micenei. Quindi Roma esisteva prima ancora di essere. Lo stesso nome Roma non sappiamo cosa vuol dire. Scartata la etimologia dorica di forza, sì Roma potrebbe corrispondere al greco reuma che vuol dire lo scorrimento del fiume. Qualsiasi radice. Io potrei anche dire che Roma significa l’urlo dalla radice sanscrita ru, e via discorrendo. Ma c’è veramente un mistero. E il mistero è tanto più profondo, il mistero della romanità... infatti i Romani eran delle persone perfettamente normali. Erano uomini profondamente religiosi. Noi diremmo, o qualcuno direbbe, - sto tirando fuori Aristotile, fuori caso - che i Romani erano molto superstiziosi. Sì, perché erano superstiziosi, direi, proprio perché presso di loro tutto quello che era retaggio - eaque supersunt - era stato da loro accolto ed elaborato.

    Ma pensate il miracolo straordinario di questo popolo che dal 509 a.C. quando i Re furono espulsi fino, più o meno, al 250 a.C. ha cambiato in tale modo la propria lingua da far dire a Jacopo Devoto che la lingua di Roma è più mutata in quel periodo - periodo in cui eran Romani, non son stati dominati da nessun altro popolo - molto più cambiata in quel piccolo periodo che da allora a oggi. Nel senso che un uomo di trecento anni avanti Cristo, duecento anni avanti Cristo, riuscirebbe, con un po’ di attenzione, a capire il nostro italiano. Mentre non avrebbe capito il suo antenato di trecento anni prima. Eppure c’è una continuità. Non si è spezzato questo nastro. Ora io non è che dica questo per dire “Figlioli cari, nos possumus equidem latina eloquia possumus autem italicae colloquiare”. No, non è questa la cosa importante. Quello che è importante è il fatto che quello che conta della romanità è il suo spirito. E soprattutto quello che conta per noi è quello di ritrovare quel filo occulto che ci permette di collegarci con gli autori della nostra civiltà. Indipendentemente se noi, poi, personalmente siamo Longobardi di origine, o Goti o quello che sia. L’essere romano significa essere una razza spirituale. È un atto dello spirito l’essere romano. Un atto dello spirito che, poi, scendendo nella profondità, ne permea l’anima. Dal nous, dallo spiritus si scende nell’anima e dall’anima foggia anche il corpo.

    È che, a un certo momento, in seguito, proprio, a uno di quei mutamenti, che sono mutamenti storici, politici, razziali e talvolta addirittura climatici, a un certo momento c’è stato un grande rimescolamento in una zona del Mediterraneo, la zona orientale, che si è configurato praticamente nelle successive distruzioni della città di Troia. E il crollo, o meglio detto, proprio, la frana di questa civiltà antica che veniva sopraffatta da un’altra civiltà indoeuropea che era la civiltà greca. La civiltà greca ancora a livello puramente barbarico. I greci venivano dal nord, stavano completamente nudi, o seminudi, e deridevano i Traci e i Frigi, come li chiamavano madentes myrrae, che gocciolavano di mirra, portavano le brache e la tunica dipinta in testa. E questo crollo ha portato una risonanza. Una risonanza che è giunta fino alle nostre coste. Ora molti possono dire “È una semplice leggenda, è una favola. Il popolo latino, il popolo romano si son formati naturalmente per commistioni, per ragioni economiche, e via discorrendo”. Quindi le ragioni cosiddette naturali. Però vi dico una cosa: la natura è la linea orizzontale, l’uomo è una linea verticale. Che noi siamo cresciuti su questo terreno di cultura è anche ammissibile. Però l’orientamento della romanità è una cosa totalmente differente, perché l’orientamento dell’uomo romano era un orientamento volto a consacrare in primo luogo lo spazio dove viveva; i rapporti sociali con i suoi con-Romani, gli altri Quiriti; e soprattutto essere in rapporto costante con gli Dèi dell’Alto e gli Dèi del Basso.

    Però il simbolo è qualcosa di più. Il simbolo è praticamente il risvegliatore di una potenza magica. I Romani si sentivano in quel momento, il ponte era chiuso, le porte della città erano chiuse, i Romani si sentivano tutti conclusi come se fosse una cerchia magica. Loro evocavano il potere primordiale della stirpe, il quale avrebbe indicato loro che cosa dovevano fare.

    Quando il romano antico guardava il cielo distingueva la sinistra dalla destra, il sud, il nord, l’est, l’ovest eccetera, ma lo fa con un atto sacro, che è un atto magico. C’è praticamente una adeguatio animi ad re. Vi è lo spirito interiore che si plasma e si modella al mondo che ha attorno. E quindi questo mondo viene a far parte di Sé medesimo. Chiunque di noi che sia salito sul Palatino o sia andato sulle nostre montagne tante volte avrà avuto il senso del suo rapporto profondo con lo spirito dei luoghi. E lo spirito dei luoghi è anche semplicemente quello di un piccolo ruscello che corre giù per le montagne. E noi sentiamo talvolta che questa terra nella quale riposano i nostri antenati, sulla quale si ergono gli edifici fatti da essi - pensate all’Istria alla Dalmazia, che sono le più belle regioni del Mediterraneo, con tutti quegli edifici ormai diventati inutili a cui vorremmo ridare voce - noi sentiamo che la loro esteriorità fa parte della nostra interiorità.

    Noi abbiamo allora la immagine del rex in cui i poteri civili, militari erano congiunti, che era il rappresentante di tutto questo popolo non sorto naturaliter da una razza animale bensì sorto per un foedus, unito, proprio fatto assieme, riunito per una parola di fedeltà data l’uno all’altro, il quale determina lo spazio nel quale si trova. Questo è la cosa meravigliosa dei Romani: il fatto che i Romani conquistassero il mondo determinando e denominando i paesi che andavano conquistando. Io mi ricordo che una volta ebbi una lunga conversazione con un latinista emerito, il quale si dilettava naturalmente anche di storia romana, ed egli mi disse: “Ma non trovi straordinario che quando i Romani arrivarono, per modo di dire, a Vetralla, contemporaneamente arrivavano ad Anzio. Quando arrivarono, secoli dopo, in Spagna contemporaneamente occupavano la Dalmazia. Quando scesero giù nell’Africa pingitana contemporaneamente occupavano l’Asia Minore”. C’è questa crescita naturale che indica una capacità di intuire lo spazio. Perché insomma coloro che decidevano tutte queste belle cose, fino ed escluso il tempo delle guerre civili ulteriori, erano dei gruppi di robusti contadini con i calli alle mani ed ai piedi, della gente robusta, dura che sapeva molto bene zappare la terra e farla zappare ai proprio schiavi, mangiava delle cose che facevano ridere i Greci, che era della gente piuttosto rozza, semplice e primitiva la quale però aveva il senso della propria presenza, della propria potenza, ed aveva il senso della Terra.

    Cioè vi è sempre stato per il romano un rapporto fra quella che è la Terra, le potenze ctonie, e il mondo celeste. Vi è sempre stato questo rapporto. Per cui noi vediamo delle figure di uomini che non riusciamo assolutamente a comprendere come non morissero di disperazione come, non so, quando furono assediati in Armenia - al tempo di Coubuloni, di Cesenio Teto - furono assediati da Armeni che improvvisamente avevano cambiato opinione e parere e in più Persiani di ogni genere e colori, i Parti, questa gente non si sono assolutamente persi d’animo. Quante volte durante le campagne delle Gallie sono stati sul punto di perdere tutto. Giulio Cesare disse addirittura che se Vercingetorige non fosse uscito quel giorno, il giorno dopo i Romani si sarebbero dovuti ritirare. Ora, considerate che ogni uomo romano portava sulle sue spalle, oltre ai vectigalia e le cose per mangiare, quattro o cinque pali semplicemente per fare lo steccato la sera. Perché quando calava il sole i Romani ricostruivano fisicamente una fortezza. Ma questo non era tanto per pararsi da attacchi improvvisi, quanto per possedere il terreno e consacrarlo. Il piantare un palo, l’impiantamento, come si dice in latino?, pactio, proprio pactio, come pactus, cos’era? Il rapporto che io ho con gli altri e con gli Dèi. Quindi la fides, poi con il mondo degli Dèi. Nel campo degli uomini quello che domina è lo ius, nel campo degli Dèi ciò che domina è il fas. Sono i due piani, il piano terrestre e il piano celeste. Ora, quello che realmente, su cui conviene riflettere, è questo senso profondo di interiorizzazione dell’ambiente e allo stesso tempo di proiezione della propria interiorità sul luogo dove ci si trova.


    La Roma antica e la natura dell’essere romano non nasce dalla natura animale: è stato un atto di volontà. Un atto di volontà che è stato consacrato da due atti: un atto giuridico per cui gli uomini si son dati reciprocamente la fides e un atto sacrale che era la pax deorum. Pax in latino non significa la “pace” e tantomeno significa l’ipocrita anglosassone peace, invocato dai vari tiranni che vanno dall’India fino al cuore dell’Africa. La “pace” significa un’altra cosa: lo “stare in rapporto con gli Dèi”, la pax deorum.

    Io non è che qui vengo a fare - vedete che non sono rivestito della porpora, nulla del genere - un’apologia di un periodo che, in quella forma, era finito. Che fosse bene o fosse male in quella forma era finito. Io non sto neppure a strologare sul fatto che Romolo abbia fatto bene o male ad ammazzare suo fratello Remo. Però il fatto è avvenuto. E il fatto ha rappresentato una categoria fondamentale a cui i Romani hanno obbedito fino ad Alarico, fino al saccheggio di Roma. Cioè che nel pomerio nessun uomo potesse né costruire né metterci i piedi sopra. Il saltare sul fosso è un atto di dichiarazione di guerra. Non contro i Romani ma contro gli Dèi.

    Ora, è questo: conviene ricordare che se noi abbiamo un particolare destino di essere nati sul finire di questo secolo e vivere queste esperienze in questo particolare popolo, con questa particolare abitudine, dall’abitudine del vestirsi e del mangiare fino a quelle più spirituali, questo non è un caso. È veramente una electio deorum. Sono gli Dèi che ci hanno spinto a nascere in questo momento in questa cultura e in questo popolo. E dobbiamo, in un certo modo, restituire a Loro la grazia che Essi ci hanno dato. È necessario far rinascere la nostra razza, perché la nostra razza è stata sovente confusa con una razza animale. Noi non siamo degli animali. E anche se avessimo il volto di pellirossa o di persiani o di polinesiani, noi siamo Romani, perché abbiamo, prima di nascere, eletto di essere Romani. Altrimenti non saremmo nati Romani. E anche non parlo di Roma come città, ma dico Roma come realtà spirituale. Ora riconoscere questo implica tre ordini di doveri.
    Costantemente mantenersi presenti dentro la propria pelle, esercitarsi, avere una condotta particolare, disprezzare il facile comodo, disprezzare l’inutile lusso, essere uomini raffinati, ma essere uomini fermi. Mantenere la fedeltà della parola. E nel fisico esercitarci a combattere.

    Cioè fondate, fatevi una cultura solida, che non sia una cultura puramente, così, trasmessa, una cultura solida. Una cultura che vi permette di essere dei capi. Se ci sono dieci uomini e uno di voi sta in mezzo, egli è il capo. E allo stesso tempo forgiatevi il vostro corpo. Pensate a magnis itineribus, i militi romani che raggiunsero in dodici giorni il lago di Ginevra. Marciando. Ricordate che i Romani portavano sessanta chili sulla schiena.

    Consideratevi un gruppo di ufficiali, di giovani ufficiali, perché voi siete questo. Questo è quello che può far rinascere un germe in questa nazione. Questa nazione è quello che è. È un coacervo di debolezze e di forze. Quando si mettono tre pali assieme che sono forze, allora si può costruire un Colosseo. Quello che è importante è far nascere Roma entro l’Italia. Ora, spesso la nascita e lo sviluppo di Roma entro l’Italia significò la distruzione dell’Italia. Ma vale la pena di distruggerla se costruiamo qualcosa che regga i secoli?
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  9. #9
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    AVGVRI ROMA!

    PAX DEORUM!

    Atlantideo

  10. #10
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    Predefinito Rif: BUON NATALE DI ROMA

    Che noi si sia sempre degni della grandezza di Roma!
    Preferisco di no.

 

 
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