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    Predefinito Appello processo spartacus

    di Roberto Saviano - 18 giugno 2008
    Il processo ai padroni di Gomorra Domani le sentenze sui Casalesi.Una condanna sarà un colpo al cuore per il clan. A Francesco Schiavone resteranno due possibilità: morire in carcere o pentirsi.



    SPARTACUS è il nome del processo che domani o dopodomani giungerà all'inizio della fine. Si chiuderà la prima parte, verranno lette le prime sentenze di secondo grado. 31 imputati, per sedici dei quali è stato chiesto l'ergastolo, il processo di mafia più importante degli ultimi vent'anni. Spartacus: il nome non è stato scelto a caso. È un omaggio a Spartaco, il gladiatore tracio che nel 73 avanti Cristo insorse contro Roma. Partendo dalla scuola gladiatoria di Capua con un pugno di uomini, riuscii a raccogliere schiavi, liberti, gladiatori d'ogni parte del meridione.

    Che un processo prenda il nome di un ribelle, di uno schiavo fuorilegge che sfidò Roma - la culla del diritto - è qualcosa di unico per la storia della giustizia. Questo processo è stato chiamato Spartacus con l'idea che il diritto potesse liberare queste terre schiave dal potere dei clan e dell'imprenditoria criminale. Con il sogno che un processo potesse innescare la sollevazione di un territorio, credendo che la vera rivoluzione qui consista nella possibilità di agire legalmente: senza sotterfugi, alleanze, raccomandazioni, appalti truccati e aziende dopate dal mercato illegale.

    Spartacus è il risultato di una enorme indagine condotta dal 1993 al 1998 dalla Procura Antimafia di Napoli, ossia dai Pm Federico Cafiero De Raho, Lucio Di Pietro, Francesco Greco, Carlo Visconti, Francesco Curcio e poi Raffaele Cantone, Antonello Ardituro, Marco Del Gaudio e Raffaello Falcone. E mentre molta parte l'Italia e d'Europa continuerà a pensare che si sta celebrando un processo contro una banda criminale, l'ennesima del sud Italia, in realtà le carte processuali, le audizioni, i più di mille imputati nelle gabbie, parlano di un potere enorme che va considerato una delle avanguardie dell'economia di questo paese.

    In uno dei passi più significativi del processo Spartacus un teste da la lettura chiara del controllo economico del territorio: PM: Senta e quando vi dava la notizia che c'erano dei lavori, voi che cosa facevate? TESTE: La prima cosa che si faceva era sapere il nome dell'impresa che doveva eseguire i lavori. Poi chiaramente questa persona veniva chiamata, si chiudeva il lavoro e i soldi che doveva dare all'organizzazione e in più dicevamo dove rivolgersi nella zona per prendere il cemento...

    Soldi per poter lavorare sul territorio e poi cemento per poter costruire, imprese, subappalti. Ecco il loro impero. Lello Magi è il magistrato che ha redatto la motivazione della sentenza di primo grado del processo Spartacus. Nelle sue carte si trovano i grandi affari, i nomi delle aziende - la Bitum Beton, la General Beton, l'Annunziata Calcestruzzi. I maggiori investimenti pubblici sono stati realizzati dalle imprese del clan dei casalesi.

    E tutto emerge in questo processo. Dalla realizzazione di numerose infrastrutture stradali come la Nola-Villa Literno, il raccordo con, l'autostrada A1 Roma-Napoli, e persino il carcere di Santa Maria Capua Vetere. I Casalesi hanno costruito il carcere con le loro imprese. Carcere che avrebbe poi raccolto soprattutto i loro affiliati.

    Quando il commissario straordinario di Governo inizia a progettare l'esecuzione dell'arteria Roma-Napoli, la spesa iniziale è di settanta miliardi di lire. Il costo effettivo, dopo cinque anni di lavoro, sarà di duecentoquaranta miliardi. Le imprese che in subappalto lavorano a quest'arteria sono del clan dei Casalesi e le imprese che non lo sono per lavorare pagano una tangente al clan. Così con questo meccanismo di drenaggio di soldi pubblici e con il meccanismo delle estorsioni, le loro imprese edili, i loro alberghi, le loro aziende di trasporto diventano le migliori d'Italia e i loro broker investono e costruiscono in tutto il mondo.

    In soli due procedimenti contro la famiglia Schiavone nell'agosto del 1996 furono sequestrati beni per 450 miliardi di lire e, un anno dopo, nell'agosto 1997, altri 515 miliardi. Quei 500 milioni di euro odierni sequestrati in due estati a uno solo dei clan che compongono il cartello dei Casalesi, sono una cifra che avrebbe messo in ginocchio qualsiasi gruppo imprenditoriale. Invece gli Schiavone e con loro i Casalesi continuarono a prosperare. La stima fatta dalla Dda di Napoli parla di un attuale fatturato di circa 30 miliardi di euro. Non più milioni di euro, ma miliardi.

    Un gruppo che ha saputo infiltrarsi ovunque. Investire nel settore immobiliare a Parma e costruire nel centro di Milano. Sversare i rifiuti tossici arrivati da ogni parte del nord Italia, come emerge sin dalla prima inchiesta che nel 1992 portò a scoprire - attraverso le indagini del pm Franco Roberti - che i rifiuti tossici finiti nel casertano partirono da Thiene, nel Vicentino, sino a quelle del 2008 sullo sversamento illegale di ottomila quintali di fanghi dell'Acna di Cengio, vicino Savona, e scarti di lavorazione del poliestere. E poi l'alleanza con Cirio e Parmalat, la distribuzione controllata dal clan in gran parte del centro sud che garantiva un monopolio di imprese alimentari in cambio di una "estorsione".

    Ma queste vicende sono solo collaterali allo Spartacus. Questo processo riguarda vicende che vanno dalla morte del capo storico dei casalesi, Antonio Bardellino, nel 1988 sino al 1996. C'erano voluti quasi dieci anni per accertare quei fatti, e per chiudere il primo grado del processo, nel 2005. Il giorno della sentenza di allora ricorda quello che sta accadendo di nuovo in queste ore. Circa duecento tra carabinieri e poliziotti. Cani antibomba, tiratori scelti, volanti, elicotteri.

    Un processo che ha visto complessivamente in questo e negli altri procedimenti paralleli 1.300 indagati, partito dalle dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone. Seicentoventisei udienze complessive, 508 testimoni sentiti, più 24 collaboratori di giustizia, di cui 6 imputati. 90 faldoni di atti acquisiti. Una inchiesta-madre che ha generato decine di processi paralleli: omicidi, appalti, droga, truffe allo Stato.

    Nacquero nella seconda metà degli anni 90', Spartacus 2 e Regi Lagni, l'inchiesta sull'opera di recupero dei canali borbonici che per anni permise ai clan - secondo le accuse - di usare i loro appalti miliardari non per risistemare i canali ma dislocare miliardi di lire verso le loro imprese edili che, da lì in avanti, sarebbero divenute vincenti in tutt'Italia.

    E poi il processo Aima, le truffe che i clan Casalesi avevano fatto nei famosi centri dello "scamazzo", ossia dove la comunità europea raccoglieva la frutta prodotta in eccesso dando in cambio un indennizzo ai contadini. Nei grandi fori dove veniva buttata la frutta i clan gettavano invece immondizia, ferro, rimasugli di lavori edili. Prima però tutta la schifezza se la facevano pesare: incassando i soldi di indennizzo e continuando a vendere ovunque la frutta dei loro appezzamenti. Poi, per la prima volta furono sequestrate come beni della camorra anche due società di calcio: l'Albanova e il Casal di Principe.

    Questo era stato il processo di primo grado: 21 gli ergastoli, oltre 750 anni di galera inflitti. Persino le carte processuali da trasmettere ai giudici d'appello, i 550 faldoni contenenti gli atti del procedimento nel novembre 2006, hanno avuto bisogno di un camion blindato e scortato dai carabinieri per portare i documenti da Santa Maria Capua Vetere a Napoli. Tutto questo era accaduto nella sostanziale indifferenza dei media nazionali ed internazionali.
    Per questo secondo grado non sarà così.

    I nomi dei boss, delle loro aziende, i nomi dei loro delitti non passeranno solo sulla stampa locale, non avranno solo vita d'inchiostro nei documenti processuali. Verranno conosciuti, saranno resi noti, non saranno soltanto passaggi sul rullo continuo e indifferente dell'informazione. E infatti il fastidio per l'attenzione, la loro assoluta ripugnanza di finire sotto i riflettori nazionali ha avuto dimostrazione e prova ieri nelle parole del capo del clan Francesco Schiavone Sandokan. Durante l'ultima udienza ha chiesto di poter rinunciare ad assistere perché "non sono una fiera in gabbia". Sa che quando allo show si toglie la faccia del capo, si perde almeno la metà dell'attrattiva mediatica e con questo l'efficacia della comunicazione.

    Il clan ha paura. Ha paura perché i Casalesi condanne definitive non ne hanno mai avute, perché sentono come un'assurdità l'essere condannati per fatti commessi decenni prima, quando ormai la loro carriera è avviata verso altre logiche, altri mercati. E poi i loro capi storici non sono mai morti in galera, ma sempre liberi e lontani dal territorio: Antonio Bardellino in Brasile, Mario Iovine in Portogallo.

    Loro non vogliono finire i loro giorni dentro un carcere. Schiavone è stato reso celebre, troppo celebre, dal suo soprannome ricevuto da giovane quando per la sua somiglianza con l'attore Kabir Bedi fu chiamato appunto Sandokan. E lui i media li sa gestire sin troppo bene. Arrivò, nonostante il regime di 41 bis gli impedisse di comunicare con l'esterno, a scrivere una lettera ad un giornale locale dove indicava ai suoi uomini quali giornali acquistare, che linea mantenere, quali posizioni avere, rimarcando: "Sono felice di scontare in carcere tutte le mie condanne. Non sono uno che mangia carne umana". E con questo sottolineava che non si sarebbe pentito. Ma queste parole sono di troppi anni fa.

    Con la condanna di domani il clan Schiavone sarà in ginocchio. E lui, Sandokan, rimarrà sempre più solo. Il capo. L'uomo che secondo la sentenza di primo grado ha organizzato con determinazione e intelligente strategia la sua ascesa al potere. Sino ad ora il clan ha rispettato i suoi figli, gli ordini della moglie Maria Pia Nappa, compagna di una vita che lui ritiene di aver sempre onorato, ponendosi nel ruolo del padre integerrimo e marito fedele.

    Ma stranamente nel processo ci sono due donne americane, Kathrin Houston e Cristina Emich, sottufficiali della Nato, divenute amanti di Sandokan: la prima condannata ad un anno e mezzo per aver fornito al boss 3 pistole calibro 357 Magnum. Se arriveranno gli ergastoli domani, non uscirà più di galera.

    E al capo, all'uomo che ha tentato di tutto pur di uscire dal carcere, che ha scritto lettere al Presidente della Repubblica per chiedere la grazia, che ha cercato di farsi passare per matto con perizie psichiatriche che parlavano di strani fantasmi che lo andavano a trovare di notte in cella, a Francesco Sandokan Schiavone non rimarrà che pentirsi. Cantarsi gli affari e gli affiliati; svelare i nomi dei suoi alleati nei meccanismi della politica e dell'imprenditoria, i suoi stipendiati nell'editoria. Solo quello potrà essere lo strumento per non essere murato vivo.

    L'altro capo in galera è Francesco Bidognetti, detto "Cicciotto 'e mezzanotte" boss del settore dei rifiuti, uomo del racket del cemento e dei mercati. Anche lui non ha speranze oltre il pentimento. Non può fare altro se non vuole finire i suoi giorni in cella e vedere la sua famiglia dilaniarsi, come sta già accadendo da quando la moglie Anna Carrino si è pentita. Lui tentenna da tempo. Sembra voler collaborare definitivamente. E se i due capi in carcere dovessero pentirsi, allora l'intera storia della camorra casalese potrebbe davvero trovarsi ad un punto di cristi totale e di svolta epocale.

    Un processo come questo, durato anni, non è solo una forma della giustizia, è molto di più. È anche un percorso culturale, una rinascita del diritto, un momento in cui si sono sedimentate le forze e le energie di un territorio. La chiusura di questo processo è un segnale, una possibilità di una nuova primavera del mezzogiorno italiano.

    Bisognerà non spegnere l'attenzione, seguire la vicenda giudiziaria in Cassazione e poi soprattutto seguire gli altri rami del processo Spartacus che riguardano i rapporti con la politica, i rapporti con le imprese legali. Rami del processo che se non si interviene rischiano di vedere cadere i reati in prescrizione. Ora che si sta chiudendo il processo - lungo frammento di storia di queste terre, archeologia criminale e umana che emerge dalle carte e dalle confessioni - mi vengono in mente i volti di coloro che sono stati uccisi per aver posto resistenza al potere del clan.

    E poi sono stati dimenticati, trascurati, spesso neanche citati. Finiti sulle targhe delle strade o ricordati solo nel cuore dei familiari ed amici. I nomi dei morti in questa guerra mai dichiarata e in realtà combattuta sempre, senza mai concedere armistizio. Salvatore Nuvoletta: un carabiniere ammazzato nel 1982 a vent'anni, punito perché aveva partecipato all'arresto di un parente del boss Sandokan.

    E poi Franco Imposimato, nel 1983, ucciso perché fratello del giudice Imposimato ma anche perché militante ecologista. Alberto Varone che nel 1991 distribuiva giornali, e aveva un mobilificio che faceva gola al clan del suo paese che voleva ramificarsi in ogni settore. E ovviamente Don Peppino Diana ucciso nel 1996 per il suo documento "Per amore del mio popolo non tacerò". Poi Federico Del Prete, ucciso nel 2002, sindacalista solitario che organizzò un antiracket dei venditori ambulanti. Fino a Domenico Noviello, ucciso poco più di un mese fa per una denuncia fatta sette anni prima.

    E poi i feriti, gli umiliati, i minacciati: il delegato CGIL Michele Russo gambizzato per aver minacciato di far scendere i lavoratori edili in sciopero; Antonio Cangiano sparato alla schiena per un appalto non regalato ai clan: Renato Natale cui sversarono chili di m.... di bufala fuori casa per dimostrare che il clan l'avrebbe sommerso se continuava a fare il sindaco del paese. In attesa della sentenza, a loro va il pensiero che il diritto possa davvero divenire come fu il sogno di Spartaco. Possa essere in grado di ridare diritto: diritto alla vita e alla libera decisione di ogni singolo.

    E auspicando che questo sogno non finisca come finì Spartaco giustiziato lungo la via Appia, strada dove oggi al posto delle croci dei ribelli si trovano per ironia della sorte gran parte dei negozi degli uomini del clan dei Casalesi. Vorremmo che questo processo non sia soltanto un sogno di riscossa ma una concreta possibilità di far emergere il meglio di questa terra che non ne può più del marcio che la governa. E anche che questo auspicio possa stavolta giungere sino a Roma.

    Sperando di non dimenticare, sperando di poter mutare. E viene in mente un verso di Isaia capitolo 21, versetti 11 e 12, quando dice "Shomér ma mi-llailah, ma mi-lell" ovvero "Sentinella, a che punto è la notte?" Il profeta che vide fuoco e fiamme, cede a questo verso di speranza. "La notte sta per finire ma l'alba non è ancora arrivata." È questa la risposta.

    LA REPUBBLICA EDIZIONE NAZIONALE




    http://www.antimafiaduemila.com/content/view/7572/48/

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    Processo Spartacus


    Il 4 giugno avevo dichiarato su questo blog che avrei seguito da vicino il processo Spartacus e che vi avrei tenuto informati. Domani verranno pronunciate sentenze che metteranno i cittadini al sicuro da molti criminali che hanno vessato questo Paese e la sua imprenditoria per decenni. Criminali che hanno seminato e coltivato morte, corruzione, abbandono, sfruttamento e di cui non voglio pronunciare neanche il loro squallido nome.
    Tutto il nostro appoggio ai pm che hanno svolto e svolgeranno ancora per lungo tempo un egregio lavoro intorno a questi processi che vedono sul banco degli imputati oltre la criminalità organizzata anche società e parte del tessuto economico italiano. Ma un sistema così complesso e redditizio non poteva essere allestito senza reclutare alleati prezzolati all’interno delle istituzioni, del tessuto sociale, giuridico, politico.
    L'imprenditore Michele Orsi è stato assassinato il 1 giugno nella piazza di Casal di Principe in maniera plateale, aveva reso ai pm della Dda di Napoli dichiarazioni che riguardavano i rapporti che vi sarebbero fra il sistema politico-giudiziario e i boss della camorra. Anche sui nomi di questi “falsi politici” e “falsi giudici” vi terremo aggiornati.
    Domani un nostro inviato sarà a Napoli per un resoconto dell’importante tappa di questo maxi processo e raccoglierà testimonianze ed interviste che pubblicherò su questo blog.



    http://www.antoniodipietro.com/2008/....html#comments

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    Buon ultimo Antonio Di Pietro si è accorto della camorra a Caserta.

    A processo quasi finito la sua solidarietà ai giudici non ha alcuna rilevanza.

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    Citazione Originariamente Scritto da ConteMax Visualizza Messaggio
    Buon ultimo Antonio Di Pietro si è accorto della camorra a Caserta.

    A processo quasi finito la sua solidarietà ai giudici non ha alcuna rilevanza.

    Hai ragione, ma se postavo solo l'articolo di Saviano nessuno avrebbe mai letto una cippa lippa....

  5. #5
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    CAMORRA: PROCESSO SPARTACUS, ERGASTOLO AI BOSS NAPOLI - La prima sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli ha confermato la condanna all'ergastolo per i 16 boss del clan dei Casalesi inflitta in primo grado. Tra le altre, la Corte ha confermato le condanne per Francesco Schiavone, detto Sandokan, Francesco Bidognetti e i latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine.

    Il massimo della pena è stato inflitto anche a Giuseppe Caterino, Mario Caterino (latitante), Cipriano D'Alessandro, Raffaele Diana (latitante), Enrico Martinelli, Sebastiano Panaro, Giuseppe Russo, Francesco Schiavone, detto 'Cicciariello', Walter Schiavone, Luigi Venosa, Vincenzo Zagaria e Alfredo Zara.

    Una "vittoria dello Stato" ma "resta ancora molto da fare". Così lo scrittore Roberto Saviano commenta la sentenza d'appello nel processo contro il clan dei Casalesi. Saviano ha ascoltato in aula la lettura della sentenza.


    http://www.ansa.it/opencms/export/si...101998706.html

  6. #6
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    La sentenza contro i «ras di Gomorra»
    «Processo Spartacus», 16 ergastoli ai Casalesi
    Saviano in aula: «È la vittoria dello Stato»
    Dure pene comminate dai giudici dopo 4 giorni di camera di consiglio: camorristi alla sbarra per sedici omicidi commessi dal 1988 al 1991


    L'esterno dell'aula bunker di Poggioreale
    NAPOLI - Mezzogiorno di fuoco contro i Casalesi. Alle 12 e 30 nell'aula bunker cala la parola fine sul processo d'appello contro la feroce camorra di Casal di Principe dopo quattro giorni di camera di consiglio. Colpiti tutti i ras del clan: da Francesco «Sandokan» Schiavone a Francesco Bidognetti ai due latitanti «eccellenti» Antonio Iovane e Pasquale Zagaria. Per loro, per i capi storici e attuali dei Casalesi, ergastolo confermato. Così come ai loro luogotenenti e sicari. In totale sedici provvedimenti di carcere a vita, come chiesto dai pm.
    Uniche attenuanti per alcuni collaboratori come Luigi Diana.
    In aula ad ascoltare la «resa» dei Casalesi c'è anche lui, lo scrittore Roberto Saviano, l'uomo che con il suo best-seller «Gomorra» ha messo organicamente in luce la camorra-imprenditrice di Casal di Principe, mettendo a nudo le «icone del male» come Francesco «Sandokan» Schiavone, Francesco Bidognetti, Pasquale Zagaria e Antonio Iovane. «Questa sentenza è la vittoria dello Stato e della Procura antimafia. Ma è solo l'inizio di un percorso di lotta ai poteri criminali, di una svolta che ha un significato culturale. In questo momento il mio pensiero va ai magistrati che hanno lavorato in queste inchieste, a molti giornalisti coraggiosi e anche ai caduti di camorra di cui spesso non si parla sui media».
    È soddisfatto il pg Francesco Iacone, rappresentante dell’accusa. «La sostanza della sentenza di primo grado è confermata, tranne qualche punto che mi riservo di valutare. Le attenuanti generiche sono state concesse solo agli imputati che hanno ammesso i fatti e hanno confessato». Il pg ha sottolineato «gli enormi sforzi» per celebrare il processo «compiuti da tutti gli apparati». «Vi ricordo - ha detto - che in primo grado il processo Spartacus durò sette anni e gli imputati furono scarcerati. Noi per portarlo a termine abbiamo stralciato la posizione degli imputati liberi e ci siamo concentrati su quelli detenuti. Così consentiremo anche alla Cassazione di intervenire prima della scadenza dei termini». Alla domanda di una giornalista su quale sia stata la maggiore difficoltà da affrontare il pg ha risposto: «Sono state le proteste degli avvocati, che minacciavano di andarsene. Comunque abbiamo avuto molti problemi grossi, perfino il presidente che è stato male».
    Primo e secondo grado è durato in tutto dieci anni. Dieci lunghi anni di processi nel corso dei quali i Casalesi hanno continuato a spadroneggiare, uccidere, intimidire. Sette anni il primo grado (sentenza il 15 settembre 2005) con 21 eragastoli inflitti e 95 condanne complessive: un totale di otto secoli e mezzo di condanne. Dei 21 ergastoli, nel secondo grado, durato «solo» tre anni ne erano stati chiesti 16. Confermati in aula. Sedici gli omicidi oggetti di valutazione e revisione commessi tra il gennaio 1988 e la fine del 1991: tra questi il più importante, quello di Antonio Bardellino, capo indiscusso della camorra casertana, ucciso in Brasile.
    Un processo-simbolo, il processo a «Gomorra», non a caso chiamato «Spartacus», quasi si dovesse - come lo schiavo Spartaco - liberare un intero territorio dal gioco della camorra più sanguinaria e potente. Un giorno del giudizio scandito da minacce a giornalisti (la reporter del «Mattino», Rosaria Capacchione), giudici (Raffaele Cantone) e finanche a una star del calibro di Saviano,
    Il funerale di Michele Orsi
    Così la vigilia della sentenza contro un clan
    che, secondo calcoli approssimativi (per difetto), ha un giro d'affari di 30 miliardi di euro e ramificazioni in mezzo mondo, è stata scandita da paura e tensione. Timore di un atto eclatante, di un gesto di sfida allo Stato dopo le minacce rivolte in aula e anche dopo l'ironia sferzante di «Sandokan» che da dietro le sbarre dell'aula bunker aveva ammonito giornalisti e operatori televisivi: «Non sono un animale in gabbia, non voglio essere ripreso da Telekabul».
    E mentre i capi minacciavano in aula, i gregari sparavano nelle strade, terrorizzando pentiti e collaboratori di giustizia. Una lunga scia di sangue con l'eliminazione fisica di chi aveva intenzione di rompere l'omertà e collaborare con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia. Sotto le bifilari dei sicari sono così caduti Domenico Noviello, imprenditore che si era ribellato al «pizzo> e doveva testimoniare (proprio ieri è stato arrestato il suo estorsore), Michele Orsi, imprenditore del settore ecologico che aveva rotto il sodalizio di affari con i Casalesi e voleva collaborare con la giustizia. E ancora, ferita la nipote di Anna Carrino, compagna di Francesco Bidognetti «Cicciotto 'e mezzanotte», che aveva scisso i suoi legami con il clan e sollecitava anche il suo uomo in carcere a fare lo stesso.


    http://corrieredelmezzogiorno.corrie...a_casale.shtml

 

 

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