
Originariamente Scritto da
Rikycccp
Il mio intervento al dibattito congressuale del mio Circolo:
Cari Compagni e Care Compagne,
Questo Congresso è forse uno dei più importanti nella storia del nostro Partito, poiché viene messa in discussione, senza mezzi termini l’esistenza stessa del partito, i compagni che mi hanno preceduto hanno già espresso in modo più che esaustivo il quadro generale della situazione attuale, lo scontro congressuale è durissimo, anche se questo non può giustificare quanto accaduto in alcuni congressi, in special modo al sud, dove il tesseramento è stato gonfiato e ci sono testimonianze di dirigenti di SD che fanno la tessera al PRC solo per partecipare al Congresso, palesando senza mezzi termini le loro intenzioni di influenzare, pesantemente il risultato finale del Congresso…
Spero che i compagni della Commissione Nazionale mettano fuori gioco questi tentativi di stravolgere i risultati del Congresso.
Non mi dilungo in analisi generali della situazione, poiché sono già state fatte in modo puntuale, vorrei invece concentrarmi su un aspetto in particolare, quello che secondo me è davvero il punto di forza della nostra mozione (la prima), un progetto che offre una prospettiva di azione realistica e che può dare ottimi frutti, il cosiddetto Partito Sociale.
Non mi sono mai considerato “un innovatore” all’interno del Partito della Rifondazione Comunista, spesso con questo termine e con l’“innovazione” si è inteso quel processo iniziato dopo la scissione del ’98 che ha portato il Partito della Rifondazione Comunista e recidere uno dopo l’altro i legami che aveva con il movimento operaio, sia da un punto di vista storico (la cesura totale con il ‘900 e la visione delle esperienze di socialismo reale come un unico grande errore, gli attacchi sul nostro quotidiano ad un grande del movimento operaio italiano come Palmiro Togliatti sono degne de “il Borghese” o del fronte dell’uomo qualunque, non certo dell’organo di un partito comunista), ma anche dal punto di vista organizzativo per quanto riguarda la gestione del partito, con l’introduzione di pratiche leaderiste, con il rifiuto della dialettica interna e la tendenza ad indicare la porta alle minoranze interne, trattate come fastidiosi sassolini nelle scarpe di cui sbarazzarsi.
Questo strappo con il movimento operaio ha riguardato anche le relazioni estere del partito, che ormai fa a gara con l’imperialismo occidentale nel condannare Cuba Socialista e la Repubblica Popolare Cinese; e infine, con le ultime elezioni c’è stato lo scollamento totale con quella che doveva essere la nostra classe di riferimento, i lavoratori dipendenti, ed in particolare quello che veniva considerato forse il settore più battagliero e politicizzato, i metalmeccanici.
Questa è stata “l’innovazione” dentro il nostro partito, un mutamento genetico che ha cambiato completamente l’aspetto e la sostanza.
Non si può però in alcun modo rifiutare il rinnovamento a priori, “Il conservatorismo è nocivo ad un'organizzazione come la ruggine in un ingranaggio”, come scriveva Pietro Secchia, puntualizzando però che: “Non si devono neppure introdurre importanti innovazioni nell'organizzazione con facile leggerezza. L'organizzazione non è un passatempo, un divertimento consistente nel mutar di posto a delle pedine, non è un giuoco e neppure un campo sperimentale. L'organizzazione è un mezzo, uno strumento serio inteso a raggiungere uno scopo serio.”
Esiste quindi innovazione distruttiva e innovazione costruttiva, quella che serve a noi è innovazione “buona”, che ci consenta di affrontare il cambiamento della società senza però perdere la bussola.
A me pare ad esempio che questa proposta del partito sociale sia un’ottima innovazione.
Come è stato detto e stradetto il partito è uscito con le ossa rotte dalle elezioni, non essendo presenti in parlamento se non vogliamo avere un ruolo puramente testimoniale e folkloristico dobbiamo essere presenti nella società, costruendo una sorta di rete mutualistica di relazioni; dobbiamo creare un legame sociale per acquisire nel concreto la fiducia e il rispetto della gente. Rischiamo che la retorica del “tornare ai territori”, “radicarsi nelle masse” sia insufficiente quando bisogna ritrovare una connessione concreta con il popolo. Questa connessione appunto non può più essere puramente ideologica o puramente politica: deve essere pratica.
Come esempio da seguire è stato portato il Partito Socialista dei Paesi Bassi, noto come “partito del pomodoro”, poiché ha come simbolo un pomodoro rosso.
Vi sono molti spunti interessanti applicati da quel partito sui quali occorrerebbe riflettere, visto che quel partito è passato dal 6,3 al 16,6% dei voti, in 3 anni, diventando la terza forza politica olandese.
Come detto vi sono molti spunti interessanti di quel partito che potrebbero essere ripresi nel PRC, come la proposta di mettere un tetto massimo per lo stipendio di tutti i rappresentanti istituzionali del partito, (proposta questa che è stata avanzata anche dalla mozione RIFONDAZIONE COMUNISTA IN MOVIMENTO…), cosa che ci renderebbe più credibili di fronte a chi fatica ad arrivare a fine mese, ed impedirebbe il formarsi di capetti locali che foraggiano con i propri stipendi i circoli a loro fedeli, o il principio secondo il quale le federazioni (e i circoli) che non svolgono attività politica reale debbano essere commissariati.
Nella costruzione di questo cosiddetto partito sociale occorrerebbe studiare anche quanto avvenuto nel movimento operaio del nostro paese; il PCI infatti nell’immediato dopoguerra si mosse in una direzione simile, dando vita a numerose cooperative di vario genere: lavoro, consumo ecc. creando così forme di mutualismo e costruendo una dimensione comunitaria interna al partito, gettando le basi per la formazione del più grande partito comunista del mondo occidentale.
In questo modo il PCI rispose alle necessità della popolazione piegata dal conflitto, ottenne un radicamento sociale e territoriale e fu in grado di tirare su ottimi quadri dirigenti: che potevano dimostrare con la pratica sul campo le proprie capacità, accreditandosi così come un partito capace di gestire l’intero paese.
Il tentativo di creare un partito sociale quindi non può prescindere dall’esperienza del PCI, benché non siamo in una situazione postbellica, problemi come il carovita, il precariato e lo sfruttamento dei lavoratori sono all’ordine del giorno, e se i comunisti non sono capaci di dare vita ad un’alternativa credibile alle politiche fallimentari che hanno affamato gli italiani ci penseranno altri a fornire soluzioni alternative, relegandoci in un angolo.
L’attuazione di un modello simile inoltre sarebbe finalmente l’applicazione della parola d’ordine “ripartire dai circoli”, poiché senza il radicamento territoriale dei circoli non può partire iniziativa sociale, inoltre favorirebbe i circoli che già svolgono attività per davvero sul territorio, eliminando circoli fantasma.
Questo è a mio modo di vedere lo strumento giusto per costruire l’egemonia dei comunisti nella società.
Il circolo Palmiro Togliatti si è sempre distinto per la serietà l’organizzazione e l’attivismo dei suoi iscritti e militanti, e un progetto simile non può che partire da circoli come questo.