
Originariamente Scritto da
antonio massmo
Quando Hitler salì al potere nel 1933, Mussolini continuò la sua “linea ondivaga” nei confronti del giudaismo italiano.
Da una parte condannava il razzismo germanico, pubblicamente, con dichiarazione amichevoli verso gli ebrei e aiutava gli ebrei tedeschi perseguitati, dall’altra criticava il sionismo-italiano (non quello estero), poiché non poteva tollerare che un italiano aspirasse a due patrie, Israele e l’Italia. Mentre nei confronti dell’“Organizzazione Sionista Internazionale” era ben disposto in quanto ravvisava nella sua ala destra (il revisionismo antibritannico di Jabotinsky) un mezzo per inserire l’Italia nel Mediterraneo orientale e creare difficoltà alle posizioni della Gran Bretagna.
Quando nel 1935 l’Italia attaccò l’Etiopia molti ebrei furono volontari; «nell’esercito fu istituito un rabbinato militare... La proclamazione dell’Impero nel maggio del 1936 fu... esaltata anche dalla stampa ebraica che mise in rilievo come la conquista dell’Etiopia avesse comportato il passaggio dei falascià... sotto l’ègida dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane» (18).
Il 2 novembre 1935, la Società delle Nazioni approvò le sanzioni contro l’Italia; Mussolini, preoccupato dall’isolamento in cui era venuto a trovarsi, inviò vari esponenti dell’ebraismo italiano in Inghilterra per far togliere le sanzioni all’Italia, ma senza esito; quindi, il duce cominciò a spostarsi verso la Germania, pur con molte titubanze, e il mondo arabo.
Nel 1936 scoppiò la guerra civile spagnola; Mussolini appoggiò Franco - assieme ad Hitler - contro i rossi, mentre la Francia sostenne i rossi; e l’Inghilterra, pur parteggiando contro Franco, non entrò apertamente in lizza. Tale evento rese impossibile ogni riavvicinamento dell’Italia - che pur era desiderato da Mussolini - all’Inghilterra e Francia e la spingeva ineluttabilmente, anche se controvoglia, nelle braccia di Hitler. Si può tranquillamente affermare che Mussolini firmò la sua condanna a morte nel 1936, entrando nel conflitto civile iberico a fianco di Franco; infatti, la Francia e l’Inghilterra che avevano mal tollerato l’invasione dell’Etiopia, non perdonarono a Mussolini di voler farsi spazio anche in Europa, inserendosi nella guerra civile spagnola.
Il trattato di Versailles, che aveva incatenato la Germania sconfitta e umiliato l’Italia che pur aveva vinto la prima guerra mondiale, non riconosceva, praticamente, ad essa il suo ruolo internazionale; sino a che Mussolini fosse rimasto entro i confini italiani gli si permetteva l’esperienza fascista, ma qualora ne fosse uscito non si ammetteva libertà ed esistenza per la dittatura, alla faccia della democrazia anglo-francese (americana).
Nel 1936 si formò l’asse Roma-Berlino che può essere considerato come un parto provocato democraticamente. Gli elementi oltranzisti del Regime (Farinacci, Preziosi, Interlandi, Bottai) erano filo-tedeschi ed antisemiti, cominciò quindi a diffondersi l’antisemitismo italiano, soprattutto grazie a tre intellettuali:
Julius Evola (nella rivista Regime fascista, diretta da Roberto Farinacci), propugnava un “razzismo spirituale” che tenesse conto non solo del corpo e del sangue, ma anche dello spirito ebraico per poterlo combattere. Ciò non impedì a Evola, che nel 1945 era rientrato dall’Austria in Italia senza subire condanne, di rilasciare nel 1967, durante “la guerra dei sei giorni”, un’intervista (vedi appendice) in cui si schierava con lo stato d’Israele.
Telesio Interlandi (nel foglio La difesa della razza, e ne Il Tevere, aiutato dal suo “segretario di redazione” Giorgio Almirante, che nel 1945 fu salvato da una famiglia ebrea piemontese) auspicava che si facesse una legislazione razziale specificamente per gli ebrei e, assieme ad Almirante, polemizzava con Evola, difendendo il puro razzismo biologico e materialista tedesco; dopo il 1945 Interlandi cambiò campo e passò con il nuovo vincitore (19).
Giovanni Preziosi (nel periodico La vita italiana) sosteneva che la razza è la legge dell’ebreo e per colpire quest’ultimo occorreva colpire la razza ebraica. Egli fu, dal suo punto di vista, il più coerente e nel 1945 preferì suicidarsi senza chiedere aiuto alla razza che aveva offeso.
Mussolini cercava di divincolarsi e liberarsi da questa morsa che si faceva sempre più stretta; se da una parte non poteva inimicarsi la Germania (l’unico Paese disposto ad accettarlo come alleato) non voleva neppure rompere totalmente con la Francia e l’Iinghilterra, poiché diffidava di Hitler; ma si faceva illusioni; il suo destino oramai era segnato; l’America, l’Inghilterra e la Francia volevano accorparlo alla Germania per distruggerlo assieme ad essa. Per cui dovette imboccare, pian piano, la strada dell’antisemitismo, per necessità di circostanze più che per convinzione: da una parte si sforzò di convincere gli italiani che il fascismo era stato sempre antisemita e razzista, dall’altra rivendicava una certa originalità italiana rispetto alla Germania poiché il fascismo - come soleva dire in quei frangenti - vuole “discriminare, non perseguitare”. Gli avvenimenti però lo travolsero