LA SICUREZZA SENZA BUONISMI E IPOCRITA DEMAGOGIA
I NOMADI VOGLIONO INTEGRARSI IN SOCIETÀ ?
Secondo Giorgio, non hanno nessun interesse ad accettare le regole della convivenza civile, perderebbero tanti benefici. Cercano solo l’impunità in tutto. Ecco, invece, come integrarli.Le scrivo dopo aver letto la rubrica Arrivederci di Franca Zambonini di qualche settimana fa, che parlava dello sgombero di un campo nomadi a Milano. Ma come si può scomodare la parabola evangelica del buon Samaritano per un normale (tutt’al più tardivo) atto di ripristino della legalità? Il problema della sicurezza è reale e va affrontato seriamente, senza buonismi e ipocrita demagogia. Se è un luogo comune dire che tutti gli zingari sono ladri, lo è ancor di più sostenere il contrario. Negare che rappresentino un problema di criminalità, è come raccontarci delle favole. Ma non le dice nulla il successo della Lega alle ultime votazioni?
Del resto, gli stessi nomadi non nascondono la loro volontà di condurre un modello di vita fatto di espedienti. Non hanno alcun interesse ad accettare le regole della società. Una vita "normale" li costringerebbe a farsi carico di molti doveri e, soprattutto, li porterebbe a perdere i privilegi di cui godono: luce e acqua gratis, niente tasse e multe... e l’elenco potrebbe continuare. Insomma, un’impunità di fatto.
Contrariamente a quello che avete scritto, non si tratta di «eliminare chi ci dà fastidio» (mi risulta invece che, prima dello sgombero, ai Rom siano state offerte abitazioni, prontamente rifiutate), ma di rimettere ordine fra chi ha realmente bisogno di aiuti e chi, semplicemente, è più "furbo".
La parabola del buon Samaritano ha al centro la figura del più debole. Ma chi è il "più debole" in questa società? A mio parere, lo è una normale famiglia che si sforza di vivere in regola, lavorando e cercando di educare i propri figli fra mille difficoltà, e contribuendo silenziosamente alla crescita della società. Perché non avete nessuna considerazione di chi, magari anziano, subisce furti e angherie? Odi chi si trova, suo malgrado, a vivere accanto al degrado di un accampamento nomade? Non è, forse, anche questa una violenza?
Accetto l’invito della Zambonini a rileggere la parabola, ma non dimentichiamo che nel Vangelo c’è anche scritto: «chi non lavora, non mangi».
Giorgio
Resistiamo, caro Giorgio, alla trappola mentale del contrapporre una tesi all’altra, rifacendoci alle citazioni bibliche. Allora, a chi mi invita a un certo comportamento con la parabola del buon Samaritano, rispondo con un versetto del Vangelo da cui deduco un diverso atteggiamento (per l’esattezza, la citazione sull’obbligo morale del lavoro non è tratta dai Vangeli, ma dalle lettere di san Paolo; ma tant’è: non stiamo duellando con i sacri testi!).
Neppure vorrei disquisire se, rispetto a come comportarsi con i nomadi e i loro insediamenti ai margini delle città, sia appropriato o no rifarsi alla parabola evangelica con cui Gesù ha risposto alla domanda: «Chi è il mio prossimo?». Tenendo sempre ben presente lo spirito evangelico, vorrei riportare la questione dal livello teorico a quello pratico su come dobbiamo comportarci nei confronti di chi è in stato di necessità, se vogliamo meritare la qualifica di "suo prossimo".
La tua lettera di dissenso mi aiuta, piuttosto, a riflettere più in profondità sul rapporto tra religione e politica. Che rapporto possiamo stabilire tra l’esortazione religiosa ad amare gli altri (anche gli estranei, i nemici) e le misure da assumere nei confronti dei nomadi? Giorgio, tu probabilmente non batti ciglio di fronte al comandamento dell’amore fraterno, scatti invece quando qualcuno ne deduce l’obbligo di comportarsi in maniera "permissiva e indulgente".
Garantire la sicurezza ai cittadini è obbligo primario della politica. Prima ancora di qualsiasi richiesta, come le cure sanitarie, l’educazione mediante scuole pubbliche o la pensione in vecchiaia, i diritti che avanziamo nei confronti dello Stato sono quelli "negativi": vogliamo che impedisca ad altri di farci del male, di minacciare la nostra vita e la nostra salute. Questo compito lo Stato non può semplicemente dedurlo dalla religione. Se, come credente, posso aprire il cuore all’invito evangelico di perdonare fino a "settanta volte sette", lo Stato deve garantire la legalità, ma nel rispetto della dignità umana, sempre inalienabile.
Se personalmente posso sviluppare un grado di virtù tale da tollerare chi mi è molesto, e se a chi cerca di portarmi via il cappotto do anche il vestito, non posso immaginare che la convivenza civile possa essere organizzata secondo questi ideali di virtù. Dal precetto religioso alla norma comportamentale c’è uno scarto. Che non vale solo per quelli che non condividono un’identica fede religiosa, ma anche per gli stessi credenti. Le regole di comportamento non si possono dedurre dalla fede, anche se possono essere animate dagli ideali che trasmette la religione. È questa la "laicità necessaria": «dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio».
Quali sono le diversità che possiamo tollerare e quelle da reprimere? Quali comportamenti hanno diritto di cittadinanza e quali, invece, sconvolgono la nostra convivenza? È con questi interrogativi che si deve confrontare chi ha il compito di mantenere l’ordine pubblico. I cristiani possono influire nell’ispirare i provvedimenti a severi criteri di legalità non disgiunti però dalla necessaria apertura all’accoglienza e alla carità nei confronti dei più deboli.
Oggi ci confrontiamo col problema di distinguere quegli aspetti del nomadismo inconciliabili con l’ordine pubblico e la sicurezza e quelli che, invece, possiamo accettare e tollerare. Le risposte vanno trovate insieme: senza facili buonismi, ma anche senza alimentare ad arte intolleranza e ostilità.
D.A.
http://www.sanpaolo.org/fc/0826fc/0826fc06.htm
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