Per me la decadenza è iniziata con la comparsa dei guelfi e la ribellione contro il legittimo imperatore, e trova i suoi primi semi nel movimento cluniacense. Ma chiaramente si tratta di accademia.


Per me la decadenza è iniziata con la comparsa dei guelfi e la ribellione contro il legittimo imperatore, e trova i suoi primi semi nel movimento cluniacense. Ma chiaramente si tratta di accademia.


A parte l'eresia intrinseca nel tuo messaggio da "cattolico" terzomondista, i musulmani, i turchi, non faranno mai nessuna Crociata...
Essi odiano la Croce, odiano i cristiani, odiano il Papa, nutrono ancora risentimento per Lepanto e Vienna... Si vede che non li conosci, perciò parli in questo modo.
Hanno già scelto di fare la Jihad con la sinistra, gli anticlericali e i laicisti contro la Cristianità.
In Iran, Pakistan, Egitto, Arabia Saudita, Sudan, i cristiani subiscono l'oppressione e la violenza dei musulmani, e tu ti dovresti vergognare.
Ci stanno invadendo, e non certo per liberarci dal sionismo e lasciare le nostre terre cristiane.
Il cattocomunismo, la teologia della liberazione e tutte le altre eresie saranno presto soppresse da vero Cattolicesimo, che è, da un punto di vista etico, morale, culturale, di Destra.
Viva il Santo Padre!
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A parte il fatto che non è così: sai quante volte, durante la S. Messa domenicale in parrocchie "normali" (non di tradizionalisti) ho sentito sacerdoti che nella predica esortavano ad aiutare i poveri del mondo a casa propria senza farli arrivare da noi?!? E anche se fosse, come dico sempre MAI CONFONDERE IL "SIGNORE DEI PIANI ALTI" CON I PRETI, LE GERARCHIE ECCLESIASTICHE O LO STESSO PAPA. Tra questi possono esserci persone degnissime e illuminate, ma anche perfetti stolti. Del resto sono persone come noi tutti e possono sbagliare.
Il Signore è però uno, così come la Verità è una. E a questo si deve tendere e ci si deve ispirare.


Discorso di Benedetto XVI all'Università di Ratisbona. Testo integrale. 12 settembre 2006.
Fede, ragione e università.
Ricordi e riflessioni.
Illustri Signori, gentili Signore!
È per me un momento emozionante stare ancora una volta sulla cattedra dell'università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l'Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all’università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c'era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell'intera università, rendendo così possibile una vera esperienza di universitas: il fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. L'università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del "tutto" dell'universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insieme dell'università, era una convinzione indiscussa.
Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi probabilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non le risposte dell'erudito persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le "tre Leggi": Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano. Vorrei toccare in questa lezione solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura del dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.
Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihād (guerra santa). Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione (σὺν λόγω) è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…".
L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazn si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.
Qui si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il λόγος". È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista. L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell'Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: "Passa in Macedonia e aiutaci!" (cfr At 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una "condensazione" della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l'interrogarsi greco.
In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo. Già il nome misterioso di Dio dal roveto ardente, che distacca questo Dio dall'insieme delle divinità con molteplici nomi affermando soltanto il suo essere, è, nei confronti del mito, una contestazione con la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso. Il processo iniziato presso il roveto raggiunge, all'interno dell'Antico Testamento, una nuova maturità durante l'esilio, dove il Dio d'Israele, ora privo della Terra e del culto, si annuncia come il Dio del cielo e della terra, presentandosi con una semplice formula che prolunga la parola del roveto: "Io sono". Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sono soltanto opera delle mani dell'uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con la forza l'adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l'epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell'Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la "Settanta" –, è più di una semplice (da valutare forse in modo poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero ellenistico fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio.
Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine portò all'affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz'altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazn e potrebbero portare fino all'immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l'analogia e il suo linguaggio (cfr Lat IV). Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l'amore "sorpassa" la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l'amore del Dio-logos, per cui il culto cristiano è λογικὴ λατρεία – un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12,1).
Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.
Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta della dis-ellenizzazione del cristianesimo – una richiesta che dall'inizio dell'età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma della dis-ellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l'una dall'altra.
La dis-ellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati fondamentali della Riforma del XVI secolo. Considerando la tradizione delle scuole teologiche, i riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione della fede condizionata totalmente dalla filosofia, di fronte cioè ad una determinazione della fede dall'esterno in forza di un modo di pensare che non derivava da essa. Così la fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il sola Scriptura invece cerca la pura forma primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa. Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l'accesso al tutto della realtà.
La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda nel programma della dis-ellenizzazione: di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack. Durante il tempo dei miei studi, come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma era fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella mia prolusione a Bonn, nel 1959, ho cercato di affrontare questo argomento. Non intendo riprendere qui tutto il discorso. Vorrei però tentare di mettere in luce almeno brevemente la novità che caratterizzava questa seconda onda di dis-ellenizzazione rispetto alla prima. Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso dell'umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un messaggio morale umanitario. Lo scopo di ciò è in fondo di riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo senso, l'esegesi storico-critica del Nuovo Testamento sistema nuovamente la teologia nel cosmo dell'università: teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione della ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell'insieme dell'università. Nel sottofondo c'è l'autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle "critiche" di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali. Questo concetto moderno della ragione si basa, per dirla in breve, su una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per così dire, l'elemento platonico nel concetto moderno della natura. Dall'altra parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l'esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può, a seconda delle circostanze, stare più dall'una o più dall'altra parte. Un pensatore così strettamente positivista come J. Monod si è dichiarato convinto platonico o cartesiano.
Questo comporta due orientamenti fondamentali decisivi per la nostra questione. Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercano di avvicinarsi a questo canone della scientificità. Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.
Torneremo ancora su questo argomento. Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina "scientifica", del cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: è l'uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del "da dove" e del "verso dove", gli interrogativi della religione e dell'ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla "scienza" e devono essere spostati nell'ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la "coscienza" soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica. In questo modo, però, l'ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell'ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l'umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell'ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un'etica partendo dalle regole dell'evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente.
Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza onda della dis-ellenizzazione che si diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura.
Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte della decisione di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell'università e nel vasto dialogo delle scienze.
Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l'opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: "Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell'irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull'essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell'essere e subirebbe un grande danno". L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così può subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. "Non agire secondo ragione (con il logos) è contrario alla natura di Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell'università.


L’aggressione musulmana descritta dal vivo. Due milioni di morti in vent’anni. “E siamo solo agli inizi. La sfida dell’islamismo è ben peggiore del comunismo. Il prossimo papa dovrà affrontarla in pieno”
di Sandro Magister
ROMA – Il 26 maggio, a Naivasha in Kenya, il governo arabo-islamico di Khartoum e gli indipendentisti cristiani e animisti del sud del Sudan hanno firmato un accordo che ha messo fine a vent’anni di guerra civile.
L’accordo riguarda, oltre al sud, le tre regioni confinanti dell'Abyei, del Nilo Azzurro e delle Montagne Nuba. Non tocca invece il Darfur, a ovest, ai confini col Ciad, dove infuria un’altra guerra tra arabi e tribù nere locali.
La lunga guerra del sud ha messo a dura prova la Chiesa cattolica presente in quelle regioni. Tra i due milioni di vittime stimate si contano numerossimi cristiani. “Ma dal sangue dei martiri nascerà una nuova cristianità”, ha detto in una recente intervista monsignor Cesare Mazzolari, italiano di nascita e vescovo di Rumbek, nel sud del Sudan.
L’intervista – raccolta da Stefano Lorenzetto e pubblicata su “il Giornale” di Milano di domenica 23 maggio – è riportata integralmente qui sotto.
È un documento eccezionale. Perfetto ritratto di un vescovo di frontiera, che il “suo” islam lo conosce bene, lo vede all’opera e lo descrive senza reticenze: un islam fatto anche di crocifissioni, di schiavitù, di conversioni forzate, di inganni.
Per il vescovo Mazzolari, tra cristianesimo e islam c’è un abisso: Allah non è lo stesso Dio che è Padre e Figlio e Spirito Santo.
Non idealizza però i guerriglieri cristiani che hanno preso le armi contro i musulmani di Khartoum. Hanno compiuto anch’essi delle malefatte, l’ha detto e ha patito dei guai anche da loro.
Tanto meno esalta l’occidente e la cristianità occidentale. Anzi. Contro gli Stati Uniti scaglia accuse di pesantezza terribile. Dopo l’11 settembre li vede in preda a una furia vendicativa che produce solo odio.
Anche i suoi poverissimi fedeli africani, dice, “vivono un 11 settembre quotidiano”. Ma loro non si vendicano. “Subiscono le ingiustizie e le malattie senza astio. Da loro c’è solo da imparare”.
Il dialogo? “Sono venuti a chiedermi di dialogare con i musulmani. Cioè l’impossibile”.
Lo scontro fra civiltà? “Siamo solo agli inizi”.
Insomma, è un’intervista che va letta per intero. Con un’avvertenza. Quando a Roma Giovanni Paolo II riceve da tutto il mondo i vescovi in visita “ad limina”, quelli che arrivano dai paesi musulmani la pensano in buona parte così. E qualcuno glielo dice.
Poi, in Vaticano, c’è anche il pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, tutto impegnato a promuovere la pace tra le fedi.
Con l’islam, l’ultimo incontro ufficiale di dialogo è avvenuto in Qatar dal 27 al 29 maggio. Per il Vaticano c’erano il cardinale Jean-Louis Tauran e l’arcivescovo Michael Fitzgerald. Tra i musulmani c’erano Muhammad Sayyed Tantawi, sceicco di Al Azhar, e Youssef Al Qaradawi, dell’Università del Qatar.
Quest’ultimo è uno degli intellettuali fondamentalisti più famosi del mondo arabo, una star della tv Al Jazira. In Sudan, il suo pari è Hassan Al Turabi, che il vescovo Mazzolari così descrive:
“È la persona più scaltra di questo mondo. È intelligentissimo, è avvocato, parla l’inglese meglio degli inglesi e il francese meglio dei francesi. Ha una lingua biforcuta. Ci metterà sempre nel sacco”.
E il perché lo spiega nell’intervista. Eccola.
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“Scontro fra civiltà? Siamo solo agli inizi”
Intervista col vescovo Cesare Mazzolari, di Stefano Lorenzetto
Mentre parla, il vescovo Cesare Mazzolari tiene gli occhi fissi sulla carta geografica del Sudan, la sua amatissima e tribolatissima patria adottiva. Una sola volta li alza, pieni di lacrime, per guardarmi. Ed è quando mi annuncia che morirà di morte violenta: "Si sta avvicinando il momento del martirio. Spero che il Signore ci dia la grazia di affrontare questo spargimento di sangue. C’è bisogno di purificazione. Molti cristiani saranno uccisi per la loro fede. Ma dal sangue dei martiri nascerà una nuova cristianità".
Gli avevo chiesto se e quando si esaurirà il vortice infernale in cui siamo stati risucchiati l’11 settembre 2002: "O Dio ci manderà una persona di carisma capace di aprire una via nuova oppure permetterà un castigo, una prova misurata che ci porterà alla saggezza. È un mondo cieco e sordo. Abbiamo bisogno di uno scossone tremendo. Non ascoltiamo più i profeti. Quei pochi rimasti: gli altri li abbiamo fatti fuori".
È uno scoppio di pianto sommesso, impossibile da trattenere. Più tardi i suoi collaboratori, turbati, mi diranno: "Non abbiamo mai visto monsignore così". Allora forse qualcosa di tragico si sta davvero preparando, per lui e per noi. Solo che lui l’ha messo in conto nel suo stemma episcopale: "Per reconciliationem et crucem ad unitatem et pacem". Alla pace attraverso la croce. Di solito i presuli prendono questi motti dal Vangelo. Il vescovo della diocesi di Rumbek se l’è scritto da solo: qualcosa vorrà pur dire.
Monsignor Mazzolari, 67 anni, missionario comboniano originario di Brescia, vive tra i musulmani dal 1981. Li conosce bene.
Ha visto quello che hanno fatto a un anziano confratello dopo che avevano trovato una bottiglia di whisky mezza vuota dimenticata da un trasportatore in fondo a un container: "Cinquanta nerbate. A metà flagellazione, un fratello più giovane li ha supplicati: ‘Basta, i colpi rimanenti dateli a me’. Ma è stato inutile: hanno continuato sino alla fine".
Ha visto quello che hanno fatto a Joseph Santino Garang, un ragazzo cristiano ridotto in schiavitù, crocifisso perché una domenica s’era fermato a pregare e aveva perso un cammello: "Il padrone gli ha piantato i chiodi nelle mani, nei piedi e nelle ginocchia, versando acido sopra le ferite. Adesso è un povero gobbetto, sembra un poliomielitico. L’ho incontrato in un campo di ex deportati. Per farli tornare dal nord li hanno costretti a spingere i vagoni del treno".
Nel sud del Sudan, dove si trova Rumbek, s’è combattuta una guerra civile che, tra scontri e malattie, in vent’anni ha fatto dai due ai tre milioni di morti. Monsignor Mazzolari può ancora predicare il Vangelo perché opera in un territorio controllato dal Sudan People’s Liberation Army, SPLA, comandato da John Garang, un ribelle di religione protestante che lotta contro il governo islamico di Khartoum. La sua diocesi è lunga quanto l’Italia. I suoi 30 preti devono curare 350mila anime ciascuno. La sua cattedrale è una capponaia del diametro di 20 metri col tetto di zinco: "Così non possono bruciarmelo".
Il vescovo dorme in capanne coperte di frasche: "Me ne preparano una in ogni villaggio". È il buon pastore di un gregge nomade che vaga in cerca di acqua e di sorgo: "Uno sfollato su sei, nel mondo, è sudanese. C’è una drammatica disparità tra profughi e sfollati. Lo sfollato non ha nemmeno una pentola e deve continuamente spostarsi per sfuggire alla guerra, alle carestie, alle epidemie". Lui mangia due volte al giorno. I suoi fedeli due volte la settimana. "Con la differenza che io potrei mangiare carne mezzogiorno e sera", si vergogna. Invece tira avanti a fagioli, pane, tonno in scatola, pesce secco. Agli affamati la polenta deve prepararla sua eccellenza: "Sono talmente prostati dalla fame che non hanno neppure la forza di cucinare". Due volte al mese arrivano dal Kenya le verze, ma non sopravvivono più di un giorno ai 40-50 gradi di temperatura. Da adesso a ottobre dovrebbe essere stagione di piogge: "Speriamo che si riesca a coltivare qualcosa". Per il momento la sferza del sole promette solo siccità. Come l’anno scorso, e l’anno prima, e l’anno prima ancora.
Un gruppo di benefattori bresciani gli ha donato un telefono satellitare Thuraya per chiamare in Italia lo 030.2180654, il numero dell’associazione Cesar, che ha sede a Concesio, paese natale di Paolo VI. Si sorprende molto quando gli spiego che la Thuraya è una compagnia degli Emirati Arabi Uniti. Lui credeva che fosse svizzera. Temo che da oggi lo userà malvolentieri.
D. – Converte molti musulmani?
R. – "Assolutamente no. Avvicinare un islamico significherebbe condannarlo a morte. Chi si converte spontaneamente è poi costretto a fuggire. Ma viene raggiunto e punito anche a mille chilometri di distanza".
D. – E di cattolici che abbracciano l’islam ce ne sono?
R. – "Sì, purtroppo. Almeno tre milioni si sono trasferiti al nord spinti dalla fame e hanno dovuto pronunciare la shahada, la professione pubblica di fede, per avere un lavoro. I convertiti vengono marchiati a fuoco. Li timbrano su un fianco, come le mucche, per distinguerli dagli infedeli".
D. – Ha rapporti con le autorità islamiche di Khartoum?
R. – "Prima avevo il visto d’ingresso. Ora, se atterrassi nella capitale, finirei in galera. Direbbero che ho fomentato la rivolta, nonostante gli indipendentisti armati mi abbiano preso in ostaggio e poi espulso per sei mesi perché avevo dichiarato che rubavano il 60 per cento degli aiuti internazionali destinati agli affamati. Se voglio tornare in Italia devo raggiungere via terra il Kenya e imbarcarmi da Nairobi".
D. – Il Dio dei cristiani è l’Allah dei musulmani?
R. – "Nooo! E il concetto di Trinità dove lo mettiamo? Il più grande dei loro profeti non è certo Cristo".
D. – Un musulmano che si comporta bene finirà nello stesso paradiso dove andrà lei?
R. – "Sì, sono molto sicuro di questo. Dio non giudica come noi, che siamo di manica stretta. Ci sarà una moltitudine di creature, in paradiso, perché ciascuno vive secondo quello che il Signore mette nel suo cuore".
D. – Pensa che dopo gli attentati di New York e di Madrid sia cominciata la terza guerra mondiale?
R. – "Io penso, anzi pensavo, che dopo quelle stragi le cose sarebbero cambiate in meglio. Invece ho visto un senso di rivincita che diventa persino vendetta".
D. – Bush doveva ringraziare Osama Bin Laden?
R. – "L’insicurezza e la povertà possono arrivarti in casa anche se sei il più ricco del mondo. Il potere non viene né dalla vendetta né dai soldi. Il presidente degli Stati Uniti non può andare al microfono e dire: li prenderemo tutti e li ammazzeremo fino all’ultimo. L’ondata d’odio che ha suscitato nel mondo islamico si propagherà per anni e anni".
D. – Che cosa avrebbe dovuto dire?
R. – "Oggi il Signore ha visitato anche noi".
D. – Sì, in aereo.
R. – "Più del 90 per cento del pianeta vive nell’insicurezza. Gli americani in qualche modo l’avevano capito, erano tornati nelle chiese a pregare. Abbiamo sprecato un segno del cielo, l’abbiamo usato per dividere ancora di più gli uomini, anziché per unirli nella compassione".
D. – Belle parole. Ma da vescovo, più che da uomo di stato.
R. – "Il mondo è povero, come è sempre stato. Non è dovere di Bush giudicare e condannare i quattro quinti dell’umanità. Altrimenti i più deboli ne ricavano l’impressione che il potere più grande consista nella vendetta. Io credevo invece che la vendetta appartenesse alla cultura dei primitivi. Il presidente della nazione più forte ha disprezzato le autorità più alte della terra: l’Onu e il papa. Questo incrina la fiducia nell’autorità a livello planetario, lo capisce? Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. I soldati che dovevano compiere la vendetta hanno perduto la testa, stanno facendo pazzie".
D. – Ma che c’entra la povertà con gli attentatori? Bin Laden non è certo povero.
R. – "Bush non può vantarsi davanti a nessuno d’essere il custode del rispetto dei diritti umani. Io ho vissuto 26 anni negli Stati Uniti. Sono stato ordinato prete a San Diego, in California. Ho lavorato tra i neri, ho assistito i messicani nelle miniere e so che i diritti dei poveri e della minoranza di colore negli Usa sono sistematicamente oltraggiati. Ai miei sudanesi che vanno a cercare la prosperità oltre l’Atlantico dico sempre: qui sperimentate la povertà di cibo e di cultura, in America proverete la peggiore disgrazia che possa capitarvi, capirete che cosa significa essere schiavi".
D. – Ma se perfino i principali collaboratori del presidente, Colin Powell e Condoleezza Rice, sono neri!
R. – "Le assicuro che i neri americani, nella stragrande maggioranza, possono aspirare al massimo a diventare pompieri o poliziotti".
D. – Insomma, Bush doveva porgere l’altra guancia.
R. – "La Spagna dopo le stragi dell’11 marzo ha reagito in tutt’altro modo".
D. – Bel modo.
R. – "Che lei voglia o no, io con questa intervista un po’ d’influenza su di lei la sto esercitando. Forse la faccio star male, forse la faccio star bene, non so. Bush non s’accorge che spargendo odio in tutte le direzioni sta dividendo ancora di più il mondo".
D. – Abbia pazienza, non l’ha dichiarata lui questa guerra.
R. – "Ma guardi che patisco il terrorismo islamico anch’io, sa? Quando un aereo di Khartoum bombarda un altro aereo che distribuisce aiuti alimentari, lei come me lo chiama? I sudanesi vivono un 11 settembre quotidiano eppure sui vostri giornali non v’è traccia di questo martirio. Perché? Subiscono le ingiustizie e le malattie senza astio. Da loro c’è solo da imparare. Battono il tamburo e danzano anche se hanno la pancia vuota. Gli occidentali sono umanamente molto più poveri, mi creda. Le tremila vittime delle Torri Gemelle le vedo ogni giorno nei volti di chi viene a chiedermi cibo e non lo trova e mentre muore si sente dire dal suo vescovo: il Signore ti vuole bene. Allora con l’ultimo fiato che ha in corpo mi sussurra: ‘Di’ al Signore che siamo stati puniti abbastanza’".
D. – Mi dispiace. Ma non mi pare giusto incolpare di ciò gli Stati Uniti.
R. – "Quando sono in gioco i loro interessi, gli americani diventano prontissimi al dialogo. Che lavorano per Dio, In God We Trust, l’hanno scritto solo sulle loro banconote. In realtà credono più nel verde del dollaro che in Dio. A me sono venuti a chiedere di dialogare con i musulmani. Cioè l’impossibile. Bush s’è detto addirittura favorevole all’introduzione in tutto il Sudan della sharia, la legge coranica, purché si faccia la pace tra nord e sud e possano riprendere a pieno ritmo le estrazioni dell’oceano di petrolio su cui il Sudan galleggia".
D. – Ci siamo. È il petrolio.
"Gli Usa non vogliono la pace del Sudan, vogliono il petrolio del Sudan. Ci sono 1.500 chilometri di oleodotto dalla mia diocesi a Khartoum. Ha cominciato la Chevron nel ’78 a venirsi a prendere le nostre riserve. Poi sono arrivati tutti gli altri. Oggi il 42 per cento del greggio ce lo rubano i cinesi, che lo fanno estrarre a un piccolo esercito di 25mila uomini tra mercenari ed ex galeotti. Il 24 per cento lo porta via la Malaysia. Al Canada è subentrata l’India. Ma la storia ha le sue vie per rimettere in ordine il mondo. Paolo VI l’aveva previsto: ‘Se continuate a calpestare il povero, viene il giorno in cui si ribellerà. E guai a voi quando vedrete la rivoluzione del povero’. Sono le parole di un profeta che aveva intuito dove ci avrebbe condotto il terrorismo, tanto da essere pronto a sacrificare la sua stessa vita per salvare l’amico Aldo Moro sequestrato dalle Brigate Rosse. Perché sapeva che l’unica via è quella di Cristo: la misericordia".
D. – Ha visto il video della decapitazione dell’ebreo americano Nick Berg?
R. – "No, ma l’ho sentito descrivere con una tale ricchezza di particolari che è come se l’avessi visto. Abbiamo superato il limite dell’umanità. Siamo tornati barbari".
D. – È ipotizzabile che un giorno si possa vedere un filmato in cui alcuni cristiani mozzano la testa a un uomo inneggiando a Gesù?
R. – "Dovrebbero essere matti che per caso un tempo erano cristiani".
D. – Anche la Chiesa, nei secoli bui, ha mandato al rogo dei poveri innocenti recitando giaculatorie.
R. – "Ha sbagliato. Giovanni Paolo II ha chiesto scusa per questo. Il libro della storia contiene nella pagina di sinistra i peccati degli uomini e in quella di destra il perdono di Dio".
D. – Esagera chi sta parlando di scontro fra civiltà a proposito di occidente e islam?
R. – "No. Siamo solo agli inizi. La Chiesa ha abbattuto il comunismo, ma sta appena percependo la sfida dell’islamismo, che è ben peggiore. Il Santo Padre non ha potuto raccogliere questa sfida per motivi di età. Ma il prossimo papa si troverà ad affrontarla. E la via d’uscita non è che noi abbiamo ragione e loro torto. Ci vantiamo di una tradizione cristiana che non viviamo nei fatti. Il musulmano ha una costanza di pratica, di proselitismo superiore alla nostra. Già quando ti insegna a dire ‘sukran’, grazie, per lui è missionarietà, perché l’arabo è la lingua del Corano".
D. – Eppure suoi confratelli vescovi in Italia hanno concesso cappelle da adibire a moschee.
R. – "Saranno i musulmani a convertire noi, non il contrario. Ovunque s’insediano, prima o poi diventano una forza politica egemone. Gli italiani intendono l’accoglienza da bonaccioni. Presto si accorgeranno che i musulmani hanno abusato di questa bontà, facendo arrivare un numero di persone dieci volte più alto di quello che gli era stato concesso. Sono molto più furbi di noi. A me buttano giù le scuole e voi gli spalancate le porte delle chiese. Se uno è ladro, non gli dai una stanza dentro il tuo appartamento, perché presto o tardi non troverai più i mobili".
D. – Da una recente statistica risulta che solo il 20 per cento dei musulmani presenti in Italia rispetta i precetti del Corano, così come solo il 20 per cento dei cattolici va a messa tutte le domeniche. Insomma, sono musulmani per modo di dire.
R. – "Ma la cultura islamica rimane. La religione è solo una parte della loro civiltà. L’appartenenza alla umma, la comunità dei credenti musulmani, nessuno la cancella".
D. – Ha senso esportare la nostra democrazia in società agropastorali che non fanno alcuna distinzione fra politica e religione?
R. – "No. È da ignoranti. Gli islamici basano le loro decisioni solo ed esclusivamente sulla umma. I diritti dell’individuo non sanno neppure che cosa siano. È assurdo pretendere di inculcargli il primo emendamento della costituzione americana, nel quale è previsto che il congresso non potrà fare alcuna legge per proibire il libero culto, o per limitare la libertà di parola o di stampa. Non lo capiscono proprio".
D. – In Sudan vige la sharia integrale?
R. – "Il governo fondamentalista sostiene che la applicherà solo agli islamici. Che cosa capiterà a un imputato cristiano non si sa, visto che non esiste il diritto alla difesa legale".
D. – Roberto Hamza Piccardo, segretario dell’UCOII, Unione delle Comunità Islamiche in Italia, mi ha detto che in Sudan le flagellazioni sono simboliche, perché "il fustigatore tiene il Corano sotto il braccio, per alleggerire i colpi dello scudiscio".
R. – "Ho conosciuto questo signore. Se lei lo sta ad ascoltare, gliene racconta altre mille di menzogne analoghe".
D. – Però anche san Benedetto prevedeva la fustigazione per "i malvagi, gli ostinati, i superbi e i disobbedienti".
R. – "Non è diventato santo per questo, ma nonostante questo. Sono le piccolezze dei grandi uomini".
D. – Mi ha detto Piccardo che alcuni pezzi di sharia applicati in Sudan, come il taglio della mano, rappresentano "rarissime malvagità di boss locali che vessano la povera gente".
R. – "Non è vero. È lo stato che più applica la legge coranica, che taglia mani e piedi pure ai non musulmani, e che arresta senza prove".
D. – Piccardo mi ha anche detto che il leader islamista sudanese Hassan Al Turabi, "giurista insigne", è contrario all’applicazione della pena capitale agli apostati, cioè ai musulmani che passano con gli infedeli, come invece prescriverebbe il Corano.
R. – "Al Turabi è la persona più scaltra di questo mondo. È intelligentissimo, è avvocato, parla l’inglese meglio degli inglesi e il francese meglio dei francesi. Ha una lingua biforcuta. Ci metterà sempre nel sacco. Le faccio un esempio concreto. Nella versione in lingua inglese della costituzione sudanese si afferma che la religione di stato è l’islam e che gli altri culti sono tollerati. Nella versione in lingua araba però non v’è traccia di questa garanzia".
D. – Però nel novembre scorso Al Turabi è andato a complimentarsi con Gabriel Zubeir Wako, arcivescovo di Khartoum, primo cardinale sudanese, fresco di porpora. Anche lei sta da 23 anni in Sudan e nessuno le ha mai torto un capello.
R. – "Dovrebbe osservare anche i capelli che sono diventati bianchi. La punizione più grande che l’arabo sa infliggere è l’oppressione, il senso di falsità. Se può ingannarti, lo fa con tutto il cuore. Si vanta della sua capacità di imbrogliarti, dargli del bugiardo è fargli un complimento. Uno come Bush, Al Turabi lo mena per il naso dove e quando vuole, per non dire di peggio. Io, piuttosto che essere deriso e fatto fesso, preferisco prendere uno schiaffo. I musulmani ti incutono paura, ti tengono in uno stato permanente di insicurezza. È un’afflizione psichica continua, peggio di una tortura".
D. – Esiste lo schiavismo in Sudan?
R. – "Loro giurano di no. Sono andati a dirlo anche a Ginevra, all’Onu. Eppure le mie missioni sono piene di ex schiavi. Nel ’90 ne ho riscattati personalmente 150, pagandoli meno di un cane di razza: 50 dollari le femmine, 100 i maschi. Poi non l’ho più fatto, perché mi sono accorto che poteva diventare un circolo vizioso. Li usano come pastori oppure li mandano a servizio dalle famiglie arabe benestanti di Khartoum. Li obbligano a frequentare le scuole coraniche".
D. – Perché s’è fatto missionario?
R. – "Forse perché vedevo mio padre, un ortolano, portare la minestra ai carcerati. Non ho mai pensato di fare altro. A 8 anni ero chierichetto nel santuario del Sacro Cuore a Brescia, retto dai padri comboniani. A 9 sono andato a visitare il loro seminario di Crema. A 10 ci sono entrato".
D. – Ha paura?
R. – "Non farei il mestiere che faccio se ne avessi. Con la paura non si sopravvive. Quando mi accorgo che un mio sacerdote ha paura, lo tolgo dalla missione. È una malattia contagiosa. Il giorno che diventassi pauroso, prego Dio di prendermi".
D. – Tornerà mai in Italia?
R. – "La mia patria è il Sudan. Ho promesso ai miei fedeli che non li abbandonerò neanche da morto. Loro sanno già dove mi devono seppellire".
D. – Crede che cristiani e musulmani potranno mai vivere in pace fra loro?
R. – "Il rispetto verrà dopo che ci saremo conosciuti. Per il momento condividiamo solo la terra che calpestiamo".
D. – C’è qualcosa che i miei lettori e io possiamo fare per lei, padre?
R. – "Pregate tanto".
D. – Solo questo?
R. – "Non dimenticateci".
D. – Non la dimenticherò.
R. – "Lo farà. I poveri si dimenticano in fretta".
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/7044


E dimenticavo: UN BRAVO A PERSEO anche da parte mia!


E hai sbagliato, forse ci scambi per catari o metodisti.
Credi seriamente che io mi sbatterei per qualcosa che non mi garantisca minimo la superomità, l'immortalità e l'incorruttibile giovinezza.
Avrete corpi perfetti come quelli degli angeli.. vi sarà data una pietra nera con scritto un nome che solo voi conoscerete.. e sarà solo l'inizio.
Spaccheremo tutto.

