Ombre "atlantiche" dietro la destabilizzazione in Mongolia
MONGOLIA L'ombra di una nuova «rivoluzione colorata» dietro gli scontri e le proteste scoppiati dopo le elezioni vinte dai comunisti
Il controllo di ricchi giacimenti di rame e oro la posta del Grande Gioco
di Fabrizio VIELMINI*
Alma-Ata (Kazakhstan) – E' tornata la calma a Ulan Bator, due giorni dopo gli scontri e le proteste seguiti al voto di domenica scorsa. La dichiarazione di vittoria da parte del già al governo partito Partito popolar-rivoluzionario (PPR, a cui i risultati ufficiali hanno assegnato 46 dei 76 seggi) ha provocato l’ira degli avversari del Partito democratico (PD). Solo l’introduzione dello stato d’emergenza ed il massiccio intervento delle forze dell’ordine sono riusciti mercoledì a calmare i seguaci dell’opposizione sconfitta dopo che i disordini da questi innescati nella capitale hanno causato cinque vittime (incluso un reporter giapponese) ed oltre duecento feriti (fra cui 97 poliziotti).
Gli avvenimenti di Ulan-Bator rappresentano qualcosa d’inaudito, un terremoto all’interno di un quadro politico che dalla fine del sistema comunista si era distinto per il suo sviluppo più che pacato. Caso unico nei sistemi post-sovietici – data la massiccia influenza di Mosca sulla vita del paese, la Mongolia veniva considerata la sedicesima repubblica dell’URSS – quello mongolo aveva finora costituito un esempio di “transizione civile” con alternanza fra blocchi elettorali contrapposti.
Tutto indica come al cuore del precipitare degli eventi mongoli stia la recente scoperta di alcuni consistenti giacimenti di rame, i quali si aggiungono a miniere d’oro e uranio già in sfruttamento. Essendo il settore estrattivo la principale attività della non fiorente economia mongola, la gestione della nuova ricchezza è divenuta un tema centrale della campagna elettorale per entrambi gli schieramenti. Osteggiato dal PD, il PPR ha sostenuto una modifica dell’attuale legge, la quale fissa un tetto del 50% per la partecipazione pubblica alle imprese, in modo da introdurre un controllo di maggioranza degli appalti strategici.
La liberalizzazione economica ha favorito un afflusso di capitali esteri, fra cui si distinguono quelli di provenienza anglo-americana. In particolare nel progetto Oyu Tolgoi – stimato a 78 miliardi di pounds di rame e 45 millioni d’once d’oro, la più grande miniera inesplorata al mondo – si è esposto per miliardi il conglomerato basato in Canada Ivanhoe Mines Ltd. L’affare è solo uno dei motivi alla base dell’inquietudine delle alte sfere finanziarie mondiali di fronte agli sviluppi mongoli. Preoccupante è l’esempio che da Ulan-Bator potrebbe espandersi alle altre capitali centrasiatiche, anch’esse orientate – in primo luogo il Kazakistan con i suoi campi petroliferi – a riaffermare il controllo dello Stato sulle ricchezze nazionali.
Non solo. Londra e Washington sono in allarme per il rinnovato attivismo di Mosca presso il suo ex-vassallo. Il premier e leader del PPR, Sanjaagiin Bayar, è ritenuto avere legami privilegiati con Mosca, dove si è laureato ed ha servito quale ambasciatore fra il 2001 e il 2005. A fronte di una diffusa sinofobia dei mongoli, la Russia esercita un’influenza decisiva sul paese attraverso le forniture petrolifere e il controllo dei principali sbocchi sul mondo esterno, ciò che le dà un vantaggio incomparabile sugli anglo-americani.
Da qui una probabile tentazione di questi ultimi di ricorrere a metodi poco ortodossi per mantenere la loro presa sul paese – con il quale fra l’altro, hanno intessuto legami sul piano militare, con la Mongolia che partecipa con 200 militari all’occupazione dell’Iraq. Gli avvenimenti in corso in Mongolia richiamano perciò da vicino le “rivoluzioni colorate” che scossero lo spazio post-sovietico fra 2003 e 2005: a esercizio elettorale concluso il capo dell’opposizione al regime accusa quest’ultimo di falsificazioni mobilitando la piazza. Anche allora in Georgia ed Ucraina erano in gioco assetti politici che andavano contro gli interessi anglo-americani. A riferma di tale scenario, il leader dell’opposizione in rivolta, Tsahiagiin Elbegdorzh, spicca all’interno di una classe dirigente che ha fatto in maggioranza i suoi studi nell’URSS-Russia quale l’unico a essersi formato negli Stati Uniti.
Se non la mano anglosassone, potrebbe esserci quella del Giappone, il quale vede tradizionalmente nella repubblica un terreno d’azione per controbilanciare Russia e Cina. In ogni caso dall’inizio dell’anno i think-tank dell’“impero” hanno lanciato una serie di allarmi affinché Washington si attivasse per arrestare la deriva di Ulan-Bator - l’ultimo sul The Wall Street Journal, a firma di un esponente dell’American Enterprise Institute, il quale evocava lo spettro di una Mongolia “satellite della Russia di Gengis-Putin”.
* Fabrizio Vielmini, analista, esperto dell'Asia Centrale, collabora a riviste specializzate, tra cui Limes ed Eurasia. Rivista di studi geopolitici, e a numerosi quotidiani nazionali ed internazionali.
Fonte: il manifesto 3 luglio 2008
ripreso da Eurasia Rivista
http://geopolitics.splinder.com/




Rispondi Citando
