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Discussione: Ottaviano il....

  1. #1
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    Predefinito Ottaviano il....

    ...liquidatore

    Alla faccia del contrappasso: quello craxiano e quello che abbatte, ogni tanto, i governi dell'Abruzzo.
    Nel tardo settembre 1993, come oggi, fu decapitata l'intera giunta regionale più il presidente, e anche lì le accuse furono di truffa e associazione per delinquere.
    Craxi, invece, fu decapitato in un altro modo e adesso probabilmente sta offrendo sidro da qualche parte, allargando le braccia: lui l'aveva detto che a fare i candidi poi ci si macchia anche di più.

    Sin dal 1993, quando il leader socialista richiamava l'intera classe politica a una corresponsabilità di fronte a Tangentopoli, il distinguo di Ottaviano Del Turco fu alto e indignato.
    Aveva il marchio craxiano sul cranio, ma non voleva saperne.
    Nato a L'Aquila, fece carriera nella Cgil sino a diventare il vice di Luciano Lama: poi la folgorazione e divenne segretario aggiunto della Cgil in quota Psi. Finita la pace, le declarazioni furono in crescendo: «Non mi stupisco affatto dell’esistenza del partito degli affari nel Psi, ho sempre denunciato quelli che brillano per la luce dei soldi come Paperon de’ Paperoni».
    La continua presa di distanza dal leader sarà il leitmotiv di un riciclaggio politico oggettivamente disinvolto: Del Turco, nel maggio 1993, divenne segretario del Psi e come primo atto politico pellegrinò spontaneamente alla Procura di Milano e scambiò un segno di pace col Pool.
    Sanguigno e animoso come un vero abruzzese (o molisano) all'occorrenza sapeva menare le mani; durante un congresso terminale del Psi al Palafiera di Roma, sempre nel '93, un microfono aperto lo mandò in onda mentre intimava «ti prendo a schiaffi davanti a tutti» all'allora segretario dei giovani socialisti. Ma il partito era ormai morto: il tempo di celebrarne le esequie e Del Turco passò a sinistra.

    Nessun problema con Mani pulite. Il costruttore Vincenzo Lodigiani lo aveva tirato in ballo parlando di contributi ai leader sindacali: «Lodigiani, Astaldi, Itinera e Fiat decisero di prevedere a una contribuzione per ciascuno dei sindacati, contribuzione che in parte è avvenuta a Cisl e Uil». E la Cgil? «Mancarono i tempi tecnici». Una perquisizione a casa di Lodigiani evidenziò un libro mastro delle tangenti dove figuravano anche «DelTurco -D’Antoni-
    Benvenuto», ma evidentemente non fu rilevato alcun illecito, e i sindacalisti in ogni caso non sono dei pubblici ufficiali.
    Morale: nel 1994 cominciò l'attività parlamentare come deputato del Pds e come vicepresidente della Commissione Esteri.
    Unica nota stonata: certi fastidiosi fax da Hammamet.
    «Dopo la morte del segretario amministrativo del partito Vincenzo Balzamo», si leggeva nell'ottobre 1994, «informai dell’esistenza dei conti esteri del Psi i miei successori alla segreteria: Benvenuto e Del Turco. E li misi a loro disposizione. Benvenuto mi pregò di soprassedere, in attesa che fosse fatta una verifica. Del Turco mi ringraziò, ma non mi diede alcun cenno di richiesta: allora gli inviai in una busta chiusa consegnata a mano, il materiale riguardante questi conti esteri, con due lettere di accompagnamento. Una indirizzata a un suo stretto collaboratore, l’altra a lui personalmente».
    La replica di Del Turco fu stizzita: «Mai l’amministrazione del Psi ha potuto fare ricorso a finanziamenti esteri o risalenti alla vecchia gestione del partito. Da essa, com’è noto, abbiamo ereditato solo debiti».
    Del Turco confermerà solo d'aver ricevuto effettivamente due buste da Craxi: «Una con una lettera, l’altra con dei documenti. Io aprii solo la lettera, mentre l’altra non volli nemmeno aprirla, temendo di essere coinvolto in qualcosa di illegale, e la feci distruggere».
    La fece distruggere.

    Del Turco ormai era lanciato e la sua immagine più o meno linda. Non ebbe problemi, per dire, a firmare la liberatoria per una burla atroce che gli preparò «Scherzi a parte» di Canale 5: patito di pittura e anch’egli pittore, fu invitato a un finto dibattito su Tele Roma 56 dove dei critici gli sottoposero una crosta (un Pierrot che piange) attribuita a tal Hangelman, artista completamente inventato: «Lei lo conosce, vero?», «Certo che lo conosco. Ricordo che ha vissuto l’esperienza dei campi di concentramento».
    Di un altro pittore inventato, Mario Dominici, disse: «È uno dei pochi pittori del Novecento che resterà».
    Sciocchezze, certo. Non gli diede fastidio neppure un documento sequestrato nell'ex ufficio romano di Craxi:
    «Subentrato Del Turco, il flusso non si è interrotto. In media, da Balzamo, Del Turco riceveva dai 20 ai 30 milioni mensili».
    Tutto senza conseguenze: evidentemente era tutto falso o comunque lecito.

    Nessun problema: il 21 aprile 1996 vinse l’Ulivo e il neo senatore Del Turco, scalzando Pino Arlacchi, divenne addirittura presidente della Commissione antimafia.
    Tutto in discesa: nel 2004 venne eletto al Parlamento europeo per la lista Uniti nell'Ulivo e dopo le regionali del 2005 eccolo presidente del suo Abruzzo, con l'Unione. Infine è entrato nel Comitato nazionale del Partito democratico.
    E meno male che Veltroni si dice garantista.
    E meno male che la manifestazione di Piazza Navona c’è già stata.

    Filippo Facci www.ilgiornale.it 15 07 08

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Ma io non ci credo

    Io non ci credo. Mi invitano tutti alla prudenza, a leggere le carte.
    Non vorrei che il mio ultimo articolo «garantista» dopo i tempi eroici della lunga guerra, evidentemente non conclusa, contro la ferocia giustizialista, alla distanza risultasse avventato, come estrema conseguenza di un atteggiamento mentale anche in tempi mutati e di maggiore attenzione e prudenza da parte della magistratura inquirente.
    Potrebbe essere.
    Io fui solo a difendere in anni lontani e difficili Tabacci, innocente; Musotto, innocente; Darida, innocente; Franco Nobili, innocente; Mancini, innocente; Misasi, innocente; nomi della nomenklatura democristiana e socialista, oggi in gran parte dimenticati insieme a infiniti altri, Battaglia e Quattrone arrestati e prosciolti, Calogero Mannino arrestato e non condannato.
    Ricordo questi nomi alla memoria di quel «terrorista» giudiziario che fu Di Pietro, e che inaugurò la stagione del linciaggio nella quale furono inquisiti centinaia di parlamentari e di sindaci, anche del Pci (ricordo di essere andato a trovare in carcere il povero sindaco di Carbonia, poi risultato, ovviamente, innocente).
    Una furia si abbattè su di loro, amplificando reati minori o inconsapevoli, in delitti odiosi per una società desiderosa di vendette.
    Il Palazzo era stato minacciato, era stato denunciato da Pasolini, per primo: infine fu abbattuto. Ne restano ancora le rovine.
    I sopravvissuti si sono ricoverati in rifugi di fortuna.

    Ma se devo pensare alla prima interpretazione aberrante del dipietrismo, fuori di Milano, mi viene in mente l’arresto dell’intera giunta regionale abruzzese, mi pare nel 1993. Benché incredibile l’atto giudiziario non sembrò, in quel momento, straordinario: era l’estensione di un metodo, di una caccia all’uomo iniziata con la minaccia o l’uso del carcere preventivo per far parlare, per rendere infami.
    Ne è precisa testimonianza la lettera ai familiari, struggente e dolorosa, di Gabriele Cagliari: una denuncia durissima dei metodi della magistratura milanese, cui seguì il suicidio di Cagliari.
    La storia si ripete. L’arresto di Ottaviano Del Turco, uomo della cui onestà personale appare a me, e a molti, difficile dubitare, rientra nella patologia di molte regioni rispetto alla assistenza sanitaria.
    È ben noto che attraverso il sistema sanitario si determinano molte servitù elettorali, e vasti bacini di voti. L’assistenza presuppone un dare, e non sempre legittimo, sia alle cliniche private sia ai singoli assistiti che stabiliscono rapporti fiduciari con i medici. Nel mondo sanitario vi sono poi assunzioni garantite, e spesso, come abbiamo visto a Milano, premi pubblici a danno dei malati in rapporto all’impegno nelle operazioni chirurgiche.
    Abbiamo visto di tutto e possiamo anche immaginare che l’assistenza sia garantita in eccesso a danno dei finanziamenti pubblici.

    Ma la corruzione è un’altra cosa. E l’incriminazione, nella consapevolezza di un crimine dei sette assessori presenti, oltre che del presidente, presuppone un’associazione a delinquere che è diversa dalle ragioni anche politiche e clientelari che possono avere determinato decisioni discutibili e perfino abusi d’ufficio.
    Fatico a immaginare Del Turco e i suoi assessori in una delibera di giunta spartirsi la torta di tangenti per vantaggio personale.
    Fatico a pensare che in quell’atto di finanziamento a una clinica fosse intervenuta una banda bassotti pronta a rapire tangenti per centinaia di migliaia di euro.
    Ho conosciuto Del Turco in Parlamento come presidente della commissione Antimafia in un ruolo difficile per reprimere il più compiuto sistema di estorsione, e anche di collusione fra criminalità e politica che, secondo l’accusa Del Turco avrebbe poi praticato in questa circostanza.
    L’ho conosciuto come ministro delle Finanze applicato alla repressione dell’evasione fiscale, altra manifestazione di rapina.
    L’ho visto anche sopravvissuto a Craxi dopo la sistematica e criminale demolizione del Partito socialista senza essere sfiorato da inchieste così facili verso quasi tutti i vertici del suo partito.
    E dopo queste esperienze difficilissime dovrei immaginarlo prendere tangenti come presidente della sua Regione?
    Vorrei vederlo criticato per la sua azione politica, non abbattuto da un’incursione giudiziaria di esito dubbio.
    Scoprirlo oggi corrotto e ladro non mi sembra possibile.

    Non ci credo. E aspetto di ritrovarlo fra qualche tempo assolto, e dunque vittima. La guerra continua.
    La pax giudiziaria nonostante l’ostinazione di Berlusconi non sembra raggiunta. E sono certo che se Ottaviano risulterà innocente i magistrati che lo hanno arrestato non pagheranno per il loro errore.
    Di questa intollerabile anomalia i compagni di Del Turco, a sinistra, vorranno finalmente accorgersi, e trovare la forza di dissolverla?

    Vittorio Sgarbi www.ilgiornale.it di oggi

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Le mele con puzza....

    ....di soldi

    Tutti i soldi portano a Collelongo, provincia de l'Aquila, cuore della Marsica e domicilio di Ottaviano Del Turco. Mazzette per 15-16 milioni di euro, roba da far impallidire Tangentopoli, riconducibili al presidente della giunta regionale d'Abruzzo e al suo entourage, tecnico e politico:
    dieci gli arrestati, trentacinque in tutto gli indagati.

    Accuse pesantissime legate alle cartolarizzazioni dei crediti vantate dalla case di cura private nei confronti delle Asl locali.
    Si va dall'associazione per delinquere alla concussione, dalla corruzione al riciclaggio, fino alla truffa, falso e abuso d'ufficio.
    In cella, dunque, il sindacalista-governatore del Pd, che nell'ipotesi della procura di Pescara avrebbe personalmente intascato la bellezza di sei milioni di euro in mazzette.
    Svegliato all’alba della finanza, è finito in cella a Sulmona nel primo pomeriggio, dove resterà per tre giorni in isolamento. Poi il segretario generale della presidenza di giunta (già segretario regionale socialista) Lamberto Quarta. Quindi il neo assessore alle Attività produttive, Antonio Boschetti (Pd), il capogruppo del Pd regionale Camillo Cesarone, l'ex manager della Asl di Chieti, Luigi Conga (che ha avuto un malore al momento dell'arresto).
    E ancora: Gianluca Zelli, main sponsor della Pescara Calcio, ai domiciliari l'assessore alla Sanità, Bernardo Mazzocca (Pd), il suo segretario particolare Angelo Bucciarelli, l'ex presidente della Finanziaria regionale, Giancarlo Masciarelli.

    Tutti uomini vicinissimi all'ex ministro delle Finanze nonché ex presidente della commissione Antimafia. Un terremoto senza precedenti, perché non è comparabile con quello del 1992 che portò in galera l'intera giunta per i fondi comunitari. Un sisma politico-giudizario che sconquassa la politica abruzzese in questa seconda tranche dell'inchiesta sulla cartolarizzazione di un miliardo di euro dei debiti della sanità regionale.
    Dietro il tanto pubblicizzato «risanamento» del deficit, secondo la Procura, si nasconderebbe il marcio. Che è venuto alla luce a forza di atti amministrativi, illogici e illegittimi, che andavano a beneficare determinati personaggi.

    Su tutti, il re delle cliniche private, Vincenzo Angelini, una sorta di Mario Chiesa calabrese. Grazie alle sue confessioni a rate che gli hanno permesso di evitare il carcere, la procura di Pescara ha accelerato con i riscontri arrivando a ipotizzare tangenti record: una prima tranche da 200mila euro per Del Turco, una seconda sempre per il presidente da 5,8 milioni di euro da spartire insieme al braccio destro Cesarone e al braccio sinistro Boschetti.
    La Gdf ha rintracciato altri 15mila ancora per Cesarone, mezzo milione per Domenici, 6 milioni e rotti per Conga oltre a una promessa, non andata a buon fine, di ulteriori 550mila euro. E via discorrendo.
    Un fiume di denaro sgorgato dalle casse della gola profonda dell'inchiesta, l'amministratore della casa di cura Villa Pini d'Abruzzo di Chieti e proprietario della clinica Sanatrix dell'Aquila, che a suo dire sarebbe stato taglieggiato dalla politica regionale.
    «Paga e riavrai i tuoi soldi» sarebbe stato il ritornello.
    Lui ha pagato, ma non essendo stati gli altri di parola, s'è vendicato. Spifferando tutto.

    G.M.Chiocci

    collabora S. Giannico www.ilgiornale.it di oggi

    saluti

    (Ha collaborato Serena Giannico)

 

 

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