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Discussione: Contro lo Stato

  1. #31
    Ran Tasipi
    Ospite

    Predefinito

    Se gli anarco-capitalisticonquistano gli "autogestiti"
    13/3/03 sull'Opinione:


    Per la conferenza sulla globalizzazione svoltasi durante la tarda mattinata
    del quarto giorno dell'Autogestione, avevo invitato Enrico Colombatto,
    docente di economia al Dipartimento di Scienze Economiche e Finanziarie "G.
    Prato" dell'Università di Torino. L'avevo conosciuto ad una conferenza
    all'Unione Industriale di Torino l'anno scorso dove ha tenuto appunto una
    lezione sulla globalizzazione. Ero rimasta impressionata dalle sue
    capacità relazionali, dal suo modo di rendere digeribili e addirittura
    divertenti dati tecnici economici ad un pubblico "laico". Mi ricordo di
    aver pensato in quell'occasione che avrei voluto sequestrarlo e portarlo in
    aula davanti ai miei ragazzi. Così appena si è cominciato a parlare
    d'autogestione, gli ho contattato e lui ha subito accettato con
    entusiasmo. Purtroppo, i ragazzi hanno cambiato poi le date
    dell'autogestione e avendo altri impegni fuori Torino per quella settimana,
    il Professor Colombatto non ha potuto venire.

    Avendo saputo che Carlo Pelanda, editorialista del Giornale e docente di
    economia politica internazionale all'Università di Georgia negli Stati
    Uniti, si trovava in Italia, attraverso la pubblicità data al suo scontro
    con Adel Smith, ho pensato a lui come sostituto certamente non di
    ripiego. Purtroppo, però, anche lui doveva ripartire per l'estero. Quindi
    ho cominciato un networking telefonico per trovare un relatore adeguato. È
    così che sono arrivata a due nomi di persone a me sconosciute: Carlo
    Lottieri, Filosofo del Diritto dell'Università di Siena e Carlo Stagnaro,
    co-direttore della rivista Enclave e collaboratore di Il Tempo e
    Ideazione. Hanno accettato subito anche loro con entusiasmo. Avendo
    risolto il mio problema di relatori per quella conferenza, ho pensato,
    magari vado un po' su Internet per conoscerli meglio. Apro qualche
    documento e trovo idee fuori dal comune, rivoluzionarie nel vero senso
    della parola, che a me provocavano una reminiscenza di una conferenza alla
    quale avevo assistito un paio di mesi prima.

    Democrazia: Il Dio che ha fallito. Questo il titolo di una conferenza
    organizzata a Torino dal CIDAS e del libro di Hans-Hermann Hoppe,
    professore di economia della scuola austriaca all'università di Las
    Vegas. Un'università a Las Vegas? Già quello mi sembrava un
    ossimoro. Almeno io non ho mai associato cose culturali con quella
    città. Ma sarà un mio pregiudizio.

    Anche qui, prima di recarmi a quella conferenza avevo fatto un giro
    sull'Internet per sapere in anteprima di che cosa si trattasse. Ho fatto
    in tempo a leggere solo qualche pagina della prefazione del libro di Hoppe
    nella quale l'autore proponeva un susseguirsi di "se" riguardante l'andazzo
    della storia dell'inizio dell'ultimo secolo: Se il Presidente Wilson non
    avesse tradito la sua promessa elettorale agli americani riguardo alla suo
    non-interventismo. Se gli americani fossero rimasti fuori dalla prima
    guerra mondiale. Se l'impero Asburgo non fosse caduto. Se non fossero
    nati gli stati nazione. Insomma secondo la sua proiezione di congiuntivi
    al trapassato, in Europa non sarebbero nati i due
    totalitarismi. Affascinante come teoria, naturalmente non provabile. La
    storia non si fa coi "se", quindi non può essere che un esercizio
    intellettuale, accattivante ma inutile.

    Alla conferenza, quindi, mi aspettavo di sentire elaborazioni di questo
    teorema. Invece abbiamo sentito tutt'altro. La prefazione era solo una
    delle sue premesse. Altra premessa era il suo disaccordo col dogma della
    democrazia, un'idea talmente totalizzante da sembrare blasfema per chi osa
    contestarla. A Hoppe irrita la democrazia come idea ultima, come "la fine
    della storia". Dicendo ciò, naturalmente non ha menzionato Francis
    Fukuyama, e questo non nominare il nome di un concorrente pensatore mi
    faceva ricordare quegli ambienti a circolo chiuso nelle università moderne,
    di teorici gelosi di altri teorici, ognuno predicatore della sua verità,
    che non si frequentano, e appunto neanche si nominano per paura di portare
    fama all'avversario. Nelle università dove più che in qualunque altro
    luogo le idee dovrebbero incontrarsi e scontrarsi in ambienti aperti,
    invece si formano le chiesuole appartate.

    Il "tutt'altro" che abbiamo sentito era il mio primo assaggio di teorie che
    vengono etichettate come "anarco-capitaliste". Per farla breve questi non
    solo credono adamantinamente nella globalizzazione economica, ma
    demonizzano con altrettanto furore, e non con poca ragione, la
    globalizzazione giuridica. Cioè criticano gli sprechi di tutte le mega
    organizzazioni mondiali, come l'ONU e le sue infinite filiali, l'Unione
    Europea con la sua burocrazia bulimica dove i soldi finiscono in mille
    voragini anziché alle destinazioni volute. Ma criticano anche gli stati
    nazione. Credono che bisognerebbe applicare le leggi del libero mercato
    anche ai settori che normalmente deleghiamo agli stati e ai
    governi. Credono che i cittadini sarebbero più bravi a gestirsi i loro
    soldi da soli, organizzando associazioni e compagnie per offrirci i servizi
    che normalmente pretendiamo dallo stato: la sanità, la sicurezza, la
    giustizia.

    Quindi, tornando ai miei ragazzi e al mio compito di fornire relatori per
    le conferenze, quando ho capito che Lottieri e Stagnaro appartenevano a
    questa scuola di pensiero economico austriaco, ho deciso di richiamarli per
    telefono. Gli ho detto che non volevo censurarli, e che mi trovavo
    d'accordo con le loro critiche verso la globalizzazione giuridica e
    affascinata riguardo alle loro proposte di soluzioni, anche se non vedo
    come sarebbero realizzabili, ma.! Appunto "Ma"! Gli ho spiegato che i
    ragazzi più "impegnati" della mia scuola sono stati portati da non so quali
    cattivi maestri su una tangente talmente terzomondista, veterocomunista,
    pseudo pacifista da far paura, inondati di luoghi comuni a battito di
    slogan facilmente digeribili e ripetibili. La mia missione era di
    riportarli nella "normalità," che imparassero almeno ad apprezzare i
    diritti e le libertà di cui godono senza neanche che se ne accorgano, a
    volte addirittura disprezzandoli. Quindi ho chiesto loro di limitare il
    loro discorso nei limiti del possibile alla globalizzazione economica.

    Quando sono arrivati Lottieri e Stagnaro erano gli unici
    relatori. Sembrava che i ragazzi non fossero riusciti a trovare
    nessuno. Nell'attesa che incominciasse la conferenza parlavano fra di
    loro, dicendo, "Ma come facciamo? Siamo d'accordo noi due. Sarà una
    conferenza noiosissima. Dai chi fa il cattivo, tu o io?" Mentre
    discutevano sono arrivati invece ben tre altri relatori dell'ultima ora:
    Michele Curto, Presidente dell'associazione "Terra del Fuoco," Marco
    Grimaldi, segretario di Sinistra Giovanile, e Paolo Corsetto. Il timore
    che la conferenza potesse essere noiosa è svanito prestissimo.

    I tre relatori ritardatari erano degli eccellenti oratori. I loro teoremi
    di lunghissimi susseguirsi d'affermazioni logiche avevano solo un fallo
    fatale. Partivano non da assiomi assoluti ed evidenti ma da postulati,
    proposizioni terzomondiste prive d'evidenza. Insomma li abbiamo sentiti
    mille volte: l'occidente stupratore della terra, le multinazionali
    sfruttatrici di bambini, i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più
    poveri. Va a spiegare loro che senza l'occidente stavano peggio, che le
    multinazionali offrono paghe e condizioni di lavoro migliori di quelli che
    offrivano prima i loro stessi compatrioti, che hanno raddoppiato il reddito
    pro capite, che con gli OGM possono sperare di non morire di fame, che
    prima che venissero i brutti cattivi occidentali ad estorcergli i diamanti
    a poco prezzo, i diamanti non valevano niente se non per giocare a biglie,
    che senza il consumo del petrolio dell'occidente e non solo molti paesi del
    mediooriente non avrebbero nessuna fonte di reddito. Lottieri e Stagnaro
    l'hanno detto non solo con ragionamenti ma anche con dati economici
    inconfutabili. È chiaro che è più facile aggrapparsi agli slogan facili e
    già sentiti anzi, che si conoscono a memoria, ma ad ogni battuta di questo
    genere, Lottieri e Stagnaro avevano nomi e numeri che contraddicevano lo
    scontato luogo comune. E così, il discorso si animava sempre di più ed i
    relatori lottavano cortesemente ma fermamente fra di loro per il microfono.

    Non so a quale punto e per quale ragione si è finalmente ed inevitabilmente
    travalicato l'economico per il giuridico. Mi ricordo che Lottieri ha
    raccontato una serie di aneddoti illustrando come gli stati e le
    istituzioni si sono auto autorizzati a derubarci senza che nessun cittadino
    si sogni di fare neanche una piccola protesta: Ha narrato come è stato
    derubato un paio di volte in casa dagli zingari che hanno portato via
    quelle poche cose che portano via. Ha indicato il paradosso di quanto la
    gente si senta offesa e oltraggiata quando succedono episodi simili. Ma
    nessuno dice una parola quando ogni mese lo stato porta via metà dei
    guadagni sudati. Per non parlare poi del 20% di IVA ogni volta che uno si
    compra qualunque oggetto o servizio. Una volta tolto questo mattone fra
    l'economia e il giuridico, l'intero muro è caduto. I due principi
    libertari erano nudi e non avevano nessuna intenzione di travestirsi.

    Gli altri tre giovani relatori sul palco non avevano previsto di dover
    controbattere argomenti così rivoluzionari. I ragazzi/studenti nel
    pubblico si guardavano e mi guardavano con mille domande negli occhi, e io
    li incoraggiavo ad alzare la mano per farsele rispondere. Erano domande
    intelligenti, contestuali, "Ma come? Senza lo stato e le sue istituzioni,
    come si fa ad offrire ai cittadini un sistema sanitario? E la polizia? E
    se qualcuno ammazza mia sorella, chi sarà il giudice?" E Lottieri e
    Stagnaro a spiegare come secondo loro i cittadini sarebbero meglio serviti
    e a costi più ragionevoli se tutti questi servizi fossero gestiti da
    compagnie private che competano fra loro per offrire il meglio al prezzo
    più conveniente proprio come qualunque altro servizio che siamo abituati ad
    acquistare sul libero mercato. Non ho mai visto gli studenti così vivaci,
    così stimolati intellettualmente. La conferenza avrebbe dovuto finire alle
    13,30. Alle tre eravamo ancora lì in un angolo dell'Aula Magna con un
    gruppo di studenti che con le loro domande e contestazioni non avevano
    nessuna voglia di mollare.


    Sandra Giovanna Giacomazzi

    Giusto per dire l'appeal che possono avere le nostre idee anche su un pubblico di insospettabili.



    A parte il tentativo di Piombini, c'è stato qualche altro contatto fra i due mondi anarchici?
    Non lo so, a parte Corvaglia e il tentativo (fallito, mi pare di capire) degli Analitici, non ne conosco molti altri. Ma il punto non è questo. Credo infatti che nel confronto "accademico" tra studiosi e pensatori il fatto che risulti difficile giungere ad una "convergenza" (parlo come un dirigente del PCI ) sia abbastanza scontato: in quel contesto, infatti, ognuno è portatore della propria ortodossia e pertanto poco incline a mediazioni. Con questo non voglio dire che questi siano tentativi inutili, anzi, sono chiaramente necessari e fondamentali. Ma non sono gli obiettivi di un Movimento che invece, come giustamente osservavi qualche post addietro dovrebbe parlare più "pane e salame".
    Ora, capisco che molti fra noi temono di venire associati al "club degli sfasciavetrine" (definizione di Corvaglia, se non erro) - e ne abbiamo ben donde, aggiungo. Tuttavia ci sono argomenti sui quali credo sia possibile trovare un punto d'intesa anche con gli altri anarchici. La guerra, ad esempio, che la più devastante delle forme di aggressione. Ma anche l'antieuropeismo, l'antiproibizionismo, l'indipendentismo, la censura telematica, la proprietà intellettuale e più in generale la società orwelliana verso cui sembriamo inesorabilmente avviati. Sono questi i temi che danno visibilità ad un movimento.
    Fermo restando che noi abbiamo solidissimi argomenti etici ed economici a supporto delle ns teorie che siamo tenuti a portare sul tavolo della discussione per trovare una nostra collocazione sul "mercato" delle idee antistataliste, ritengo che dovremmo prendere in considerazione l'opportunità di esporci maggiormente su queste issues, che peraltro sono condivise anche da altri movimenti (penso al Movimento Zero di M. Fini o al forum di Luogocomune.net) a cui potremmo unirci strategicamente in occasione di manifestazioni, incontri e quant'altro.

    Certo, se poi l'approccio è quello da assediati in piena guerra fredda, allora diventa tutto molto difficile.

  2. #32
    Anarcocapitalista
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    Citazione Originariamente Scritto da simolatrottola Visualizza Messaggio
    PER L’ANARCO-CAPITALISMO
    di Guglielmo Piombini

    Cari amici della "Rivista Anarchica",
    vorrei complimentarmi per la vostra rivista, che spesso acquisto e leggo con estremo interesse. Personalmente mi ha sempre affascinato la teoria dell’anarchismo, soprattutto nella sua versione individualista, sulla quale sto svolgendo alcune ricerche.

    Mi rendo conto che questa forma di anarchismo è sempre stata minoritaria (almeno in Europa) rispetto all’anarco-socialismo, tuttavia, nelle considerazioni che seguono, vorrei mettere in luce alcuni caratteri di maggior coerenza dottrinale, e anche di maggior realismo, propri della prima rispetto alla seconda.

    Spero così di contribuire, con la massima pacatezza, al dibattito teorico, cercando di rendere anche a voi anarchici collettivisti un po’ meno "indigesto" l’anarchismo individualista, soprattutto nelle sue versioni moderne, denominate più propriamente anarco-liberismo o anarco-capitalismo. Ho notato infatti, con rammarico, che la vostra attenzione per l’anarco-capitalismo e per i libertarians americani è molto scarsa, e nei rari casi in cui queste posizioni vengono prese in considerazione, i giudizi sono sempre estremamente negativi. Eppure le radici di questa corrente culturale si ricollegano direttamente, oltre che ai classici autori liberisti, alla tradizione anarco-individualista americana ottocentesca di Josiah Warren, Lysander Spooner, Benjamin Tucker; inoltre, nelle opere dei libertarians statunitensi, riecheggia spesso quello stesso afflato libertario presente in certe straordinarie pagine antistataliste di Proudhon, di Godwin o di Bakunin.

    Nel breve saggio che segue vorrei quindi brevemente riassumere i punti fondamentali della dottrina anarco-capitalista, per poi svolgere un confronto su quei punti di dissidio con l’anarchismo comunistico classico.

    L’anarco-capitalismo, che negli Stati Uniti ha raggiunto livelli notevoli di elaborazione teorica grazie soprattutto a studiosi come Murray Rothbard e David Friedman, si pone, ad un tempo, come negatore assoluto dello Stato e come strenuo sostenitore della proprietà privata e del libero mercato.

    In ciò possiamo trovare una netta differenza rispetto ad altre forme di anarchismo individualistico, quali quelle illegalistiche stirneriane, nietzschiane o stile banda Bonnot, che non riconoscono la libertà e la proprietà privata altrui, e che giustificano quindi in qualche modo l’attentato o l’esproprio violento. Al contrario, per gli anarchici-liberisti, gli uomini nascono con dei diritti assoluti sulla propria persona, sui frutti del proprio lavoro e su tutto ciò che si ottiene, senza violenza e senza frode, per contratto e dono. Nessun altro uomo o gruppo di uomini, quand’anche rappresentassero la maggioranza, può permettersi di violare questi diritti naturali. Partendo da queste premesse, gli anarchici-capitalisti individuano nello Stato il principale violatore di questi diritti, e affermano che esso nella sostanza in nulla si differenzia da una organizzazione criminale, essendo tenuto in piedi da un sistema di tasse che altro non sono se non una forma legalizzata di estorsione o di furto.

    Per gli anarco-capitalisti lo Stato rappresenta la più vasta e importante associazione per delinquere di tutti i tempi, molto più efficiente e pericolosa di qualsiasi altra mafia della Storia; non vi è infatti ombra di dubbio che il male e i danni arrecati ai cittadini dalle bande criminali private è qualcosa di irrilevante, se lo si confronta con gli orrori provocati dalle classi politiche e governanti: genocidi, bagni di sangue, guerre, crisi economiche, confische, schiavitù, carestie, distruzioni massiccie. Lo Stato, spiega Rothbard, è solo un’organizzazione di individui che hanno concordato tra loro di farsi chiamare in questo modo, allo scopo di esercitare sugli altri il monopolio legale della violenza e della estorsione dei fondi. Costoro sono gli unici individui della nostra società che si procurano le entrate non perchè qualcuno li paghi volontariamente per i loro servigi, ma con la costrizione, ovverosia con la minaccia della prigione o della fucilazione.

    Se un privato viene da me e mi dice: "Ti fornisco certi servizi, che tu li voglia o meno, e quindi mi devi pagare", parliamo di un tentativo di estorsione - osserva David Friedman - ma se un governo si comporta allo stesso modo, allora parliamo di tassazione. Da un punto di vista etico, non vedo alcuna differenza tra i due casi. O li accettiamo entrambi o li respingiamo. Per questo, nessun governo oggi esistente, compresi quelli democratici, può essere considerato legittimo, dato che un’azione criminale non cessa di essere tale solo perchè una maggioranza l’approva o la condanna.

    Tutte le ideologie sorte fino ad ora hanno tuttavia cercato di dimostrare il contrario. Il compito di spiegare che i delitti commessi dagli individui sono esecrabili, mentre quelli identici commessi su larga scala dallo Stato sono giusti, è stato svolto, dalle epoche più antiche fino ad oggi, dagli intellettuali pagati dallo Stato che, nel corso dei secoli, nella loro veste via via di sacerdoti, ideologi, scienziati, ecc. si sono dedicati con zelo a convincere le popolazioni che le depredazioni e le violenze dello Stato sono necessarie e benefiche per la società e che quindi vanno perdonate. I pretesti e le ideologie possono cambiare, ma il contenuto del messaggio è sempre stato questo. Tutte le ideologie comparse finora, da quelle teocratiche a quelle imperialiste, nazionaliste, comuniste, socialiste o democratiche, sono state varianti di grado, ma non di principio, di questo comune modello di tirannia statalista, che sacrifica l’individuo ad una qualche entità superiore, in base al principio che il Bene è ciò che è bene per la società ( o la razza, o la nazione, o la classe, o la maggioranza ), e gli editti governativi ne sono la manifestazione indubitabile.

    Invece che da una struttura burocratica monopolistica e coercitiva, tutte le funzioni oggi esercitate dallo Stato, comprese l’istruzione, la cura dei malati, la costruzione di strade, la battitura delle monete, l’assistenza ai poveri, e perfino le funzioni poliziesche e giudiziarie, possono essere svolte in maniera infinitamente più morale ed efficiente da agenzie private in concorrenza tra loro, mediante contratti volontari stipulati con gli utenti e i consumatori, fatti osservare da tribunali privati di arbitrato in un libero mercato.

    In una società siffatta, dunque, non esiste una sfera pubblica, non esiste la politica, non è ammessa la coercizione. Tutti i rapporti tra gli individui sono fondati esclusivamente su base contrattuale e volontaria.

    Nella società ideale non vi sarebbero più regolamenti, servizio di leva obbligatorio, sicurezza sociale, polizia statale, ragion di stato - spiega David Friedman - tutte le funzioni attualmente devolute all’apparato coercitivo dello Stato sarebbero esercitate da un insieme di comunità e imprese private che offrirebbero i loro servizi su una base contrattuale (sempre revocabile) nel quadro di un sistema di concorrenza generalizzata tale da garantire a ognuno la libertà di scelta...Chi volesse aiutare il suo prossimo lo farebbe, ma ricorrendo a organizzazioni contrattuali e volontarie, e non a superstrutture arbitrarie ed autoritarie...Chi volesse vivere secondo una concezione "virtuosa" della società sarebbe libero di farlo associandosi con altre persone d’accordo con lui, ma senza per questo imporre la sua concezione a chi avesse un’idea diversa della morale umana...Nessuno, infine, avrebbe il diritto di costringere chicchessia a fare o pensare qualche cosa, anche in nome di principi "democratici" che spesso non sono altro che la negazione della libertà delle minoranze....

    Aggiunge Rothbard:

    Noi rifiutiamo definitivamente l’idea che la gente abbia bisogno di un tutore che la protegga da sè stessa e che le dica ciò che è bene e ciò che è male. In una società libertaria niente vieterebbe la droga, il gioco d’azzardo, la pornografia, la prostituzione, le deviazioni sessuali, tutte attività che non costituiscono delle aggressioni violente nei confronti degli altri. A differenza di altre correnti di pensiero, siano esse di sinistra o di destra, noi rifiutiamo di riconoscere allo Stato il diritto legale di fare ciò che verrebbe considerato illegale, immorale o criminale se fatto da qualcun altro. Le tasse, il servizio militare, la guerra...sono forme intollerabili di violenza con cui alcuni gruppi privilegiati impongono agli altri la loro concezione del mondo. Ciò che noi difendiamo è il diritto inalienabile e fondamentale di ciascuno alla protezione da ogni forma di aggressione esterna, provenga essa da individui privati o dallo Stato.

    Queste citazioni dovrebbero dimostrare sufficientemente l’ingenerosità della accuse rivolte dagli anarchici di sinistra agli anarchici liberisti di essere reazionari o "poco preoccupati di altre libertà che non siano quelle del capitalismo".

    A ben guardare poi, l’anarco-capitalismo si rivela, sotto un certo punto di vista, più coerente dell’anarchismo collettivistico. Sappiamo che il liberalismo classico sosteneva lo Stato minimo, cioè assente nel suo lato strutturale (l’economia) e presente nel suo aspetto sovrastrutturale (la polizia, la giustizia). Lo Stato guardiano-notturno ideato dai liberali del secolo scorso si sarebbe dovuto limitare alla protezione delle persone e delle proprietà degli individui senza intervenire nella sfera economica. Anche l’anarchismo comunistico classico, in fin dei conti, propugna una sorta di Stato minimo, sorprendentemente invertito rispetto allo stato liberale ottocentesco, e cioè assente dal lato sovrastrutturale, ma presente nella sfera strutturale. Nell’anarco-comunismo lo "Stato" (o comunque una qualche autorità collettiva) si astiene dall’esercitare funzioni poliziesche o giudiziarie, ma amministra le ricchezze della collettività. Solo l’anarco-capitalismo, con la massima coerenza, esclude qualsiasi intervento di governo sia a livello strutturale che sovrastrutturale. E’ vero che gli anarco-comunisti potrebbero obiettare che le agenzie di protezione della società anarchico-capitalista svolgono di fatto funzioni "statali". Vi sono però differenze sostanziali tra queste agenzie e il governo, in quanto esse non svolgono tale funzione monopolisticamente, nè hanno alcuna legittimazione a finanziarsi coercitivamente: esse si limitano a tutelare la persona e i beni di coloro che contrattualmente ne desiderano diventare clienti.

    Ad ogni modo, lo scoglio teorico che l’anarchismo collettivistico non è ancora riuscito del tutto a superare è il seguente: in assenza di proprietà privata, dove dunque tutto appartiene a tutti, in che modo si decide sui criteri di amministrazione e distribuzione delle risorse comuni, se si rifiuta la regolamentazione di una qualche autorità pubblica? Le strade possibili sono due: la prima si basa sulla teoria, alquanto irrealistica e ingenua, dell’uomo naturaliter buono, una volta cambiate le istituzioni repressive sociali: in una società di questo tipo, si dice, gli uomini fraternamente e spontaneamente si dividerebbero i beni con equità e senza alcuna coazione.

    In verità ipotesi di anarchia collettivista le possiamo ritrovare anche oggi in talune situazioni tipiche riguardanti la proprietà dei mari, dei fiumi, dei laghi, dell’atmosfera, delle spiagge, di alcune specie di animali in via di estinzione. Tutti questi beni si caratterizzano per l’assenza di diritti di proprietà privati su di essi e per la loro appartenenza alla collettività nel suo complesso. Posto che la regolamentazione statale risulta di fatto inesistente, inapplicabile o inapplicata, questi beni si trovano in uno stato giuridico di comunismo anarchico, in quanto tutti ne possono usufruire a piacimento, ma il risultato è totalmente e drammaticamente inefficiente.

    Questi beni collettivi sono inquinati proprio perchè, essendo di tutti, nessuno ha interesse a sforzarsi per mantenerli puliti e in ordine. Il fatto che i mari appartengano a tutti spiega il progressivo spopolamento ittico: nessun pescatore ha interesse ad autolimitarsi nella quantità pescata, a fare investimenti di ripopolazione, o a dedicarsi a colture idriche, perchè non è detto che sarà lui a beneficiare di tali sforzi. La razzia rapida e indiscriminata, compiuta prima del sopraggiungere di altri pescatori, rappresenta inevitabilmente, in una situazione di comunismo anarchico dei mari, la condotta più razionale. Il comportamento dei pescatori diverrebbe molto più responsabile e socialmente benefico se ad essi fossero attribuiti, similmente ai contadini e agli allevatori, diritti di proprietà su determinate aree marittime o su determinati branchi di pesci. La sorveglianza dei proprietari costituirebbe anche un ottimo deterrente contro il disastroso inquinamento delle acque provocato, ad esempio, dalle petroliere (si è mai vista una fabbrica scaricare impunemente i propri rifiuti in un giardino o in un terreno privato altrui ?). Nei confronti degli oceani oggi ci troviamo nella stessa situazione in cui si trovava l’Uomo di Neandhertal rispetto al suo territorio: non abbiamo ancora compiuto la rivoluzione neolitica, quella che sostituì, ad un sistema economico preistorico basato sulla caccia e sulla raccolta dei frutti spontanei, altamente inefficiente e devastante per l’ambiente circostante, un sistema molto più civilizzato fondato sull’allevamento e l’agricoltura.

    Le medesime conclusioni valgono per la scomparsa di altre specie animali: rischiano l’estinzione tutte e solo quelle specie animali di proprietà pubblica, massacrate dai bracconieri. Al contrario, bovini e suini non si estingueranno mai, malgrado l’altissimo consumo delle loro carni, perchè gli allevatori proprietari hanno tutto l’interesse a mantenere inalterato il valore futuro del proprio capitale. La diversa sorte capitata durante il secolo scorso negli Stati Uniti alle vacche (in proprietà privata) e ai bisonti (di proprietà collettiva), oggi pressoché scomparsi, dovrebbe essere d’esempio. Si può ricordare un altro caso significativo, meno noto ma più recente: mentre in Kenya gli elefanti, protetti nelle riserve statali, stanno oramai estinguendosi, nello Zimbabwe, dove si è scelto di attribuirli in proprietà alle tribù, il loro numero è notevolmente aumentato. In breve, è inquinato e va in rovina ciò che è di tutti, mentre i beni che appartengono a qualcuno vengono curati, migliorati e incrementati nel loro valore.

    Rifiutando aprioristicamente la proprietà privata, la seconda via che gli anarchici collettivisti possono proporre per venire a capo e risolvere queste "tragedie dei beni collettivi", è quella di attribuire un potere di regolamentazione delle risorse ad una qualche autorità pubblica. Tuttavia, se queste decisioni non sono prese all’unanimità, occorrerà decidere a maggioranza, ed ecco ricomparire il Leviatano statale.

    Le contraddizioni in cui si dibatte il pensiero anarchico-collettivista sono ben rese in un brano del romanzo "The Anarchists" del famoso anarchico John Henry MacKay, dove un’anarchico individualista insiste con un anarchico comunista perchè risponda a questa domanda:

    Nel sistema sociale che tu chiami "libero comunismo", impediresti a individui di scambiarsi il loro lavoro mediante il loro mezzo di scambio? E inoltre: impediresti loro di occupare la terra per uso personale?

    Il romanzo continua:

    Non era possibile aggirare il problema. Se avesse risposto "Sì", avrebbe ammesso che la società ha diritto al controllo sull’individuo e avrebbe buttato a mare l’autonomia dell’individuo da lui sempre difesa con zelo; se, d’altro canto, avesse risposto "No!" avrebbe ammesso il diritto alla proprietà privata che aveva appena confutato con tanta enfasi... Allora rispose: "Nell’anarchia ogni gruppo di persone deve avere diritto di formare un’associazione volontaria, e di attuare così nella pratica le sue idee. E non posso neppure capire come uno possa essere secondo giustizia scacciato dalla terra e dalla casa che usa e occupa...ogni uomo serio deve dichiararsi: per il socialismo, e quindi per la forza e contro la libertà, o per l’anarchia, e quindi per la libertà e contro la forza".

    Gli anarchici che rifiutano questo dilemma ricadono inevitabilmente, come si è detto, nella teoria dell’uomo buono per natura. E qui l’anarchismo-liberista sembra segnare un’altro punto rispetto a quello comunista, non solo sotto il profilo della coerenza, per le ragioni sopraesposte, ma anche sotto quello del realismo, perchè per funzionare non pretende alcuna modifica della natura umana, non vuole creare l’uomo nuovo, com’è nella logica del gulag, e basa tutta la sua analisi sul paradigma scientifico, e non romantico, dell’ homo oeconomicus, essenzialmente egoistico e razionale.

    Gli anarchici socialisti dovrebbero quindi ripensare il proprio atteggiamento di condanna nei confronti della proprietà privata, riconoscendo il valore liberatorio per l’individuo del libero mercato, entro il quale noi esprimiamo la maggior parte delle nostre azioni e opzioni esistenziali quotidiane veramente autonome, cioè sottratte a controlli esterni. Libero mercato significa infatti sovranità degli individui in quanto consumatori. In un plebiscito ripetuto ogni giorno, dove ogni soldo dà diritto ad un voto, i consumatori decidono chi deve possedere e gestire le fabbriche, i negozi, le fattorie. Nel libero mercato la ricchezza può essere acquisita in un solo modo: servendo nel miglior modo possibile e a minor costo i bisogni della gente. Coloro che soddisfano i bisogni di un numero maggiore di persone ricevono più voti-denaro-di coloro che soddisfano il bisogno di un minor numero di persone. I capitalisti perdono immediatamente il loro denaro se lo investono in quelle attività che non soddisfano le esigenze del pubblico. Solo nel libero mercato dunque il controllo dei mezzi materiali di produzione è soggetto al controllo sociale, cioè alla conferma o alla revoca da parte dei consumatori, nel cui giudizio sono assolutamente sovrani. Rifiutare il libero mercato significa dunque espropriare i consumatori di questo immenso potere di direzione della produzione, per conferirlo ad una qualche altra autorità, magari composta dai produttori stessi, i quali lo eserciterebbero discrezionalmente, prescindendo dai nostri gusti, dalle nostre preferenze, dalle nostre scelte (col rischio di ritrovarsi in un sistema pianificato simile a quello sovietico, nel quale i consumatori erano poco più che inermi supplici di fronte a produttori indifferenti non per cattiveria, ma perchè privi di qualsiasi incentivo economico ad assecondare le domande degli acquirenti).

    Inutile aggiungere che, con tutta probabilità, in una società anarco-capitalista la povertà costituirebbe un problema molto minore di quanto non lo sia adesso, dato che lo sviluppo economico, non più frenato dalle intromissioni e dalle regolamentazioni governative, diverrebbe travolgente. Inoltre i sentimenti di solidarietà e aiuto reciproco si rivalutaterebbero e tornerebbero ad acquisire il loro autentico valore morale di scelte volontarie e personali. Oggi, dove l’assistenza è affidata a strutture burocratiche corrotte, inefficienti e impersonali, la nostra reazione davanti alla povertà è quella di dire "Perchè lo Stato non interviene ?". Nella società veramente libera immaginata dagli anarchici liberisti non sarà più possibile lavarsi la coscienza in questo modo, nè si potrà imputare al "sistema" la causa di ogni problema: occorrerebbe invece agire direttamente, associandosi con altri uomini che abbiano intenti uguali ai nostri, senza poter delegare la soluzione dei problemi ad una qualche "macchina" esterna e coercitiva.

    Nella società ideale anarchico-capitalista, si badi bene, il rispetto del principio di base della concorrenza sul mercato non implica nessuna imposizione e nessuna scelta a priori sul tipo di società (capitalistica, socialista, mutualistica, autogestionaria, comunista, religiosa...) da edificare: l’importante è creare una struttura di fondo in cui chiunque, sia capitalista, socialista, sostenitore del sistema mutualistico, autogestito, comunista, o religioso abbia la possibilità di sviluppare il suo modello in concorrenza con quello degli altri, senza costringere però nessuno a vivere in un tipo di società non desiderato. E la base di tutto ciò non può che essere il principio della libertà contrattuale e della proprietà privata, come già aveva riconosciuto, con la tipica onestà intellettuale che lo contraddistingueva, un grande socialista anarchico come Proudhon, il quale aveva rivisto le proprie idee sulla proprietà privata, riconoscendone l’indissolubile nesso con la libertà individuale:

    Servire da contrappeso al potere publico, bilanciare lo Stato e in questo modo assicurare la libertà individuale: tale sarà, dunque, nel sistema politico la funzione principale della proprietà. Sopprimete questa funzione...imponetele (alla proprietà) condizioni e dichiaratela non cedibile e non divisibile: subito essa perde ogni sua forza e non conta più nulla; essa diventa un semplice beneficio: un possesso precario, una dipendenza dello Stato senza possibilità di azioni contrarie.

    Sono questi gli interrogativi che gli anarchici-collettivisti, ai quali si deve riconoscere la correttezza delle loro critiche al totalitarismo statolatrico della dottrina marxista, non hanno sufficientemente approfondito. Un confronto con gli anarchici-capitalisti non potrà che essere fruttuoso.




    Non so sinceramente se abbiano risposto alla lettera di Piombini.

    E' la riprova di quello che sostengo tenacemente: agli Anarcocolletivisti sta profondamene sui loro gioielli di comunità che gli Anarcoindividualisti abbiano praticamente cambiato il loro nome in Anarcocapitalisti. Si spingono addiritura a sostenere che siano due filosofie completamente diverse, quando invece è manifestatamente chiaro che l'Anarcocapitalismo è lo stesso Anarcoindividualismo, con un estensione degli orizzonti più allargata e una messa a fuoco molto più incisiva dei particolari economici e giuridici.
    Se la beata anima di Rothbard, sia benedetto, non avesse tenacemente insistito col suo tentativo di coinvolgere la cultura conservatrice nell'Anarchismo, arrivando addiritura ad usare la parola Capitalismo per stimolarne l'interesse, avrebbe ottenuto i risultati a cui è arrivato? E avrebbe avuto l'Anarchismo in generale e l'Anarcoindividualismo in particolare, la stessa diffusione che hanno oggi?

    Sono stato più volte molto critico con il termine Anarcocapitalismo: Rothbard avrebbe potuto definire la sua filosofia con il termine Anarcoliberalismo o Anarcoconservatorismo, ma guardando bene, come gli si può dar torto? Solo per il fatto di aver inventato questo temrine è riuscito a convertire alla causa Anarchica (in generale) centinaia di migliaia di esseri umani. Sarebbe riuscito a fare altretanto usando termini meno provocatori???

    Per finire: ancora una volta siamo noi Liberali che andiamo incontro ai Socialisti. I Liberali Statalisti hanno sempre fatto altretanto, overo non hanno mai negato a cooperative sociali o comunità di esistere, diversamente dagli Statalisti Socialisti, che hanno sempre posto forti limitazioni al capitale e alla proprietà privata. Sia quindi con sistemi sociali Statalisti che con sistemi sociali Anarchici, i Liberali aprono le braccia ai Socialisti, i Socialisti, invece, stringono i pugni.

  3. #33
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    è questo forse uno dei problemi che attanaglia tutte le aree politich:le divisioni interne nella Estrema Destra come nell'Estrema sinistra sono portatrici di debolezza.
    DIvisioni del genere però sono inconcepibili in un mondo,quello dell'area anarchica,che tutto possiede uno scopo in comune:l'abolizione dello Stato.
    Un fronte anarchico costituito da anarcocomunisti,anarcocapitalisti,anarchici senza aggettivi e le altre correnti sarebbe un fattore di forza notevole,e renderebbe tutti quanti più forti.Senza contare che spesso queste cose non avvengono per paura di perdere la propria identità politica,cosa che in una "coalizione anarchica" non può accadere di certo.
    Per il "dopo rivoluzione" ci si penserà,il mondo è grande e c'è spazio per tutti
    (ed è esattamente per questo motivo che scrivo su questo bel forum,tra l'altro)

  4. #34
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    Salve a tutti, è il mio primo messaggio e mi sono iscritto perché invitato da Paxtibi, quindi qualsiasi cosa dirò sarà responsabilità del solo Paxtibi.

    Innanzi tutto volevo fare i complimenti per la trasmissione e salutare tutti quelli che mi conoscono.

    Poi volevo aggiungere una nota personale alla discussione. In effetti - non mi riferisco al forum, parlo in generale - mi pare di notare un grosso difetto di fondo nell'atteggiamento di chi si dichiara anarchico. Mi ricorda quand'ero ragazzino e mi piaceva una ragazza, e allora mi immaginavo mille cose che sarebbero potute succedere, quello che avrei fatto quando fossi andato a bere con lei, eccetera eccetera eccetera. E mentre io pensavo questo, lei usciva con un altro.

    Cioè, mentre io pensavo a tutti i minimi dettagli della nostra relazione, nel mondo reale lei nemmeno mi guardava.

    E' un po' lo stesso che succede con l'anarchia tra anarchici. Si fanno mille distinzioni, si ricerca la patente di ortodossia, e intanto il mondo va avanti nell'esatta opposta direzione rispetto a quella che vorremmo noi.

    Condivido un certo atteggiamento critico verso l'anarco-socialismo o comunismo libertario. Mentre ammiro e rispetto molto il passato di questa corrente di pensiero, che ha avuto uomini, idee e azioni davvero importanti (ci volevano gli attributi, ad un certo punto, per professarsi anarchici quando si avevano contro sia i fascisti che gli stalinisti, cioè praticamente tutti i regimi d'Europa). Ma è altrettanto vero che oggi questo anarchismo è rimasto uguale a quello di 70 anni fa, e non ha voluto o potuto accorgersi del mondo che cambia.

    Non possiamo fare una colpa ad un anarchico di inizi '900 di non aver previsto cosa sarebbe stato il 2000 (ma ricordiamo che gli anarchici avevano capito a cosa avrebbe portato il socialismo quando Marx era ancora in vita), erano uomini del loro tempo, un tempo che correva a velocità folle verso la modernità senza lasciare alcun metro di paragone.

    Però noi oggi abbiamo l'esperienza alle spalle, l'esperienza di regimi fascisti, comunisti e di democrazie non meno bellicose e tiranniche di quei regimi, e non possiamo continuare a riutilizzare all'infinito gli stessi slogan.

    Io credo che il punto non sia quello di cercare l'unità di tutti gli anarchici. Tanto siamo pochi, anche se andassimo d'accordo non cambierebbe molto. Io credo che la vera questione sia, come diceva qualcuno, quella di portare allo scoperto le ragioni dell'anarchia. Praticamente il 99% della popolazione crede che l'anarchia sia "sfasciare le vetrine"; quel che è peggio, probabilmente il 99% di chi si definisce anarchico crede che l'anarchia sia fare questo (soprattutto tra i più giovani).

    Sarebbe importante far conoscere quali siano le idee di fondo dell'anarchismo.

    La libertà. La non-aggressione. La responsaibilità individuale.

    A me capita spesso di fare "discorsi anarchici" senza nominare l'anarchia. Difficilmente trovo qualcuno che mi da torto (tranne gli assidui lettori di Repubblica). Ma se solo nominassi la parola anarchia, so per certo che chi mi ascolta fuggirebbe inorridito.

    E' necessario farci conoscere a chi non ci conosce per quello che siamo. E soprattutto far capire che se non prendiamo coscienza che lo Stato è il problema, ci troveremo ad affrontare tempi molto cupi.

  5. #35
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    Citazione Originariamente Scritto da Pausania Visualizza Messaggio
    Si fanno mille distinzioni, si ricerca la patente di ortodossia, e intanto il mondo va avanti nell'esatta opposta direzione rispetto a quella che vorremmo noi.
    Mi pare logico visto chi sono i 'libertari' e chi sono gli 'anarchici'. Sono persone con attitudini ed esperienze opposte, fatti per odiarsi in modo irriducibile. Sembra un curioso scherzo del destino che si trovino ad aspirare alle medesime cose. O più probabilmente, tranne ai livelli più elevati dove le incompatibilità sono di altro tipo, c'è talmente poca chiarezza sul cosa si vuole che probabilmente quando parlano di anarchia intendono cose ben diverse.

    Citazione Originariamente Scritto da Pausania Visualizza Messaggio
    Io credo che il punto non sia quello di cercare l'unità di tutti gli anarchici.
    Certamente, per le ragioni che dicevo.

    Citazione Originariamente Scritto da Pausania Visualizza Messaggio
    Io credo che la vera questione sia, come diceva qualcuno, quella di portare allo scoperto le ragioni dell'anarchia. Praticamente il 99% della popolazione crede che l'anarchia sia "sfasciare le vetrine"; quel che è peggio, probabilmente il 99% di chi si definisce anarchico crede che l'anarchia sia fare questo (soprattutto tra i più giovani).
    Sì, quoto entusiasticamente. Awareness.

    Citazione Originariamente Scritto da Pausania Visualizza Messaggio
    A me capita spesso di fare "discorsi anarchici" senza nominare l'anarchia. Difficilmente trovo qualcuno che mi da torto (tranne gli assidui lettori di Repubblica). Ma se solo nominassi la parola anarchia, so per certo che chi mi ascolta fuggirebbe inorridito.
    Quoto entusiasticamente. Il grassetto: loro sono i più convinti adepti della statolatria hegeliana. Saranno gli alti tassi di filosofi pesanti (Marx) che hanno nel sangue.

    Comunque grandissimo esordio, anche se non sono sicuro di aver afferrato chi è l'autore.

  6. #36
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    qualsiasi cosa dirò sarà responsabilità del solo Paxtibi.

    Questo non mi pare molto anarchico però... :-)

    Per ritorsione pubblico il link del blog di Pausania:

    Cronache da Mileto

  7. #37
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    Citazione Originariamente Scritto da Paxtibi Visualizza Messaggio
    Per ritorsione pubblico il link del blog di Pausania:

    Cronache da Mileto
    Ne voglio anche io di ritorsioni così. Essere citato per un ottimo blog!
    Tre hurrah a Paxtibi che fa arrivare in questo ambiente stantio dei confratelli libertari.

  8. #38
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    Citazione Originariamente Scritto da Pausania Visualizza Messaggio
    Salve a tutti, è il mio primo messaggio e mi sono iscritto perché invitato da Paxtibi, quindi qualsiasi cosa dirò sarà responsabilità del solo Paxtibi.

    Innanzi tutto volevo fare i complimenti per la trasmissione e salutare tutti quelli che mi conoscono.

    Poi volevo aggiungere una nota personale alla discussione. In effetti - non mi riferisco al forum, parlo in generale - mi pare di notare un grosso difetto di fondo nell'atteggiamento di chi si dichiara anarchico. Mi ricorda quand'ero ragazzino e mi piaceva una ragazza, e allora mi immaginavo mille cose che sarebbero potute succedere, quello che avrei fatto quando fossi andato a bere con lei, eccetera eccetera eccetera. E mentre io pensavo questo, lei usciva con un altro.

    Cioè, mentre io pensavo a tutti i minimi dettagli della nostra relazione, nel mondo reale lei nemmeno mi guardava.

    E' un po' lo stesso che succede con l'anarchia tra anarchici. Si fanno mille distinzioni, si ricerca la patente di ortodossia, e intanto il mondo va avanti nell'esatta opposta direzione rispetto a quella che vorremmo noi.

    Condivido un certo atteggiamento critico verso l'anarco-socialismo o comunismo libertario. Mentre ammiro e rispetto molto il passato di questa corrente di pensiero, che ha avuto uomini, idee e azioni davvero importanti (ci volevano gli attributi, ad un certo punto, per professarsi anarchici quando si avevano contro sia i fascisti che gli stalinisti, cioè praticamente tutti i regimi d'Europa). Ma è altrettanto vero che oggi questo anarchismo è rimasto uguale a quello di 70 anni fa, e non ha voluto o potuto accorgersi del mondo che cambia.

    Non possiamo fare una colpa ad un anarchico di inizi '900 di non aver previsto cosa sarebbe stato il 2000 (ma ricordiamo che gli anarchici avevano capito a cosa avrebbe portato il socialismo quando Marx era ancora in vita), erano uomini del loro tempo, un tempo che correva a velocità folle verso la modernità senza lasciare alcun metro di paragone.

    Però noi oggi abbiamo l'esperienza alle spalle, l'esperienza di regimi fascisti, comunisti e di democrazie non meno bellicose e tiranniche di quei regimi, e non possiamo continuare a riutilizzare all'infinito gli stessi slogan.

    Io credo che il punto non sia quello di cercare l'unità di tutti gli anarchici. Tanto siamo pochi, anche se andassimo d'accordo non cambierebbe molto. Io credo che la vera questione sia, come diceva qualcuno, quella di portare allo scoperto le ragioni dell'anarchia. Praticamente il 99% della popolazione crede che l'anarchia sia "sfasciare le vetrine"; quel che è peggio, probabilmente il 99% di chi si definisce anarchico crede che l'anarchia sia fare questo (soprattutto tra i più giovani).

    Sarebbe importante far conoscere quali siano le idee di fondo dell'anarchismo.

    La libertà. La non-aggressione. La responsaibilità individuale.

    A me capita spesso di fare "discorsi anarchici" senza nominare l'anarchia. Difficilmente trovo qualcuno che mi da torto (tranne gli assidui lettori di Repubblica). Ma se solo nominassi la parola anarchia, so per certo che chi mi ascolta fuggirebbe inorridito.

    E' necessario farci conoscere a chi non ci conosce per quello che siamo. E soprattutto far capire che se non prendiamo coscienza che lo Stato è il problema, ci troveremo ad affrontare tempi molto cupi.
    Penso che nella fattispecie questo sia colpa di un certo ritorno alla moda dell'anarchia post-anni '70,col movimento punk e i Sex Pistols.Che ci volete fare?nessun punk oggi leggerebbe mai Proudhon o Kropotkin

  9. #39
    Ran Tasipi
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    Citazione Originariamente Scritto da Pausania Visualizza Messaggio

    Io credo che il punto non sia quello di cercare l'unità di tutti gli anarchici. Tanto siamo pochi, anche se andassimo d'accordo non cambierebbe molto. Io credo che la vera questione sia, come diceva qualcuno, quella di portare allo scoperto le ragioni dell'anarchia. Praticamente il 99% della popolazione crede che l'anarchia sia "sfasciare le vetrine"; quel che è peggio, probabilmente il 99% di chi si definisce anarchico crede che l'anarchia sia fare questo (soprattutto tra i più giovani).

    Sarebbe importante far conoscere quali siano le idee di fondo dell'anarchismo.

    La libertà. La non-aggressione. La responsaibilità individuale.
    In effetti, io sostengo che essere anarchici significa più non fare determinate cose, che farne determinate altre.

    Complimenti e benvenuto, Pausania.


    Awareness
    Mi ricorda qualcuno.

  10. #40
    uruguayo
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    Citazione Originariamente Scritto da H.I.M. Visualizza Messaggio
    Mi ricorda qualcuno.
    Dev'essere qualcuno molto bravo.

 

 
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