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    Predefinito La partita dei poteri forti

    Il lavoro per disarticolare il governo Berlusconi ha avuto al centro l’iniziativa di alcuni pm. L’assalto è stato pesante con diffusione illecita di intercettazioni senza rilevanza penale più “pulsioni” antiberlusconiane (così le definisce anche una sezione della Corte d'appello di Milano) di qualche giudice.
    È stato respinto.
    Ma lascia qualche crepa su cui lavora il fronte antiberlusconiano cercando di usare ora Giulio Tremonti ora la Lega.
    Nel centrodestra non mancano furbate, arroganze, nervosismi, ma più che le manovrette dei Walter Veltroni o i pettegolezzi sulle stanze del potere, conta il clima generale. E questo indica come la stabilità di governo sia richiesta non solo dalla maggioranza della società italiana ma anche da un establishment che in altre occasioni fu antipatizzante verso Silvio Berlusconi.

    Nel 1994 Gianni Agnelli partecipò a un incontro con Berlusconi presidente del Consiglio, lasciando trasparire una distanza ben interpretata dalla Confindustria di Luigi Abete e Innocenzo Cipolletta.
    Nel 2001 mentre la Confindustria di Antonio D’Amato spingeva l’attività riformistica del secondo governo Berlusconi, gli ambienti Fiat preparavano una presidenza Montezemolo non solo fredda verso Berlusconi ma, poi, anche sponsor delle sciagurate imprese prodiane.
    E così il mondo delle banche, dove solo Banca di Roma aveva atteggiamenti non ostili (anche se bilanciati dai rapporti con il centrosinistra).

    Oggi la situazione è mutata. In Confindustria Emma Marcegaglia svolge un ruolo di saldatura tra spinte più movimentiste e riformiste e quelle più moderate e istituzionali, contribuendo così a un solido dialogo tra “tutto” il mondo industriale e il governo. Come si comprende dagli orientamenti della Fiat dove Sergio Marchionne dopo l’illusione - alimentata da Luca Cordero di Montezemolo - che un rapporto privilegiato con la Cgil portasse favori e clima utile all’azienda, si è accorto che se non si apre con il sindacato un confronto serio sulla produttività, la sua società non si rilancerà mai fino in fondo.
    E questa consapevolezza determina nuovi rapporti con il governo come si è constatato nella cena di qualche giorno fa tra Berlusconi e industriali italiani. Preziosa è anche l’iniziativa di Corrado Passera che, anche in questo caso d’intesa con un mondo Fiat che riprende peso in Intesa San Paolo e forzando la mano di Giovanni Bazoli ed Enrico Salza, vuole togliere al grande istituto di cui è amministratore l’immagine di banca prodiana.

    In questo scenario vanno valutati anche gli incontri tra Tremonti e Guido Rossi, e le comuni riflessioni sulle regole che mercati veramente liberi devono darsi.
    Carlo De Benedetti e il suo gruppo avevano dopo le elezioni colto il nuovo clima e cercato, pur mantenendo la loro opposizione al centrodestra, di ragionare nei termini della nuova stagione.
    Poi, i sicarietti delle procure militanti che abbondano nelle redazioni debenedettiane più la prosopopea di Eugenio Scalfari (ora costretto a scrivere quasi ogni giorno un articolo per scusarsi con Ezio Mauro di averlo spinto nella trappola di piazza Navona) avevano fatto passare la convinzione che si potesse ripetere la defenestrazione di Berlusconi per via giudiziaria.
    Finita questa speranza con la nota manifestazione dei pagliacci-forcaioli, non sarebbe male che riprendesse lo sforzo per dotare l’Italia di un establishment più ampio, con opzioni politico-culturali diverse, ma determinato nel difendere pluralismo e interessi nazionali.

    Lodovico Festa www.ilgiornale.it del 21 07 08

    saluti

  2. #2
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    Predefinito !0.000 euro al mese e....

    ....protestano pure

    Guai a chi tocca i privilegi dei baroni. Messaggio ufficiale: «In queste condizioni non sarà possibile dare inizio al prossimo anno accademico». Messaggio implicito: «Toccate i nostri soldi e noi blocchiamo tutto».
    Parla il Senato accademico de «La Sapienza» di Roma. Parla per tutti e promette battaglia contro la manovra finanziaria del governo.

    È la rivolta dei privilegiati, perché chi è pronto a scendere in piazza ha stipendi e contratti signorili, si siede su una cattedra e insegna, ascolta gli studenti e sceglie se promuovere o bocciare. E poi va all’incasso: tanti soldi per una mole di lavoro sorprendentemente bassa. Perché si lamenteranno che gli Atenei non funzionano, si metteranno a piangere per compensi che a loro sembrano bassi, ma che a scorrerli non sembrano niente male.

    NON SI FATICA
    Nel decreto del Presidente della Repubblica numero 382 del 1980, il testo di legge che da trent’anni disciplina il lavoro dei cattedratici, si legge che i professori ordinari a tempo determinato devono assicurare «la loro presenza per non meno di 250 ore annuali», e che, se a tempo pieno, sono tenuti anche «a garantire la loro presenza per non meno di altre 100 ore annuali (...) per l’assolvimento di compiti organizzativi interni». Calcolatrice alla mano, sarebbero la bellezza di ventinove ore al mese, meno di un’ora al giorno. Questo se i professori lavorassero, irrealmente, tutti i santi giorni dell’anno.

    MENO DI 4 ORE AL GIORNO
    A dare la giusta dimensione dell’impegno degli accademici ci ha pensato la Ragioneria generale dello Stato, che nel Conto annuale del personale, pubblicato a metà maggio di quest’anno sulla Gazzetta Ufficiale, ha ufficializzato il carico di lavoro giornaliero: tre ore e trentanove minuti, cinque giorni su sette. Sempre poco: soprattutto considerando che queste ore non sono tutte dedicate all’insegnamento, ma anche alle sessioni d’esame, alle partecipazioni alle commissioni di laurea e al ricevimento degli studenti.
    C’è chi dice che il lavoro intellettivo non può essere cronometrato e ingabbiato in schemi fissi. Vero.
    Resta però il fatto che gran parte delle persone in solo tre giorni (chi addirittura in due) lavora l’equivalente delle ore che un professore affronta in un mese. I dati pubblicati dalla Ragioneria hanno fatto scalpore, tanto che il Sole24Ore ha dedicato un articolo approfondito sul tema; e, se ai rapporti statali hanno preferito fare orecchie da mercante, all’accusa della stampa i professori si sono scatenati.
    Duecentoquaranta ordinari, appartenenti a quindici atenei italiani, hanno affidato il loro sdegno a un documento redatto dalla professoressa Lilla Maria Crisafulli, docente di storia e lingue inglese a Bologna:
    «Se ovunque - si legge - specie all’università, la qualità dovrebbe prevalere sulla quantità, in realtà non basterebbero neppure le 24 ore giornaliere per tener testa a quello che la coscienza del docente e l’immaginazione e curiosità del ricercatore che è in ognuno di noi ci spingono a fare, per l’evoluzione scientifica dei nostri studenti e l’aggiornamento e approfondimento delle conoscenze nei nostri settori disciplinari».
    Sorvolando sul fatto che per tutte le altre figure professionali la giornata lavorativa si adatta alle ore scritte nere su bianco sui contratti di assunzione, la domanda è spontanea: quanto rende essere titolari di una cattedra?
    Poco, se rapportato alle 24 ore di impegno intellettivo che i professori rivendicano.
    Decisamente tanto, se riferito a quello che effettivamente la legge chiede loro.

    L’AUMENTO AUTOMATICO
    Nelle tabelle delle retribuzioni dei professori ordinari del 2008, si può toccare con mano cosa vuol dire l’avanzamento dell’anzianità di servizio all’interno delle facoltà: appena entrato nell’alma mater, un professore ordinario percepisce 4.373 euro lordi al mese. Dopo 28 anni di lavoro, gli euro sono diventati 8221,39.
    Prendiamo di nuovo in mano la calcolatrice e scopriamo che un’ora di lavoro di professore ordinario a tempo pieno al quattordicesimo scatto d’anzianità vale 283,49 euro.
    Roba da competere con i top manager delle multinazionali più grandi dal mondo. Senza però sobbarcarsi lo stress di un manager.
    Nelle università italiane, come nel resto della pubblica amministrazione, basta aspettare, e il tempo farà da solo: l’incedere delle lancette dell’orologio equivale sempre a un aumento di soldi. A prescindere dal lavoro prodotto.
    Non stupisce quindi il fatto di avere in Italia uno dei corpi docenti più vecchio del mondo: solo il 15 per cento dei dirigenti, l’otto per cento dei professori associati e l’uno per cento dei professori ordinari ha meno di quarant’anni.

    M. Pfaender www.ilgiornale.it del 21 07 08

    saluti

  3. #3
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    Predefinito

    Le 77 università italiane litigano con i conti che non tornano.
    Venti di loro si trovano sull’orlo di una crisi finanziaria, rischiano sanzioni e perfino il commissariamento.
    Ma non tutte aspirano al risanamento: si lamentano perché il 90% dei fondi viene risucchiato da spesa corrente e stipendi e usano le cesoie per i fondi alla ricerca.
    Ma, come per incanto, riescono a moltiplicare cattedre per ordinari e associati con disinvoltura. Anche senza fare un concorso, anche senza avere i soldi per pagarli.
    Un’inchiesta del Sole 24 ore smaschera questa facciata di povertà a senso unico. E rivela che negli ultimi sette anni c’è stata una moltiplicazione evangelica delle cattedre.
    In pratica, sono stati banditi 13.232 posti da associato o da ordinario e poi creati 26.004 «idonei». C’è di peggio.
    Nel 99,3% dei casi i concorsi hanno promosso candidati senza che l’ateneo avesse il posto per loro. Dove sono finiti questi professori potenziali?
    Quasi tutti nella stessa università dove insegnavano prima ma con la promozione da esibire sul cedolino dello stipendio.
    E i costi per il personale sono lievitati a dismisura: quasi 300 milioni di euro per coprire le nuove qualifiche.

    Ma come può accadere tutto questo? Grazie a una leggina del ’99 nata per superare un’emergenza e per abbattere i costi dei concorsi.
    L’emergenza è diventa la normalità e l’eccezione prassi comune. Così da anni lo stratagemma funziona per assumere l’assistente «figlio di» oppure chi è stato al devoto servizio del prof ordinario per anni.
    Il meccanismo è semplice: l’università A non ha risorse per bandire un posto, ma un suo ricercatore, o un professore associato, fa in modo di essere dichiarato idoneo a un concorso nell’Università B: poi torna a «casa», l’ateneo crea la nuova cattedra e il gioco è fatto.
    Alcuni atenei si sono addirittura trasformati in catene di montaggio per gli idonei altrui: bandiscono il concorso, la commissione individua gli idonei, e loro non chiamano nessuno.
    «Tra il 2000 e il 2005 – denuncia il Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario - è capitato ben 363 volte».
    La meritocrazia diventa un optional. Lo conferma Roberto Alonge, professore ordinario di Storia del teatro a Torino.
    «Si può essere anche bravi ma prevale il principio della cooptazione: si promuove un tizio solo perché è un amico di qualcuno influente oppure per dimostrare il proprio potere».
    Alonge conosce bene il meccanismo che permette a ogni ateneo in attivo di bandire un concorso per nominare un paio di idonei.
    «La commissione è formata da cinque persone, un membro interno e quattro esterni. Visto che la legge ammette di selezionare due idonei, uno se lo tiene di solito l’ateneo che ha bandito il concorso, l’altro se lo prende uno dei quei quattro commissari che ha stabilito un accordo con gli altri componenti, pronti poi a rivendicare il favore in un concorso successivo. E l’alleanza continua».

    Già perché, nonostante le distorsioni, con il decreto Milleproroghe questa procedura è stata concessa anche per il 2008. Gli atenei, anche se hanno superato i tetti di spesa per le assunzioni, potranno continuare a bandire concorsi che individuano un numero doppio di «idonei» rispetto ai posti disponibili.
    Un giochetto che peserà sulle casse dello Stato: la promozione ad associato costa a regime in media 20mila euro l’anno, e quella a ordinario almeno 30mila. Stimando mille posti da ordinario e mille da associato messi a concorso, e quindi altrettanti passaggi di carriera, l’extracosto sarà di almeno 50 milioni l’anno.

    E. Cusmal www.ilgiornale.it del 21 07 08

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Nuove nomine "suggerite"...

    ...indagati sei docenti

    Sulle nomine dei docenti inciampano anche le università di Napoli e Firenze.
    Nel dicembre 2007, sei professori dei due atenei vengono indagati dalla Procura fiorentina per presunte irregolarità nella selezione dei professori dell’Istituto di Scienze umane (Isum), scuola di alta formazione e ricerca che ha sede nel capoluogo toscano e a Napoli.
    Tra gli indagati per abuso d’ufficio, oltre ad Aldo Schiavone, direttore del Sum, ci sono anche Guido Trombetti, rettore dell'università Federico II di Napoli, e Augusto Marinelli, rettore dell’Università di Firenze: come membri del consiglio che nel giugno 2006 doveva valutare le candidature per i posti vacanti nell’Istituto, sono accusati di aver favorito alcuni docenti già impiegati nel Sum come professori distaccati.
    A Schiavone, inoltre, è contestata un’ulteriore anomalia: essere stato al tempo stesso candidato unico per la cattedra di Diritto romano e presidente della commissione esaminatrice.

    E.C. www.ilgiornale.it del 21 07 08

    saluti

 

 

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