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Sulle banche tanti tuoni, pioggia poca. A Torino il sogno di un superistituto prodiano

A proposito di poteri forti, su quelli bancari tanto tuonò ma pioggia poca.
Dopo settimane di tam tam sui coinvolgimenti bancari nelle indagini, ieri la conferma che la linea della Procura milanese è di procedere coi piedi di piombo, per i sette istituti su cui indaga. Nessuno sviluppo annunciato da giorni dalla Procura di Roma, per l’indagine Cirio. Quanto alla condanna per comportamento antisindacale della Banca d’Italia a opera del giudice di Roma, e contestuale nullità della delibera che ha protratto in carica il responsabile della vigilanza dottor Bruno Bianchi, la maggior parte delle agenzie lunedì non l’ha neanche battuta, quotidiani come il Sole ieri non le hanno dedicato una riga, il Corriere l’ha annegata a pagina 29.
A Torino, intanto, il dorso cittadino di Repubblica ha benedetto “il navigatore accorto nel mare della politica oggi vicino alle posizioni prodiane Enrico Salza”, come quasi certo successore di Rainer Masera alla presidenza del SanPaolo Imi. Come ciò si coniughi alla felicitazione di “Salza non spedito a questo incarico dalla politica”, è problema sul quale chiedere lumi al carlodebenedicentissimo Salvatore Tropea.
Previsto il contestuale cambio alla Compagnia di SanPaolo, la fondazione seconda azionista della banca dopo gli spagnoli del Santander. La guiderebbe Franzo Grande Stevens, garante degli Agnelli, a loro volta azionisti.
Gli ambienti torinesi di Forza Italia hanno maldestramente
protestato, al massimo si fingerà di compiacerli facendo cadere uno dei tre amministratori attuali della banca. Decisione che sarebbe stata presa comunque. Sullo sfondo, il rombo di una futura alleanza tra SanPaolo e Unicredit, in cui confluirebbero tutte le grandi fondazioni a guida cattolica: quella della Cassa torinese, di Verona, Vicenza, Belluno e Cassamarca azioniste della banca guidata da Alessandro Profumo; quelle di Firenze, Bologna, Padova e Rovigo, azioniste insieme alla Compagnia di San-Paolo nella banca torinese. Una superbanca prodiana che si affiancherebbe all’Intesa di Giovanni Bazoli. Per il Polo, sarebbe come prender atto che nei poteri forti non ha contato nulla.
Ieri, ambienti filopolisti hanno provato a lanciare Mario Draghi, come presidente anti Salza. Non proprio un berlusconiano doc, sorridevano i “salziani”.

Come ricordare Tatarella e fare l’esegesi del suo pensiero senza dire nulla (o quasi)
Roma. Tatarella day. Ovvero il bello di fare ermeneutica del Pinuccio pensiero senza dire nulla o quasi. Scena, la sala del Refettorio di palazzo San Macuto a Roma. Attori, il coordinatore di An La Russa, il vice premier Fini e il segretario dell’Udc Follini (seduti a fianco), tre ministri (Matteoli, Gasparri, Urbani), un ex polista come Lamberto Dini.
Moderatore, il giornalista Carlo Fusi.
Un assente, il leghista Maroni.
In platea, oltre a Tremaglia e vari luogotenenti ex missini, lo sguardo severo di Donna Assunta Almirante a rappresentare i lari del Msi. Per il resto parole che s’inseguono nel ricordo del ministro dell’Armonia. Uno che, voce unanime, la verifica l’avrebbe sbrigata in meno di quindici giorni.
Ieri gli organizzatori di An hanno voluto dedicare l’evento al tema “i poteri forti esistono ancora?”, collegandosi a un’intervista che Tatarella concesse dieci anni fa alla Stampa.
All’epoca l’allora vice presidente del Consiglio invitava a riaffermare il primato della politica stilando un elenco di poteri obliqui visibili e invisibili: dalla Corte Costituzionale ai servizi segreti, Mediobanca, Csm, Banca d’Italia, massoneria e Opus dei, editoria e industria privata. Insomma un elenco interminabile, su cui è bello discettare nuovamente a cinque anni dalla morte di Pinuccio. Corale la tesi dei politici: bisogna restituire centralità alla politica (“per carità, nell’equilibrio dei ruoli”).
Per quanto forti siano certi poteri, esordisce La Russa, con la discesa in politica di Berlusconi il paesaggio è cambiato eccome. E se l’inesperienza condusse il primo governo di centrodestra a “trascurare certe intese”, oggi la Casa delle libertà ha “aggiustato il tiro” e forse anche per questo è tornata a governare. A dirla chiara, la verità del centrodestra, sono però Matteoli e Gasparri: in fondo di poteri forti è rimasto ben poco, con banche, imprese, giornali, tv in crisi, gli unici termini di confronto sono la Corte Costituzionale che boccia il lodo Maccanico, e il “partito trasversale della sinistra” che perde le elezioni ma condiziona procure e redazioni.
D’accordo Urbani, molto fair nell’elogio del pluralismo istituzionale. Ma se Dini, sordo al tema del giorno, si perde disinvolto nell’aneddotica del Tatarellum, Follini e Fini biasimano “la mitomania del complotto”, invocano “il dialogo, il confronto e la mediazione partitica tra leadership e cittadinanza”.
Tutti d’accordo a metà con gli altri. Tutti nel nome di Tatarella. Però vuoi mettere, l’originale?

saluti