Dai fatti di questi giorni
Classe dirigente, cultura politica e "virtù civiche"
Dalle intercettazioni altri veleni, questa volta sul Partito democratico. Intercettazioni a go-go, pervasive e a tappeto, autorizzate e non autorizzate, pubbliche e private, da far impallidire perfino gli specialisti della Stasi. Ma anche, in queste intercettazioni, giudizi avventati, dichiarazioni allegre, quadretti che sembrano emergere dalle novelle di Boccaccio: tutto senza rilevanza penale, ma tutto poco edificante.
E poi ministri che irridono all'inno nazionale, il che sarebbe già di per sé grave. Ma che dimostrano di non conoscerlo. E non basta ancora. Irridono all'inno nazionale, e alle origini geografiche di qualche professore, per questione si fa per dire, affettive.
Ex ministri, responsabili non secondari dello sfascio del governo di cui facevano parte e della crisi dello stesso raggruppamento politico di cui erano espressione (e che hanno gestito come una sorta di azienda di collocamento parafamiliare), che invece di rifugiarsi in un salutare cono d'ombra si presentano come demiurghi ai congressi dei loro partiti e ne continuano a decidere i gruppi dirigenti.
Magistrati che rilasciano più dichiarazioni di quanto non facciano sentenze, dediti ai convegni più che ai processi. Specializzati in inchieste destinate a finire nel nulla ma che suscitano grande clamore mediatico e sollevano infiniti polveroni in cui tutte le vacche, bianche o nere che siano, finiscono per confondersi e annullarsi.
Giornalisti che inseguono il gossip quotidiano scambiandolo con i problemi del paese, che confondono il loro stipendio o la difesa dei privilegi corporativi con la libertà di stampa, il servizio pubblico con l'arbitrio personale o il settarismo politico, l'inchiesta più o meno truccata con la ricerca della verità.
Carriere universitarie fondate sul vassallaggio baronale piuttosto che sull'originalità della ricerca, sulla fidelizzazione piuttosto che sull'innovazione e sulla sperimentazione.
Solo esempi, naturalmente. Si potrebbero aggiungere i tanti casi in cui la sanità viene utilizzata come macchina mangiasoldi invece che per curare gli ammalati; o quelli in cui i contributi dell'Unione Europea vengono destinati ad ingrassare imprese decotte e affari illeciti invece che a sviluppare le aree o i settori economici meno evoluti; o la moltiplicazione delle municipalizzate che mettono insieme gestioni clientelari e debiti pubblici, voti e consensi per l'oggi scaricati sulle generazioni del domani.
Questo è il panorama della nostra classe dirigente. Arroccata nella difesa di una cultura provinciale e senza prospettive, di privilegi immediati che assicurano povertà future. Si ha l'impressione, guardando all'Italia di oggi, che siano state mancate quelle che gli antichi definivano "virtù civiche". E non si venga a dire che ogni classe dirigente è espressione del suo paese. Una classe dirigente degna di questo nome ha anche una funzione esemplare e formativa, quasi maieutica, capace con i suoi comportamenti di indicare agli altri, ai cittadini, il senso e il significato del loro "stare insieme".
E' qui il primo vero segno della crisi italiana. Nella incapacità della sua classe dirigente di ricostruire intorno a valori e ad esempi condivisi, intorno a una cultura politica forte, il senso dell'unità nazionale. Magari di dividersi anche, ma sempre su questioni vere, reali, mai su pretesti o interessi mediocri. Ed è una incapacità che riguarda l'intera classe dirigente, non solo i politici che – oltretutto – hanno vestito ormai quasi tutti i panni dell'antipolitica, di quella che amano definire la società civile. Una società, temiamo, che si è persa per strada: perché di "civile", nell'Italia di oggi, è rimasto veramente poco.
di Italico Santoro
Roma, 23 luglio 2008
tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=5152




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