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Il comunista evangelico
di Francesco Natale - 29 luglio 2008
Paolo Ferrero è il nuovo leader del Prc. Dopo un congresso nazionale ove sono volate lacrime e coltellate, la sua linea ha prevalso su quella di Nichi Vendola, dato inizialmente per favorito. Come cambierà la linea d'azione dell'attualmente extraparlamentare partito erede principale della tradizione comunista italiana? Per ora possiamo solo speculare, anche se, viste le pregresse posizioni dell'ex operaio Fiat nonché ex ministro per la Solidarietà Sociale, il quale ha creato non poche grane al governo Prodi, sembra abbastanza netta la strategia che intraprenderà Rifondazione.
Ferrero potrebbe essere definito, secondo il lessico di J.K. Huysmans, un «socialista evangelico», qualifica che il grande scrittore francese attribuì a Dostoevskij: alla granitica logica veterocomunista coniuga il rigorismo e l'austerità valdese, elementi solo apparentemente in contrapposizione e ancor più apparentemente inadatti ad interpretare ed influenzare leninisticamente la realtà politica della oggi demolita sinistra dura italiana. Indubbiamente Rifondazione necessitava di un cambio della guardia improntato ad una maggiore aggressività e fondato su una riscoperta, una rilettura quasi pedissequa delle proprie radici. Era per molti aspetti scontato che Vendola pigliasse le nespole, poiché di un «quasi D'Alema» la base di rifondazione, ancora sconvolta per la débacle elettorale, non sapeva che farsene. Ferrero ha tutti i requisiti per piacere sia ai tanti «tradizionalisti», ovvero a quanti hanno ancora il santino di Lenin nel portafoglio, sia alle nuove leve, per tanti versi stufe del biascicato e inconcludente lessico antipolitico dei vari Casarin, Bernocchi, Agnoletto.
Perché, sotto l'apparenza melliflua, ragionevole e pacata, Ferrero è un duro. La sua forza sta proprio nel coniugarsi sinergico dei due elementi di cui parlavamo poco sopra: la dimensione marxista-leninista e quella evangelica. Con la sua dialettica posata, mai becera o animosa, è riuscito a far sembrare come cosa più naturale del mondo l'idea di organizzare le cosiddette «stanze del buco», quasi a garantire un supposto «diritto alla tossicodipendenza». L'idea non passò, ma ciò che conta e che risulta esemplificativo di una forma mentis politica è l'approccio: non esiste nulla che possa considerarsi così contro natura, così irrealistico o amorale da non potersi tradurre in proposta politica.
Detta in soldoni, Ferrero risponde in pieno ad una esigenza genetica del post-comunista (che oggi vorrebbe ritornare proto-comunista, ricordiamolo): l'idea mai defunta alle latitudini rosse che l'ideologia, qualora sia sufficientemente solida, rigida e senza compromessi possa ridisegnare la realtà, prescindendo di fatto da essa. E' il grande mito demiurgico che ritorna, poiché il comunista vero è irriformabile: è sempre e comunque colui che preferisce sbagliare col Partito piuttosto che avere ragione da solo. Ferrero, pertanto, era l'unica risposta possibile per reagire alla catastrofe. E' l'unico rifondarolo, o quasi, che, nonostante abbia rivestito un importante incarico ministeriale, non è rimasto vittima del parlamentarismo (il grande male che da Berlinguer in avanti ha afflitto, fino a farlo morire, il Pci), al contrario dei suoi ex compagni oggi minoritari, da Giordano a Migliore, per arrivare fino a Bertinotti, che accettando l'incarico come presidente della Camera durante la scorsa legislatura si è politicamente suicidato.




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