
Originariamente Scritto da
mustang
Fabrizio Cicchitto ha avuto ragione, a mio avviso, nell’affermare che dietro l'ultimo scivolone parlamentare del governo non c’è nessun segnale politico da cogliere.
La maggioranza è blindatissima. Eppure per svariati motivi - a cominciare dal nome degno di Ionesco - un decreto «milleproroghe» ha generato disorientamento ed equivoci nei deputati del centrodestra: alcuni impreparati, alcuni distratti, alcuni in tutt'altre, magari importantissime faccende affaccendati.
Nulla di grave e di serio è accaduto. La confusione non merita aggettivi così impegnati: ma si presta a qualche riflessione.
Peccati di noviziato. All’inesperienza degli eletti dal popolo, e anche al loro attivismo a volte sconsiderato, si può porre rimedio. Basta che s’informino e riflettano un pochino prima di votare (sarà dura ma buona parte di loro ci riuscirà). Basta inoltre che i capi delle greggi di Montecitorio e di Palazzo Madama tengano a mente il criterio con cui il maresciallo Von Manstein classificava gli ufficiali.
Intelligente e pigro, ottimo comandante.
Intelligente e zelante, ottimo ufficiale di Stato Maggiore.
Pigro e incapace, accettabile.
Incapace e zelante, da eliminare immediatamente.
Assenze giustificate.
Tra i mancanti all’appello del Pdl e della Lega erano molti gli onorevoli in missione: termine ambiguo - personalmente preferirei che di missione si parlasse solo per i religiosi - che comunque sottintende un compito istituzionale. Della sua rilevanza si può in molti casi discutere.
Non se ne può discutere se il parlamentare assente - era la situazione di 31 mancanti del Pdl e della Lega - fa parte dell’esecutivo.
La quasi totalità degli esponenti di centrodestra che hanno poltrone governative è anche parlamentare. A Berlusconi piacerebbe che ministri e sottosegretari lasciassero il Parlamento.
Lo voleva - in situazione incomparabilmente più difficile - anche Prodi e non c’è riuscito.
La verità è che, pur ostentando supremo disinteresse civico, tanti parlamentari cooptati al governo non sono disposti a mollare il seggio e l’assegno sicuro del Senato e della Camera per una poltrona prestigiosa ma di durata incerta.
Le esortazioni non bastano. Ci vorrebbe una norma che stabilisse incompatibilità tra i due incarichi, e forse anche la norma non basterebbe. Già esiste per gli eletti sia nel Parlamento nazionale sia nelle amministrazioni locali, e c’è chi se ne infischia bellamente.
Qui al Cavaliere decisionista potrebbe tornare utile anche un colpo di frusta.
Mario Cervi
www.ilgiornale.it 31 07 08
saluti