NON è "l'accusa": la CdC è un GIUDICE di merito.
Visualizzazione Stampabile
Per Di Pietro e Travaglio le sentenze sgradite non hanno alcun valore
di Paolo Granzotto
In qualche nazione europea il negazionismo è reato. Ci si va in galera. Una misura che indigna tutti coloro che hanno a cuore la libertà di pensiero e di parola, su questo non ci piove. Però in certi casi risulterebbe una mano santa. Servirebbe, intanto, per dare una calmata a Tonino Di Pietro e a Marco Travaglio, negazionisti cocciuti e protervi.
È morto Antonio Gava. Morto innocente - tale riconosciuto con sentenza definitiva - dopo anni di tormente giudiziarie che non gli risparmiarono carcere e gogna mediatica. Così incolpevole che lo Stato verserà, agli eredi, 200mila euro «per il danno subito dall’ordinanza cautelare e dal processo per concorso esterno in associazione camorristica conclusosi con l’assoluzione». E quei Bibì e Bibò delle manette, niente. Insistono nel negare l’innocenza di Gava. «Imputato eccellente di uno dei più grossi processi effettuati dallo Stato contro la camorra - scrive Di Pietro a cadavere ancora caldo - non era ancora morto che in molti lo hanno già dichiarato Santo, una vittima della stagione del giustizialismo».
E per dimostrare che così non è, che Gava non fu vittima del giustizialismo, ma un delinquente comune, un camorrista della peggior risma, l’ex magistrato, che con la penna poco ci va d’accordo, lascia il campo a Marco Travaglio riportando per filo e per segno l’articolo scritto da questi - a cadavere ancora caldo - per l’Unità.
Parrebbe strano, quasi contro natura, che sia Bibì sia Bibò, sempre a ripetere che le sentenze sono sentenze, che dura lex sed lex, che chi non prende rispettosamente atto del verdetto di un Tribunale compromette la dignità, l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, facciano carta straccia della sentenza Gava. Ma il negazionista non si ferma neanche davanti alla propria coscienza e gli viene spontaneo, naturale, affermare che l’assoluzione per non aver commesso il fatto non conta. Non fa testo. Fanno testo, invece, le motivazioni di quella sentenza che è sì di assoluzione, ma nei fatti di condanna.
Le così dette «sentenze creative», quelle cioè che insinuano la colpevolezza dell’imputato finito assolto per assoluta mancanza di prove o indizi a carico, sono il pane per i manettari e negazionisti alla Di Pietro e alla Travaglio. Con la complicità - certamente involontaria, ci mancherebbe - del magistrato possono infatti seguitare a scaricare palate di sterco giustizialista sulle loro vittime, e ridersela.
Scrive Travaglio. Bravi, voi, che credete innocente Gava solo per quella bagatella dell’assoluzione. Sentite cosa si legge, nella motivazione, aprite le orecchie: «Appare evidente che la consapevolezza da parte dell’imputato dell’infiltrazione camorristica nella politica campana, insieme allo stretto rapporto mantenuto con gli esponenti locali della sua corrente e con le istituzioni politiche del territorio medesimo, nonché all'omissione dei possibili interventi di denuncia e lotta al sistema oramai instauratosi in zona, costituiscono elementi indiziari di rilievo da cui potersi dedurre la compenetrazione dell’imputato nel sistema medesimo». Compenetrazione, ovvero complicità.
Dunque, Antonio Gava era un camorrista. Consapevole (al pari di Travaglio e di Di Pietro, ben al corrente ed anzi, consapevoli che così stanno le cose) dell’infiltrazione camorrista nella politica campana. Ergo, camorrista. Però assolto, proprio da colui che ne sottintenderebbe la colpevolezza, per-non-aver-commesso-il-fatto. È la giustizia che piace ai manettari, ai Travaglio e ai Di Pietro, la giustizia fai da te.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=282680
GIUSTO PER STARE IN TEMA
La magistratura contabile accerterà i fatti e non ho nessun problema a dirti che se Castelli fosse riconosciuto colpevole dovrebbe lasciare la politica.
Però ripeto, questo modo di fare anglosassone dovrebbe valere anche per i giornalisti, Travaglio compreso.
E questo non è un inciampo, ma la spia di un metodo di lavoro discutibile e approssimativo.
Ti ho chiesto di Alemanno e dell'indulto non per caso, ma perchè è un'altra topica clamorosa presente nella prima versione del libro.
Niente di strano quando si scrive un libro in un mese e mezzo, la qualità come ho scritto pirma non può che diminuire.
ma poi chi sarebbero questi antitravaglio?
Il Giornale ...
Per stare in tema (del Granzotto); in NESSUNA Nazione europea pregiudicati e sotto giudizio possono MINIMAMENTE candidarsi a ruoli pubblici.
E se già ci sono si dimettono o vengono COSTRETTI a farlo.
A cominciare dal suo proprietario; detentore di un conflitto d'interessi talmente clamoroso che NON ESISTE al mondo.
Al mondo; nemmeno nella sola europa.
Ormai raccogliamo le iscrizioni a palate...
Paolo Granzotto, ottimo giornalista, "domanda" accolta.
Lista aggiornata degli "aderenti" al "Club Virtuale Anti Travaglio"
1) Sen. Renato Schifani, Presidente del Senato
2) Sergio Staino, vignettista
3) Antonio Socci, giornalista
4) Sen. Anna Finocchiaro, capogruppo PD
5) Filippo Facci, editorialista de "Il Giornale"
6) On. Roberto Castelli, Lega Nord
7) Giuseppe D'Avanzo, editorialista de "La Repubblica"
8) On. Maurizio Gasparri, capogruppo PDL
9) Claudio Cappon, d.g. RAI
10) On. Gianni Cuperlo, PD
11) Paolo Ruffini, direttore RaiTre
12) On. Enrico La Loggia, parlamentare PDL
13) On. Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio
14) Vittorio Sgarbi, critico d'arte e politico
15) On. Livia Turco, parlamentare PD
16) On. Marco Follini, parlamentare PD
17) On. Paolo Romani, parlamentare PDL
18) Maurizio Blondet, giornalista
19) Paolo Granzotto, giornalista
però non si può usare come oracolo della verità "il Giornale", quel quotidiano è un fogliaccio tipo eva tremila solo che si occupa di politica, ha le stesse linee editoriali del tg4
La CdC non si è mai espressa nel merito della vicenda Castelli-Magni.
Lo stesso link sul sito del senato che hai messo tu dice "Il procedimento de quo costituisce stralcio di un più vasto procedimento penale sorto a seguito di un atto di citazione per responsabilità contabile indirizzato dalla competente Procura della Repubblica presso la Corte dei conti al senatore Roberto Castelli "