Sette anni in Tibet
A tutti coloro che vedono nel Dio-Re teocratico Tezin Gyatso, il c.d. dalai Lama, il paladino adamantino dei diritti umani e religiosi, consiglio la lettura del libro di nrich Harrer, Sette anni nel Tibet, Mondadori, Oscar bestsellers, 1999, che ci ricorda molti fatti indigesti del paradiso-shambala tibetano prima della repubblica Popolare Cinese: “l supremazia dell’ordine monastico nel Tibet è assoluta, e si può confrontare solo con una severa dittatura. I monaci diffidano di ogni influsso che possa mettere in pericolo la loro dominazione”. Ad essere punito non è soltanto chi agisce contro il “potere” ma anche “chiunque lo metta in dubbio” (p. 76).. Harrer descrive l’incontro con un alto funzionario: anche se non è un personaggio particolarmente importante, egli può comunque disporre di un “seguito di trenta servi e serve” (p. 56). Essi vengono sottoposti a fatiche non solo bestiali ma persino inutili: “Circa venti uomini erano legati alla cintura da una corda e trascinavano un immenso tronco, cantando in coro le loro lente nenie e avanzando di pari passo. Ansanti e in un bagno di sudore non potevano soffermarsi per pigliare fiato, perché il capofila non lo permetteva. Questo lavoro massacrante rappresenta una parte delle loro tasse, un tributo da sistema feudale”.”. Lo stesso Harrer assume un atteggiamento critico allorché descrive la condizione igienica e sanitaria del Tibet del tempo. Infuria la mortalità infantile, la durata media della vita è incredibilmente bassa, le medicine sono sconosciute, in compenso circolano farmaci assai singolari: “spesso i lama ungono i loro pazienti con la propria saliva santa; oppure tsampa e burro vengono mescolati con l’urina degli uomini santi per ottenere una specie di emulsione che viene somministrata ai malati” (p. 194). Ma cosa avveniva per i crimini considerati più gravi? “Mi raccontarono di un uomo che aveva rubato una lampada dorata al burro da uno dei templi di Kyirong. Fu dichiarato colpevole del reato, e quella che noi avremmo considerato una sentenza disumana fu portata a compimento. Gli furono pubblicamente mozzate le mani, e il suo corpo mutilato ma ancora vivo fu avvolto in una pelle di yak bagnata. Quando smise di sanguinare, venne gettato in un precipizio” (p. 75). Ma anche reati minori, ad esempio “il gioco d’azzardo”, possono essere puniti in modo spietato se commessi nei giorni di festività solenni: “i monaci sono a tale riguardo inesorabili e molto temuti, perché più di una volta è avvenuto che qualcuno sia morto sotto la rigorosa flagellazione, la pena usuale” (pp. 153). La violenza più selvaggia caratterizza i rapporti non solo tra “semidei” e “esseri inferiori”, ma anche tra le diverse frazioni della casta dominante: ai responsabili delle frequenti “rivoluzioni militari” e “guerre civili” che caratterizzano la storia del Tibet pre-rivoluzionario (l’ultima si verifica nel 1947), vengono fatti “cavare gli occhi con una spada” (pp. 224-5).




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