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    Predefinito Noi siamo il "centrosinistra doc."

    Roma. “Io sono un socialista, non dimenticatelo: il mio obiettivo è aumentare l’offerta di beni e servizi pubblici, non ridurla”.
    Renato Brunetta, il ministro più popolare del governo (“sono la Lorella Cuccarini del governo, il più amato dagli italiani”), incontra il Foglio seduto a un lungo tavolo, in una stanza del dipartimento della Funzione pubblica.
    Davanti a lui ci sono due iPhone, che restano silenziosi, e quattro penne.
    In quella stanza discute con Pietro Ichino, il giuslavorista del Partito democratico che per primo ha iniziato la battaglia culturale contro i fannulloni nella pubblica amministrazione.
    “Una volta il test della follia per un ministro era la volontà di provare a riformare le ferrovie o le poste, oggi è la riforma della pubblica amministrazione”, spiega un Brunetta entusiasta, che domanda ai suoi collaboratori grafici, tabelle, e sommerge i visitatori con decine di slide per illustrare, anche a chi non si addentra tra articoli, commi e tecnicalità, qual è la sua idea di rivoluzione. In tre parole: lavorare, lavorare, lavorare.
    “Mi do un anno: se a maggio 2009 mi accorgo che l’encefalogramma della pubblica amministrazione è ancora piatto, allora mi dimetto. Se invece si vedranno i primi risultati della mia rivoluzione, allora sarà il momento di cominciare a lavorare di fino, comparto per comparto, e di realizzare un progetto a cui tengo molto, una grande scuola per la pubblica amministrazione che sia un hub al centro di reti tra pubblico, privato, istituzioni italiane e straniere, un catalizzatore del cambiamento”.

    L’idea del ministro, che ha anche un lato lib, ma in questa fase privilegia quello lab, è che la priorità non sia una riforma sistemica con tagli draconiani nell’apparato statale, ma riportare le componenti del sistema pubblico a fare il loro mestiere:
    “In queste condizioni è un miracolo che qualcosa funzioni, bisogna che la politica torni a comportarsi come un datore di lavoro, i dirigenti a dirigere. Il mercato e gli utenti devono poter far sentire la loro voce. I sindacati devono tornare a fare i sindacati, invece che cercare di avere un ruolo da cogestori alla jugoslava”.
    In passato ci hanno provato in tanti a riformare il più rigido segmento del mercato del lavoro italiano, quello pubblico. Ma le difficoltà dei suoi predecessori non preoccupano troppo il ministro, che è convinto di avere dalla sua, oltre alla forza dell’entusiasmo, anche la macroeconomia:
    “Siamo nello slot temporale buono, perché l’ingresso nell’euro ci ha privato dello strumento della svalutazione competitiva che drogava la crescita, ora siamo costretti a cambiare. Oggi la gente si incazza più di prima perché è diventato palese che le imprese e le famiglie muoiono se non possono contare su una pubblica amministrazione efficiente”.

    Fenomenologia del fannullonismo.
    I dipendenti pubblici vengono catalogati dal ministro in precise categorie: le vittime, “tre milioni di persone perbene vilipese e violentate ogni giorno dai fancazzisti, tre milioni di lavoratori che fanno funzionare la macchina dello stato, ma si trovano i salari depressi perché le risorse vengono sprecate da quelli che lavorano poco o male”.
    Poi ci sono le diverse tipologie di fannullone. C’è quello ideologico, che, orgoglioso, teorizza il fannullonismo come stile di vita.
    Poi c’è il “radical chic”, che non lavora per una forma di snobismo intellettuale. Il peggiore è forse il “radical-radical, che vede nella pubblica amministrazione il luogo ideale per coltivare il proprio odio verso il mercato e la società”, è il tipo di fannullone che ciclicamente finisce per essere sedotto dalle sirene della violenza antistato, in stile anni Settanta.
    La categoria prevalente è però quella dei “fannulloni opportunisti”, che non si preoccupano di teorizzare il dolce far niente, ma semplicemente si adeguano al malcostume generale.
    Sono tanti (e troppi), ma sono anche quelli più facili da recuperare:
    “L’effetto Brunetta si sente già, a maggio abbiamo registrato un calo del dieci per cento dell’assenteismo, a giugno del 20. E molte delle riforme non sono ancora entrate in vigore. E’ bastato l’annuncio.
    Ma soprattutto ora c’è la sanzione sociale, lo stigma sugli assenteisti che non osano più raccontare al bar che si sono dati malati per portare in vacanza il figlio, capiscono che il clima è cambiato”, rivendica il ministro.

    Dentro il decreto legge che ha anticipato a luglio i provvedimenti più politici della manovra Finanziaria 2009 e ha fissato i parametri della politica economica per il triennio, Brunetta ha inserito gli “antibiotici” contro la malattia del fannullonismo.
    Il bastone entra in vigore subito, per le “vitamine” della carota (cioè premi e incentivi, semplificazione burocratica per i piccoli comuni), bisogna attendere l’autunno, perché non avevano il carattere di urgenza richiesto per includerle nel decreto legge. A settembre è slittato anche il progetto di offrire la possibilità alle università pubbliche di diventare fondazioni capaci di attrarre finanziamenti privati, “un’idea di Nicola Rossi, che io ho recuperato e adattato, che può cambiare la faccia dell’università italiana.
    Con il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini stiamo valutando la possibilità di estenderla a tutti gli enti di ricerca”.
    I sindacati che protestano sotto le sue finestre lo chiamano “decreto Brunetta”, e il ministro non rinnega affatto il suo contributo, anche se riconosce che “il merito è in gran parte di Giulio Tremonti e del direttore del Tesoro Vittorio Grilli, che da anni riflettono sulla riforma della procedura per l’approvazione della finanziaria”.
    Con questo decreto, spiega il ministro, “si lancia un segnale forte ai mercati, dimostriamo che siamo in grado di fare tutto subito, non sarà più possibile l’assalto alla diligenza perché la tradizionale Finanziaria d’autunno diventa soltanto una tabella di bilancio”.

    Reti amiche e un grande bypass.
    Di alcune misure presenti nel decreto, come la stretta su consulenze e assenze (visita fiscale tutti i giorni, domenica inclusa, e a tutte le ore) o la riduzione dell’uso della carta negli uffici, si è già molto discusso. Brunetta ci tiene a spiegare altre due novità: la class action e il progetto reti amiche.
    “Dal primo gennaio 2009, il cittadino consumatore, che finora non aveva voce, potrà rivalersi contro la pubblica amministrazione, con l’assistenza delle associazioni dei consumatori. In tempi brevissimi un giudice amministrativo verificherà se l’unità amministrativa contro la quale agisce il cittadino ha rispettato gli standard di qualità da essa stessa stabiliti. Se così non è stato, o si ripristina il diritto violato, o si caccia via il dirigente. E’ un correttivo indispensabile in un mercato dove manca il piede invisibile che ne calcia fuori gli elementi inefficienti”, spiega Brunetta, che accanto all’azione dal basso, contro gli assenteisti, crede molto al principio che “se educhi i vertici poi l’intendenza segue”.
    L’altro provvedimento preferito del ministro è quello delle “reti amiche”, che non costa un euro allo stato ma può migliorare la qualità di alcuni servizi: “Sarà un grande bypass nel sistema. Oggi la pubblica amministrazione è monopolista del contatto con l’utente, io voglio aggiungere nuovi punti di contatto, dove poter richiedere gli stessi servizi che fino ad ora solo l’impiegato statale poteva offrire”.
    In concreto: vado al supermercato e prenoto anche una visita all’ospedale, dal tabaccaio e richiedo un certificato, all’Aci e sbrigo altre pratiche amministrative. Per i commercianti “l’incentivo è che entrano più persone nei loro negozi, idem per i centri commerciali, mentre altri soggetti come l’Aci hanno tutto l’interesse a offrire una gamma più completa di servizi”.
    E il datore di lavoro, cioè Brunetta, avrà un termine di paragone per misurare l’efficienza dei suoi dipendenti, che si troveranno in concorrenza con lo zelo dei tabaccai. E’ ancora presto per dirlo, ma se certe mansioni vengono esternalizzate (o quantomeno condivise con soggetti non statali), poi si potranno tagliare alcuni posti di lavoro, con risparmi per lo stato che non implicano alcun taglio all’offerta di servizi.
    Questo per il lato laburista del ministro, il suo coté da direttore e fondatore della rivista “Labour – Reviews of labour economics and industrial relations”. Per non lasciare dubbi chiarisce:
    “Il berlusconismo è il centrosinistra doc, noi riproponiamo la formula che ha portato al boom economico dell’Italia”.

    “Più servizi per tornare a crescere”.
    Ma gli elettori del centrodestra si aspettavano (e continuano ad aspettarsi) anche la riduzione delle tasse, paradigma essenziale del berlusconismo, magari finanziata proprio dai recuperi di efficienza dovuti alla cura Brunetta. Il Dpef scritto dal governo, invece, prevede la pressione fiscale invariata nei prossimi tre anni. “Le cifre del documento sono calcolate sul livello attuale di crescita, intorno al mezzo punto di pil – precisa il ministro – è chiaro che se si ha più crescita si possono tagliare le tasse. Io miglioro i servizi, così da stimolare la ripresa. Il mio obiettivo è trasformare la pubblica amministrazione dalla palla al piede che è stata finora in un fattore di sviluppo.
    Oggi l’inefficienza del settore pubblico ci costa tra il 30 e il 40 per cento della differenza di crescita che c’è tra noi e gli altri paesi europei. Bisogna anche considerare che i miei risultati produrranno l’effetto equivalente di una riduzione della pressione fiscale, perché le tasse non sono alte o basse in astratto, ma in proporzione alla qualità del servizio che si ottiene in cambio”. In ogni caso, spiega, “quello che è immorale non è la quantità di spesa pubblica, ma l’inefficienza, un abominio che viene pagato dai più deboli che non possono comprarsi nel mercato parallelo privato servizi che la pubblica amministrazione non offre. Chi ha i soldi non ha problemi, paga per avere gli arbitrati, la sanità privata, la scuola privata”.
    Nel rapporto tra spesa (quindi tasse) e servizi offerti, Brunetta preferisce agire sui secondi, forte anche del sostegno trasversale che la sua linea gli ha fruttato in questi primi mesi: “La Confindustria è con me, le piccole imprese mi amano, opero con il totale consenso del presidente Berlusconi, dall’opposizione nessuno ha contestato il contenuto delle mie decisioni, solo i sindacati sono un po’ nervosi”.
    Un capitale di consenso che Brunetta potrebbe cercare di far fruttare per guadagnare peso negli equilibri interni alla compagine governativa. Ma il ministro dal doppio iPhone si schermisce: “Faccio solo la mia parte”.

    Il dialogo con Tremonti.
    Non c’è nessuna rivalità con l’apocalittico (e altrettanto popolare) Giulio “Robin Hood” Tremonti. Brunetta è assai meno ventinovista del ministro dell’Economia (“non è la fine del mondo, ma è la fine di un mondo”, ha detto nei giorni scorsi il professore di Pavia in un colloquio con il Foglio) e crede che un’inversione di tendenza nella congiuntura internazionale sia possibile “già dall’autunno, io sono ottimista”.
    Non è solo sulla diagnosi che i due ministri sono diversi.
    Come Tremonti, anche Brunetta pensa che la soluzione alla crisi attuale sia nell’avere “più politica”, un’espressione che nel lessico tremontiano significa ruolo attivo dello stato, salvataggio pubblico per le banche in crisi, protezionismo quando necessario per difendersi dall’invasione delle merci a basso costo, primato della politica sull’economia, abbandono dell’illusione che il mercato si regoli da sé.
    La “più politica” anticrisi di Brunetta, invece, consiste nell’avere “più globalizzazione, più Europa, perché solo un’Europa più aperta che abbandona ogni protezionismo può contare di più nei nuovi equilibri mondiali.
    E’ la condizione per avere insieme soft power e hard power, marte e venere”. Anche la crisi energetica, con la crescita del prezzo del petrolio che innesca l’inflazione nei paesi compratori, non si risolve con la lotta alla speculazione e alla finanza derivata di stampo tremontista, dice Brunetta, “ma con 50 centrali nucleari, da cominciare a costruire subito, e con un cambio di approccio al mercato dell’energia, l’Europa deve diventare un compratore unico, per avere più potere di mercato”.
    Sull’economia internazionale riemerge il lato liberal di Brunetta, che sulle questioni interne viene invece offuscato dall’anima laburista.
    Anche la corsa dei prezzi delle materie prime, secondo il Brunetta lib, si può risolvere abbattendo le barriere che proteggono l’agricoltura europea e americana, “evviva la globalizzazione.
    E anche, John Maynard Keynes, che resta il mio punto di riferimento intellettuale, sarebbe d’accordo con me”.
    Alla domanda se alla crescita economica e alle aspettative dei consumatori giovino più le dichiarazioni di un ministro ottimista o quelle di uno pessimista, Brunetta dà una risposta zen:
    “Lo skipper continua a muovere il timone anche quando non c’è vento. Forse serve a poco, ma è meglio che aspettare senza fare nulla”.

    dal ilFoglio del 27 luglio 2008

    ripreso su www.ilfoglio.it 11 08 08

    saluti

  2. #2
    Dai che non c'ho tempo
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    interessante.
    La cosa che più mi colpisce è quanto la sinistra, forse sbigottita dal "colpo" elettorale, forse allibita o impreparata allo svanire dell'effimera cortina dell'anti berlusconismo sia assolutamente immobile.
    Incapace di darsi una stategia, ma quel che è peggio incapace di FARE politica, di produrre idee, alternative, almeno entrare nel dibattito, buttarsi nella mischia, sia quel che sia..niente.
    Cuori di pietra, culi di piombo...sulla poltrona.

  3. #3
    SENATORE di POL
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    Io resto di destra, avverso a ogni "centrosinistra", a ogni socialismo (che è sempre, per un liberale non "liberal" serio: una via "verso la schiavitù") e a ogni craxismo. Più avverso al craxismo nel momento degli osanna che nei momenti delle disgrazie e delle "monetine". Pronto a difendere Bettino dalle calunnie dei giustizialisti, senza dimenticare l'arroganza e la natura irrevocabilmente sinistrorsa e quindi, sostanzialmente inaccettabile, del craxismo. Sì, se per gli ultraliberisti anarcocapitalisti posso apparire persino io un "socialista", verso i socialisti, anche quelli "liberali" (i lib-lab pasticcioni) resto uno sporco mercatista che inneggia al capitalismo liberale.

    Shalom

  4. #4
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    Allora ho fatto benissimo a non votare il PDL,dato che io sono di Destra.
    Avvisate gli amici di An che si trovano nel "centrosinistra doc "

  5. #5
    Beffo la morte e ghigno
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    Citazione Originariamente Scritto da BOY74 Visualizza Messaggio
    Allora ho fatto benissimo a non votare il PDL,dato che io sono di Destra.
    Avvisate gli amici di An che si trovano nel "centrosinistra doc "

  6. #6
    Dai che non c'ho tempo
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    Citazione Originariamente Scritto da Pieffebi Visualizza Messaggio
    Io resto di destra, avverso a ogni "centrosinistra", a ogni socialismo (che è sempre, per un liberale non "liberal" serio: una via "verso la schiavitù") e a ogni craxismo. Più avverso al craxismo nel momento degli osanna che nei momenti delle disgrazie e delle "monetine". Pronto a difendere Bettino dalle calunnie dei giustizialisti, senza dimenticare l'arroganza e la natura irrevocabilmente sinistrorsa e quindi, sostanzialmente inaccettabile, del craxismo. Sì, se per gli ultraliberisti anarcocapitalisti posso apparire persino io un "socialista", verso i socialisti, anche quelli "liberali" (i lib-lab pasticcioni) resto uno sporco mercatista che inneggia al capitalismo liberale.

    Shalom
    Io non sono di nessuno e me ne vanto.
    E sarò sempre io a decidere chi governa, all'ultimo momento.
    Rispetto solo una bandiera, quella Italiana.

  7. #7
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    Molte persone vogliono che il governo protegga il consumatore. Un problema molto più urgente è proteggere il consumatore dal governo
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    Brunetta, il socialista, insieme al suo compagno Tremonti, non è che fa questa gran rivelazione. Almeno per me.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Gigione Visualizza Messaggio
    Io non sono di nessuno e me ne vanto.
    E sarò sempre io a decidere chi governa, all'ultimo momento.
    Rispetto solo una bandiera, quella Italiana.
    --------------------------

    Con piccole differenze anch'io.
    Non sono di nessuno e NON me ne vanto ma lotto per rimaner tale.
    Decido per chi votare ben prima dell'ultimo minuto, quando tutti promettono sapendo di mentire. Certamente non sono io a decidere chi governerà.
    Rispetto tutte le bandiere, amo solo quella italiana.

  9. #9
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    Ma intende lo stesso centrosinsitra di Craxi Andreotti e Forlani (CAF per gli amici) che ha quintuplicato il debito pubblico negli anni 80 e devastati i conti dell'inps????

    I giovani come me, che in un futuro lontanissimo avranno una pensione da fame, ringraziano.

  10. #10
    filibustiere del web
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    trascurate le pressioni dei komunisti

 

 
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