20/8/2008 (7: 50) Torna Victor Hugo e Sarkozy trema


DOMENICO QUIRICO

La posterità, in letteratura, è spesso complicata. Ci sono autori che vivono per lunghi spazi in una penombra di armistizio, citati, antologicamente presenti, riveriti da quell’omaggio scolastico che è solo l’anticamera maligna della seconda scomparsa. Autori in purgatorio, tra condanna e estasi di luce. Guai poi a quelli che in vita si sono creduti infallibili con la conseguenza di lasciare ai posteri, in una involontaria confessione, tutta la documentazione autografa dei propri errori. Hugo è uno di questi: preludia e riassume in sé un secolo, elettricità, Republique, denaro adulterio, il vapore, il progresso, le chimere del socialismo, la religione civica, tutto raccontato e vissuto in una singolare incandescenza. Non parlava, tuonava; non rideva, sghignazzava; non criticava, imprecava. Le due feste più grandi del secolo diciannovesimo, che pure è stato così zeppo di burrasche e di arcobaleni, sono state l’incendio della Comune e i funerali di Hugo. Ha avuto tutto, i biglietti di banca e le statue, i francobolli e le medaglie. Tanto che Renan lo definiva «creato per decreto speciale e nominale dell’Eterno»; e perfino chi lo detestava, definendolo «un cretino», doveva aggiungere a denti stretti, «di genio».

Bisogna dirlo: più sintomo che simbolo, era troppo. C’è stato un silenzioso ma tenace rigetto di questo Sillabo laico e repubblicano, questa barba scenografica che ha avuto il coraggio di vivere tra la Rivoluzione, quella vera e grande, e di morire con i primi balbettii del cinema, che gettando qualche pensiero senza troppa formalità su un foglio li ha chiamati «post scriptum della mia vita». Hugo, questo rumoroso e e variopinto personaggio che ha fatto da avanguardia alla Francia, con le sue spericolate conquiste di donne di uomini di letterature e di gloria, da qualche tempo non parlava più.

Improvvisamente l’Alessandro Dumas del Progresso riappare, e con sanguigna nostalgia, in libreria con la ristampa in edizione economica (buon segno!) dei pamphlet contro Napoleone terzo. E come eroe di un fervente apostolo, finora, della visione americana della globalizzazione, Mario Vargas Llosa, che si scopre invece folgorato sulla via apostolica e gauchiste del profeta di Guernesey. Ti imbatti in lui sul palcoscenico, con Francis Huster che al Théâtre della Gaité a Montparnasse mette in scena con succeso Waterloo; e Gérard Berliner fa il pienone ogni sera con il suo Mon alter Hugo che ricapitola gli otto decenni di questa epopea. E spiega il successo con il fatto che «ognuno di noi può riconoscersi in lui. Perché sottintende che rappresenti una infinità di sensibilità umane». La sua opera, anzi la sua vita è una lente attraverso cui possiamo vedere in modo nitido molto di quello che prima ci appariva confuso nel «grande teatro universale», definizione sua. Non è finita: in autunno la casa museo dello scrittore annuncia una mostra su I Miserabili che si annuncia ricca di sorprese. E non sono mode e recuperi di dotti: poiché Hugo ha ispirato anche un geniale disegnatore di fumetti come Stanislas Gros che pubblica Le dernier jour d’un condamné, trasposizione fedele di un monumento ormai caduto nell’oblio.

Dopo un lungo periodo di letteratura ecogentrica, dopo lunghi e ormai tediosi anni di «autofiction», è il ritorno alla densità del reale, alla questione sociale, all’idea di una società fatta di incomprensioni conflittuali, guidata dagli assoluti della Storia. E poiché non riusciamo più a «innamorarci» delle grandi cause, ci siamo abituati a sporcare e a dubitare di quelle altrui. Politica e storia si configurano come un cimitero di illusioni deluse e di cause omicide. Hugo è un felice antidoto a tutto ciò. Come invoca Vargas Llosa quando ribalta l’accusa che Lamartine, il reazionario Lamartine, scagliava contro Hugo, di far credere «l’impossibile, ovvero che la giustiza l’uguaglianza, la felicità siano possibili» e di seminare in questo modo «il sacro furore della delusione tra le masse».

In questa Francia confusa, tentata dall’arrichitevi sarcosista e nel contempo crucciosa, ecco che il ritorno a Hugo aizza e rampogna, con i riverberi di primigenie innocenze sepolte. Se il nuovo modello francese è un successo che non ha rimorsi a lasciarsi dietro chi non tiene il passo, riascoltare la voce dello scrittore che ha proclamato orgogliosamente in un discorso all’Assemblea nazionale (nel 1849!) «io sono tra coloro che pensano e che affermano che si può cancellare la miseria» è un atto di rivolta, è una polemica riepilogazione delle radici. O, potrebbero dire i pessimisti, è una fragile ipocrisia. In un Paese che quasi in silenzio abbandona sul ciglio della strada con le trentacinque ore il secolare sogno di ridurre sempre più nella vita dell’uomo il tempo del lavoro, con una sinistra scotta dove mancano i Gambetta e i Jaurés, si resiste rileggendo certi libri. Non è un caso che l’editore dei pamphlet antibonapartisti abbia posto sul libro una striscia (in rosso) con la scritta «Hugo!»: sembra un grido di battaglia da usare subito sui selciati.

Già: Hugo contro Napoleone terzo, Hugo in lotta contro l’uomo che aveva dietro di sé «la riuscita, il denaro, la banca, la Borsa», per cui tutti i decreti sulla libertà di stampa potevano riassumersi in una riga: «io permetto che tu parli ma esigo che tu taccia». Come assomiglia al ritratto di Nicolas Sarkozy!