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Discussione: Saluto e augurio

  1. #1
    TERZO FASCISMO
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    Saluto e augurio

    Pier Paolo Pasolini, da La nuova gioventų

    Saluto e augurio


    A č quasi sigųr che chista
    a č la me ultima poesia par furlān;
    e i vučj parlāighi a un fassista
    prima di essi (o ch’al sedi) massa lontān.

    Al č un fassista zōvin,
    al varā vincia un, vincia doi āins:
    al č nassųt ta un paės,
    e al č zut a scuela in sitāt.


    Al č alt, cui ociāj, il vistėt
    gris, i ciavičj curs:
    quand ch’al scumėnsia a parlāmi
    i crot ch’a no’l savedi nuja di politica



    e ch’al serci doma di difindi il latėn
    e il grec, cuntra di me; no savėnt
    se ch’i ami il latin, il grec - e i ciavičj curs.
    Lu vuardi, al č alt e gris coma un alpėn.



    "Ven cā, ven cā, Fedro.
    Scolta. I vučj fati un discors
    ch’al somča un testamėnt.
    Ma recuārditi, i no mi fai ilusiōns

    su di te: jo i sai ben, i lu sai,
    ch’i no ti ās, e no ti vōus včilu,
    un cōur libar, e i no ti pos essi sinsčir:
    ma encia si ti sos un muārt, ti parlarāi.


    Difėnt i palčs di morār o aunār,
    in nomp dai Dius, grecs o sinčis.
    Moųr di amōur par li vignis.
    E i fics tai ors. I socs, i stecs.


    Il ciaf dai to cunpāins, tosāt.
    Difėnt i ciamps tra il paės
    e la campagna, cu li so panolis,
    li vas’cis dal ledān. Difėnt il prat


    tra l’ultima ciasa dal paės e la roja.
    I ciasāj a somčjn a Glėsiis:
    giolt di chista idea, tčnla tal cōur.
    La confidensa cu’l soreli e cu’ la ploja,



    ti lu sas, a č sapiensa santa.
    Difėnt, conserva prea. La Repųblica
    a č drenti, tal cuārp da la mari.
    I paris a ān serciāt, e tornāt a serciā


    di cā e di lā, nass’nt, murėnt,
    cambiānt: ma son dutis robis dal passāt.
    Vuei: difindi, conservā, preā. Tas:
    la to ciamesa ch’a no sedi


    nera, e nencia bruna. Tas! Ch’a sedi
    ’na ciamesa grisa. La ciamesa dal siun.
    Odia chej ch’a volin dismōvisi
    e dismintiāssi da li Paschis...


    Duncia, fantāt dai cialsėns di muārt,
    i ti āi dita se ch’a volin i Dius
    dai ciamps. Lā ch’i ti sos nassųt.
    Lā che da frut i ti ās imparāt




    i so Comandamėns. Ma in Sitāt?
    Scolta. Lā Crist a no’l basta.
    A coventa la Gl’sia: ma ch’a sedi
    moderna. E a coventin i puōrs.


    Tu difėnt, conserva, prea:
    ma ama i puōrs: ama la so diversitāt.
    Ama la so voja di vivi bessōj
    tal so mond, tra pras e palās


    lā ch’a no rivi la perāula
    dal nustri mond; ama il cunfėn
    ch’a ān segnāt tra nu e lōur;
    ama il so dialčt inventāt ogni matina,


    par no fassi capė; par no spartė
    cun nissųn la so ligria.
    Ama il sorel di sitāt e la miseria
    dai laris; ama la ciar da la mama tal fė.

    Drenti dal nustri mond, dis
    di no essi borghčis, ma un sant
    o un soldāt: un sant sensa ignoransa,
    un soldāt sensa violensa.


    Puarta cun mans di sant o soldāt
    l’intimitāt cu’l Re, Destra divina
    ch’a č drenti di nu, tal siųn.
    Crot tal borghčis vuārb di onestāt,


    encia s’a č ’na ilusiōn: parsč
    che encia i parons, a ān
    i so parōns, a son fis di paris
    ch’a stan da qualchi banda dal momd.





    Basta che doma il sintimėnt
    da la vita al sedi par diciu cunpāin:
    il rest a no impuārta, fantāt cun in man
    il Libri sensa la Perāula.


    Hic desinit cantus. Ciāpiti
    tu, su li spalis, chistu zčit plen.
    Jo i no pos, nissun no capirčs
    il scāndul. Un veciu al ā rispičt
    Hic desinit cantus.



    dal judissi dal mond; encia
    s’a no ghi impuarta nuja. E al ā rispičt
    di se che lui al č tal mond. A ghi tocia
    difindi i so sgnerfs indebulės,




    e stā al zoųc ch’a no’l ā mai vulųt.
    Ciāpiti su chistu pčis, fantāt ch’i ti mi odiis:
    puārtilu tu. Al lus tal cōur. E jo ciaminarai
    lizčir, zint avant, sielzėnt par sempri



    la vita, la zoventųt.

    ***

    Č quasi sicuro che questa č la mia ultima poesia in friulano: e voglio parlare a un fascista, prima che io, o lui, siamo troppo lontani.

    Č un fascista giovane, avrā ventuno, ventidue anni: č nato in un paese ed č andato a scuola in cittā.

    Č alto, con gli occhiali, il vestito grigio, i capelli corti: quando comincia a parlarmi, penso che non sappia niente di politica

    e che cerchi solo di difendere il latino e il greco contro di me; non sapendo quanto io ami il latino, il greco - e i capelli corti. Lo guardo, č alto e grigio come un alpino.

    "Vieni qua, vieni qua, Fedro. Ascolta. Voglio farti un discorso che sembra un testamento. Ma ricordati, io non mi faccio illusioni

    su di te: io so, io so bene, che tu non hai, e non vuoi averlo, un cuore libero, e non puoi essere sincero: ma anche se sei un morto, io ti parlerō.

    Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi. Muori d’amore per le vigne. Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi.

    Per il capo tosato dei tuoi compagni. Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie abbandonate. Difendi il prato

    tra l’ultima casa del paese e la roggia. I casali assomigliano a Chiese: godi di questa idea, tienla nel cuore. La confidenza col sole e con la pioggia,

    lo sai, č sapienza sacra. Difendi, conserva, prega! La Repubblica č dentro, nel corpo della madre. I padri hanno cercato e tornato a cercar

    di qua e di lā, nascendo, morendo, cambiando: ma son tutte cose del passato. Oggi: difendere, conservare, pregare. Taci! Che la tua camicia non sia

    nera, e neanche bruna. Taci! che sia una camicia grigia. La camicia del sonno. Odia quelli che vogliono svegliarsi, e dimenticarsi delle Pasque...

    Dunque, ragazzo dai calzetti di morto, ti ho detto ciō che vogliono gli Dei dei campi. Lā dove sei nato. Lā dove da bambino hai imparato

    i loro Comandamenti. Ma in Cittā? Lā Cristo non basta. Occorre la Chiesa: ma che sia moderna. E occorrono i poveri

    Tu difendi, conserva, prega: ma ama i poveri: ama la loro diversitā. Ama la loro voglia di vivere soli nel loro mondo, tra prati e palazzi

    dove non arrivi la parola del nostro mondo; ama il confine che hanno segnato tra noi e loro; ama il loro dialetto inventato ogni mattina,

    per non farsi capire; per non condividere con nessuno la loro allegria. Ama il sole di cittā e la miseria dei ladri; ama la carne della mamma nel figlio

    Dentro il nostro mondo, dė di non essere borghese, ma un santo o un soldato: un santo senza ignoranza, o un soldato senza violenza.

    Porta con mani di santo o soldato l’intimitā col Re, Destra divina che č dentro di noi, nel sonno. Credi nel borghese cieco di onestā,

    anche se č un’illusione: perché anche i padroni hanno i loro padroni, e sono figli di padri che stanno da qualche parte nel mondo.

    Č sufficiente che solo il sentimento della vita sia per tutti uguale: il resto non importa, giovane con in mano il Libro senza la Parola.

    Hic desinit cantus. Prenditi tu, sulle spalle, questo fardello. Io non posso: nessuno ne capirebbe lo scandalo. Un vecchio ha rispetto

    del giudizio del mondo: anche se non gliene importa niente. E ha rispetto di ciō che egli č nel mondo. Deve difendere i suoi nervi, indeboliti,

    e stare al gioco a cui non č mai stato. Prenditi tu questo peso, ragazzo che mi odii: portalo tu. Risplende nel cuore. E io camminerō leggero, andando avanti, scegliendo per sempre

    la vita, la gioventų".

  2. #2
    Pasdar
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    Non si puō dire che non faccia riflettere, anzi.
    ĢNon ti fidar di me se il cuor ti mancaģ.

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  3. #3
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    Corriere della Sera, 1 febbraio 1975

    "(...) Nei primi anni sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno č stato fulminante e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c'erano pių.


    (...) Prima della scomparsa delle lucciole. La continuitā tra fascismo fascista e fascismo democristiano č completo e assoluto.

    (...) La democrazia che gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale.

    Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano.


    (...) Durante la scomparsa delle lucciole. In questo periodo la distinzione tra fascismo e fascismo operata dal "Politecnico" poteva anche funzionare.


    (...) Dopo la scomparsa delle lucciole. I "valori", nazionalizzati e quindi falsificati, nel vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano pių.


    (...) Gli uomin di potere democristiani sono passati dalla "fase delle lucciole" alla "fase della scomparsa delle lucciole" senza accorgersene.


    (...) Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale: che, per esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano: senza accorgersi che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, non sapeva pių che farsene del Vaticano quale centro di vita contadina, retrograda, povera. Essi si erano illusi di poter contare in eterno su un esercito nazionalista (come appunto i loro predecessori fascisti): e non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, giā manovrava per gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie tecnocratiche. E lo stesso si dica per la famiglia, costretta, senza soluzione di continuitā dai tempi del fascismo, al risparmio, alla moralitā: ora il potere dei consumi imponeva ad essa cambiamenti radicali, fino ad accettare il divorzio, e ormai, potenzialmente, tutto il resto senza pių limiti.


    (...) Gli uomini del potere democristiano hanno subėto tutto questo, credendo di amministrarselo. Non si sono accorti che esso era "altro": incommensurabile non solo a loro ma a tutta una forma di civiltā.

    Pier Paolo Pasolini

 

 

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