











LETTERA DI SOFRI
Il terrorismo, la violenza politica
e l’omicidio Calabresi
Caro Direttore, non lamenterò di non essere capito: pensiamo tutti di non essere capiti. Citerò invece un piccolo fatto. L’indulto, di cui fui ostinato e appassionato fautore, si realizzò all’improvviso in una maniera sorprendente, includendo l’omicidio ed escludendo reati assai meno gravi, in nome della «percezione » della gente, la quale a sua volta sembrò largamente confermare quella singolare classifica dell’allarme scandalizzandosi molto più di spacci e scippi che di omicidii. Senza averlo chiesto né desiderato, ricevetti anch’io ex officio i tre anni di riduzione della pena previsti dall’indulto. Dal quale erano escluse le condanne per fatti di terrorismo.
Dunque la distinzione è tutt’altro che astratta o pretestuosa, e può produrre effetti incisivi. Io, che non sono mai stato terrorista e sono stato sempre avverso al terrorismo, anche quando ritenevo la violenza necessaria a cambiare il mondo, se oggi volessi difendermi in giudizio da chi mi insulta chiamandomi «ex-terrorista», potrei fare appello all’imputazione che mi venne mossa, e che rinunciò del tutto all’addebito dell’associazione sovversiva o della finalità terroristica, trattando l’omicidio di Luigi Calabresi come un affare di diritto comune. Però nel libro del Quirinale dedicato alla memoria delle vittime italiane del terrorismo negli anni repubblicani, Luigi Calabresi compare, e anzi la sua figura ha avuto un ruolo primario nella volontà di commemorazione. Da mesi leggo—per la prima volta, del resto—innumerevoli carte relative alla morte di Pinelli e ai processi Lotta Continua-Calabresi: inducono a credere che Calabresi non fosse nella sua stanza al momento della caduta di Pinelli. Punto decisivo, che tuttavia non chiude affatto la questione. Negli elenchi delle vittime del terrorismo non figura Pino Pinelli, magari perché lo si è considerato, secondo la sentenza D’Ambrosio, vittima tutt’al più di un malore attivo. Non c’è un problema?
Le figlie di Pino Pinelli hanno palesemente scelto una discrezione senza riserve. Si può comunque chiedersi se siano mai state invitate a Palazzo Marino, o al Quirinale, o al Palazzo di Vetro. «Terrorista» può essere un generico epiteto, da usare per insultare qualcuno quando si perde la pazienza. Me, per esempio. In senso proprio, vuol dire quella violenza indiscriminata tesa a suscitare il terrore nelle file del preteso nemico e a conquistare col terrore l’adesione della propria pretesa parte. L’omicidio di Calabresi, così come lo disegnano imputazioni e condanne, sarebbe dunque questo, una specie di caricatura del socialismo in un Paese solo nel terrorismo di un assassinio solo? Evocare una distinzione non ha niente della giustificazione, e tanto meno, nel mio caso, del malanimo verso la famiglia del commissario. Semplicemente, esiste una violenza che non è violenza politica, e una violenza politica che non è terrorismo. Non è una scala di valori, è una differenza obiettiva. C’è la strage di Erba, e quella alla stazione di Bologna. È un sofisma? Al contrario: io, che ripeto di portarmi addosso una condanna ingiusta, voglio comunque obiettare quando l’omicidio di Calabresi viene commemorato alle Nazioni Unite come esemplare del terrorismo internazionale, accanto alla strage dei bambini di Beslan. Sofisma mi sembra quello di chi, come se la sottrazione dell’epiteto di terrorista volesse dire per sé un’indulgenza o addirittura un’assoluzione, dice che io non sono terrorista ma l’omicidio di Calabresi — nella versione che ne hanno dato i tribunali—è terrorista.
Fa scandalo che io dissenta dal fortunato e amaro slogan «non si può essere ex-assassini»: certo che si può. Il calendario cristiano ne è un documento sovrabbondante. Ho detto anche che persone che oltrepassano la soglia fra le parole e i fatti non sono necessariamente malvagie, e possono anzi essere «migliori» di altre. Mi lasci evocare, senza stabilire, prego, alcun raffronto, un esempio distante — benché ancora lacerante, come ogni vicenda italiana. Il 15 aprile del 1944 Giovanni Gentile fu ucciso a Firenze da un «gruppo di azione partigiana» guidato da Bruno Fanciullacci. Fanciullacci fu catturato pochi giorni dopo, venne gravemente ferito, liberato e ricatturato, finché, per sottrarsi alle torture della famigerata banda Carità e non tradire i suoi compagni, si gettò, con le mani legate dietro la schiena, da una finestra del terzo piano. Morì pochi giorni dopo, non aveva ancora venticinque anni. Alla sua memoria venne data la medaglia d’oro della Resistenza. Qualche tempo fa mi colpì una disputa politica fiorentina, poi diventata giudiziaria. Un esponente della destra chiamò «vigliacco assassino» Fanciullacci. (Se non sbaglio, quello stesso esponente dichiarò poi di avere fino ad allora ignorato la fine di Fanciullacci. Il tribunale lo assolse). L’uccisione di Gentile è l’atto più controverso della infinita guerra civile italiana. Io rimpiango che sia avvenuta, e penso con grande rispetto al destino di Bruno Fanciullacci.
di ADRIANO SOFRI
16 settembre 2008
Per continuare la nostra discussione, ecco la lettera pubblicata sul Corriere quest'oggi da parte di Adriano Sofri.


Fanciullacci non fu certamente vigliacco
ma assassino sì
questo accostare Calabresi, un servitore dello stato democratico, a un esponente di spicco del fascismo come Gentile lo trovo di cattivo gusto
forsel'età e la malattia stanno oscurando il giudizio di Sofri