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Manca un piano, ma ai manager vanno 13,5 milioni di azioni
Telecom, oggi si tratta
il futuro di 5mila persone,
gli "esuberi preventivi"
Claudio Jampaglia
Milano
Telecom come Alitalia? Per come si comporta il management potrebbe essere la nuova crisi irreversibile per il sistema Italia. Un euro e un centesimo vale stamani l'azione del colosso delle telecomunicazioni, il minimo degli ultimi dieci anni. Valeva 2,53 euro quando a maggio 2007 sono entrati i "salvatori" della cordata nazionale (Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Benetton, Generali) e la spagnola Telefonica l'ha pagata subito dopo, addirittura 2,85 euro. Il momento è cruciale per l'azienda. Sia per il piano industriale - ossia, il cosa farà in futuro - con la pressione dell'antitrust per mollare la rete fissa, sia per gli assetti proprietari. La strategia dei vertici Franco Bernabè e Gabriele Galateri di Genola, ancora non è chiara, si parla di operazioni "straordinarie" come la vendita delle torri di trasmissione e il varo di una "società delle reti" da scorporare dall'operativo (un po' come i treni con Rtf e Trenitalia) e per raccogliere i 15 miliardi di euro necessari per cablare il paese secondo l'Agcom (l'Authority per le comunicazioni). Contrari i soci di maggioranza spagnoli, nicchia il governo, contrari i sindacati. Almeno la Cgil che con Emilio Miceli, segretario generale Slc-Cgil, spiega: «Nessuna grande impresa europea ha separato la rete da se stessa. Nemmeno la Gran Bretagna. Perché nella rete di tlc ci sono i contenuti, il prodotto, e nessuno si priva del volume di contenuti che commercia. Sarebbe come amputarsi le gambe e Telecom diventerebbe un rivenditore di telefonia e per questo siamo contrari, difendiamo il patrimonio industriale dell'azienda». Sarebbe il via al piano di ulteriore ridimensionamento di Telecom. L'effetto Alitalia già cominciato sui mercati finanziari e sul lavoro. Una cosa però è certa e già successa: da ieri manager e amministratori hanno da spartirsi 13,58 milioni di titoli che l'azienda gli ha elargito gratuitamente rispettando l'impegno preso l'8 agosto.
Loro incassani mentre oggi al ministero del lavoro ci sarà il primo incontro sugli esuberi preventivi dichiarati da Telecom: 5mila lavoratori a casa su 56mila (3mila solo nella rete). La Uil è già d'accordo a concederli. La Cgil per nulla. E si presenta al tavolo a difendere la piattaforma unitaria per chiedere prima il piano industriale, di fatto da sola. L'azienda parla già di ulteriori necessità di "efficienza". Ovvero licenziamenti, nel commerciale e operativo. Altri tagli. I primi 5mila quindi li vogliono incassare subito, per poi chiederne in autunno ancora di più.
Il piano di Bernabé è previsto a novembre. Tardi. E qualcuno ha già idee più chiare e snelle. E' l'azionista emergente, la Findim della famiglia Fossati (ex proprietari della Star, venduta a degli spagnoli) che dopo essere salita al 5% del capitale azionario vorrebbe niente meno che la fusione con Telefonica. Il 25 settembre se ne discuterà al cda dell'azienda. Bernabé è sotto accusa, glielo ha detto ad agosto anche uno dei soci non ostili, Benetton: «Ci vuole una scossa». Ha fatto troppo poco: la cessione delle poche attività in Francia e il piano di taglio del personale. Intanto, i ricavi del gruppo procedevano il declino, la redditività è compressa, quel poco che resta dell'estero (Germania e Brasile) è in netto peggioramento. E' grigia.
Anche per questo pesa molto la partita degli azionisti, il chi comanda e per quale scopo: fare telefonia o incassare il più possibile e via. E qui arriva pure il governo. Fuori gli spagnoli dentro Gheddafi? Sarebbe questa la strada per recuperare il controllo sull'azienda di Berlusconi. Che per chiarire il suo pensiero ai mercati, giusto ieri ribadiva in tv: «Prevedo che Telecom Italia rimanga in mani italiane. Credo si possa immaginare l'entrata di nuovi soci stranieri, ma senza incidere sul management dell'azienda». Grazie agli spagnoli di Telefonica per aver messo il capitale di salvataggio, ma le decisioni su Telecom le fanno gli italiani ovvero lui. I rumors parlano di un investimento libico da 3 miliardi di euro, sponsor Tarak Ben Ammar finanziere franco-tunisino, socio e amico del Cav. e nel cda dell'azienda per conto di Mediobanca, che starebbe esplorando anche altre soluzioni "arabe" con i fondi sovrani di Qatar, Kuwait e Sauditi. Un asse mediterraneo del sud per fare cosa? Di sicuro per scalzare gli spagnoli dalla maggioranza della Telco che controlla Telecom. E poi vedersela in casa. La rete di Telecom fa gola a tutti. E il ridimensionamento del gruppo, dopo Alitalia, potrebbe essere più facile.
18/09/2008