Il caso Alitalia e la crisi del capitalismoIl senso
della lotta
Fausto Bertinotti
Sulla Stampa di ieri, Mario Deaglio, analizzando la "crisi di sistema" del capitalismo finanziario (o del capitalismo?), arriva a una conclusione tipica del pensiero neoliberista, anche quando, come nel suo caso, esso sia espresso senza furori ideologici: e cioè che la globalizzazione rende inevitabile una riduzione generalizzata dei salari e del tenore di vita dei lavoratori. Da qui, da questa sorta di nuova "legge di natura" del nostro tempo, Deaglio trae una ulteriore, e ben più generale, conclusione: quella secondo cui la vertenza sindacale "classica" non funziona più, non produce né redistribuzione del reddito né crescita economica, e quindi "bisogna inventare qualcosa di nuovo". Qualcosa che, evidentemente, non c'entri più con le lotte dei lavoratori, l'autonomia sindacale, il conflitto di classe - anzi, il conflitto tout court. Anche questo, certo, sta diventando un luogo comune e diffuso del "dibattito" , quando si parla di nuovo modello contrattuale o della crisi Alitalia o della questione salariale: la pretesa obsolescenza, arcaicità e improduttività delle lotte del lavoro e per il lavoro, da archiviare nei "detriti" dei due secoli che ci stanno alle spalle. Quante volte abbiamo sentito, o letto, o ascoltato questa "filosofia"? Ma ieri mattina essa strideva, e radicalmente, con un evento politico-culturale a cui ho avuto la fortuna di poter partecipare: la proiezione del film di Silvano Agosti, dedicato a Bruno Trentin. "Il senso della lotta" è il titolo di quest'opera struggente, emozionante, coinvolgente, che ricostruisce non solo la figura di un grandissimo dirigente del sindacato italiano, ma la straordinaria stagione del 1969 - l'autunno caldo di quasi quarant'anni fa. In questo film, sì, c'è tutto l'essenziale di quello che gli apologeti del neoliberismo non comprendono o non sono in grado di comprendere: qual è, appunto, il senso della lotta, non solo ai fini della difesa del lavoro e del posto di lavoro, ma della civiltà. Lo puoi cogliere, invece, questo senso, sui volti dei lavoratori in sciopero - lo sciopero dei trecentomila all'inizio dell'anno e quello "conclusivo", promosso dai sindacati metalmeccanici non per ragioni contrattuali, ma per protestare contro le sospensioni alla Fiat - o sulla faccia inconfondibile di Emilio Pugno. Lo percepisci nelle immagini corali che scorrono come "contrappunto" alla intelligente intervista a Bruno, realizzata una decina di anni fa. E lo vedi, fisicamente, nel finale, quando un lavoratore Fiat annuncia la vittoria - la riassunzione dei lavoratori sospesi - e lo schermo si illumina di felicità.
17/09/2008
http://www.liberazione.it/pdf_sfoglia.php?move=1
La sottolineatura è tristemente vera...ieri sentivo Sacconi a Porta a Porta lanciare al sindacato (si riferiva alla Cgil) l'accusa di essere ancorato a ritualismi e a tatticismi obsoleti e anacronistici in un mondo nuovo in cui l'obiettivo (capitalista) è la priorità insieme alla velocità con cui esso si raggiunge.




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