Con la svolta antifascista Fini si candida ad essere il nuovo Cav.

di Carlo Panella


17 Settembre 2008



Nel ’95 ha conquistato il pieno diritto a governare l’Italia, nel 2008, di avere un ruolo alla pari con chiunque in Europa. Gianfranco Fini, nei giorni scorsi, ha dimostrato di avere la statura –e i cosiddetti- da premier, fatto non frequente di questi tempi nel nostro paese. L’ha fatto staccandosi dal gruppo, rompendo una tradizione di una intera comunità umana e politica, di rispetto per padri tragicamente morti, dicendo che erano irrimediabilmente nel torto, dando una lezione ai suoi e infine, l’ha fatto, disprezzando i sondaggi. Il suo obiettivo è chiaro: se nel 1995 a Fiuggi doveva dimostrare di sapere entrare in un governo della Repubblica, nel 2008 deve ormai dimostrare di sapere entrare in Europa, in primo piano in ogni “photo opportunity” e non solo essere finalmente ammesso nel Ppe o come “numero due” di una qualche istituzione, sia il governo, che la Convenzione. Sinora, Fini aveva lasciato che il suo partito, quanto a fascismo, si trastullasse con il motto di Giorgio Almirante: “non rinnegare, non esaltare”. Lui, solo lui, si era esposto, aveva rotto e parlato di “male assoluto”, ma Ignazio La Russa, quando ha tentato nei giorni scorsi di equiparare –quantomeno sul terreno dell’onore- i giovani repubblichini con i partigiani, sapeva di poter agire in una tradizionale “zona grigia”, sempre tollerata in fondo dal leader e così Alemanno, con i suoi distinguo tra fascismo e leggi razziali.
Fini, però, questa volta li ha subito infilzati –a sorpresa- con eleganza e senza pietà. Ha bruscamente smesso di tollerare ambiguità a giochini lessicali e li ha così lasciati, letteralmente- nudi, esposti, senza difesa di fronte alle sue critiche, al suo pieno, totale, incondizionato uso del discrimine antifascista quale elemento fondante della democrazia e del suo stesso partito. L’ha fatto, ben sapendo che avrebbe provocato enormi mal di pancia nel corpo del suo partito e di alcuni suoi elettori (come ben ha spiegato Milton su queste pagine) e anche che l’area di Storace e dei vari partitini “grigi”, vale pur sempre un due-tre% alle elezioni amministrative (il doppio nel Lazio) ed europee e che quelle sue parole allontanavano definitivamente qualunque ipotesi di cammino comune.
Con questa mossa, il presidente della Camera ha sciolto quel velo di ipocrisia che per 13 anni aveva permesso restasse nel suo partito, nei suoi stessi dirigenti di primo piano. E ha fatto di più, ha detto bruscamente loro che è ora che si liberino delle proprie biografie, che rompano con se stessi, con le loro militanze giovanili e non solo. L’ha fatto con irritazione, tanto che si racconta che abbia metaforicamente “fatto volare i tavoli” nel suo ufficio quando ha letto le dichiarazioni del duo La Russa-Alemanno. L’ha fatto, infine, perché lui stesso aveva reagito male al discorso del predellino, da perdente, affidandosi a ripicche verbali, ma poi –a differenza di Casini- aveva compreso che dire sì a Berlusconi, sciogliere An e lavorare alla nascita del Pdl era il passaggio indispensabile per trasformare il bruco in farfalla. Ma dentro il Pdl –con tutti i problemoni che ha un processo del genere- non può esistere una componente che si differenzia sulla base della propria biografia, e che per ciò stesso si isola nel contesto europeo. Collocato il suo gruppo dirigente nell’alveo antifascista, di una destra gollista, Fini ha posto le definitive premesse per il suo ruolo nel dopo Berlusconi, ammesso –e non concesso- che il suo gruppo dirigente l’abbia capita e che non continui a tirarlo per la giacca in altre nostalgiche querelles.

http://www.loccidentale.it/articolo/...o+cav..0057996