17 settembre 2008
La fine del mondo è rinviata
La crisi dei mercati finanziari è così grande che saprà badare a se stessa
Quando viene il tempo delle vacche magre, bisogna domandarsi che cosa si è fatto in quello delle vacche grasse. Per l’America è il periodo intercorso tra la dissoluzione dell’Urss e l’attentato dell’11 settembre, in gran parte caratterizzato dalla presidenza Clinton e dal regno di Greenspan alla Fed. Regno cominciato quando il Muro di Berlino era ancora su e finito un paio di anni fa, nel 2006, quando la bolla immobiliare era già nelle aspettative, conseguenza di quella bolla internettiana deflagrata alla fine dell’era clintoniana: gli extraprofitti di Internet erano finiti negli immobili.
Regno, quello di Greenspan (nella foto), che ha determinato il corso dell’economia e della finanza del mondo intero, nonché condizionato il successore, quel Ben Bernanke accusato oggi dai liberal – involontariamente, ovvio – di non essere abbastanza falco, di essersi preoccupato troppo di sostenere l’occupazione piuttosto che di contenere l’inflazione. Nell’ultimo decennio del secolo scorso l’America ha vissuto una stagione di crescita, ma anche una metamorfosi sistemica – con la chiusura delle piccole casse di risparmio locali, più di mille, a vantaggio delle grandi imprese finanziarie e con l’avvio della stagione dei future. Quando ha dovuto fare i conti con problemi strutturali, dal prezzo del petrolio e delle materie prime alla caduta dei valori immobiliari e alla crisi del credito, ha cominciato a inciampare, le bolle hanno preso a scoppiare.
Nella politica degli anni Novanta – la stessa che ha sottovalutato la minaccia terroristica, causa del primo scossone economico di questo secolo e dell’instabilità in cui ancora tutti viviamo – vanno ricercati i primi sintomi della malattia odierna. Poi è arrivato Bush (nella foto), cui è imputata gran parte della colpa della crisi. Obama denuncia “otto anni di politiche che hanno frantumato le protezioni dei consumatori, che hanno fatto perdere controlli e regole, che hanno incoraggiato i bonus dei manager e ignorato la classe media americana”. E dice che McCain continuerà con questa filosofia fallita.
Altri liberal dicono che il deficit generato dall’Amministrazione (finanziato all’estero) ha qualcosa a che fare con il surriscaldamento dell’economia e riduce i margini di manovra. Spesso denunciano un omesso controllo, ma dimenticano che la Sarbanes-Oxley firmata da Bush ha imposto regole che a molti del management delle banche (che sono più democratici che repubblicani e che sono stati i primi a sottostimare i rischi) sono parse eccessive. Il problema ora sarà quello di distinguere quel che di effimero è stato prodotto negli ultimi 15 anni da ciò che mantiene una validità, a cominciare dai settori tecnologici e strategici. Il Wall Street Journal ieri scriveva: “Siamo contenti di annunciarvi che il mondo non è finito ieri”. Al panico si sopravvive. A voler essere cinici, c’è una famosa battuta di Ronald Reagan sul deficit federale da parafrasare: “La crisi dei mercati finanziarì è così grande che saprà badare a se stessa”.
http://www.ilfoglio.it/soloqui/1032




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Come si diceva in altro 3d... La sfiga di quest'uomo è colossale... la volta scorsa con lui crollano le torri, oggi crolla la spina dorsale del capitalismo finanziario... E immaginate come soffrono i suoi assets di borsa.
Un po' mi spiace.
