







Scusami,
ma l'osservazione dei fatti ti sembra un atteggiamento fideistico e messianico?
qui non c'è più niente da aspettare: il capitalismo che abbiamo conosciuto e provato sulla nostra pelle, fino ad oggi, non c'è più...
quello che verrà, qualsiasi cosa verrà (e che sta già venendo...) sarà un'altra cosa...




Quale capitalismo avremmo conosciuto? Quale osservazione dei fatti?
Il problema non è tanto se vi sia una crisi finanziaria, e quali e quanto vaste saranno le sue ripercussioni.
Il problema è la "fine del capitalismo", che non mi pare proprio sia all'orizzonte.
Nessuno si azzarderebbe a dire, ad esempio, che la crisi del 1929 rappresentò la "fine del capitalismo", e la crisi del '29, per quanto grande, non fu né la prima né tantomeno l'ultima.
D'altronde non mi pare nemmeno che si possa dire che questa crisi promette di porre fine all'America come superpotenza. Gli Stati Uniti investiti dalla crisi del '29 sono quelli che poi hanno vinto la II guerra mondiale.*
Così come la fine di uno dei pilastri di Bretton Woods, nel 1971 (il dollar exchange standard) non rappresentò né la fine della potenza americana, né la "fine del capitalismo".
Quello che mi pare molti non realizzino, è che di per sé capitalismo e nazionalizzazioni, o aumento della spesa pubblica, o interventismo statale nel credito o l'uso dell'emissione di moneta come strumento di politica economica, sono cose totalmente compatibili.
Banalizzando (e avverto che questa è una semplificazione, dal punto di vista della scienza economica), lo scontro tra la scuola keynesiana e quella monetarista è uno scontro totalmente interno all'economia capitalista, al sistema di mercato.
Già il semplice fatto di preoccuparsi di cose come inflazione o disoccupazione in modo indiretto (cioè riflettendo sui fattori che le influenzano, piuttosto che no) significa ragionare in una ottica di mercato, che nulla ha a che vedere con una "economia di comando".
*Qui apro una parentesi: non affermo che la fine dell'America come potenza egemone sia impossibile. La tendenza attuale delle relazioni internazionali, va verso un equilibrio multi-polare, a prescindere dai dettagli. Ma questo non è strettamente legato alla crisi finanziaria attualmente in atto, né implica necessariamente la "fine della potenza americana". E' piuttosto legato al sorgere di altre potenze, mondiali e regionali, e dato che il potere è comunque un "gioco a somma zero", questo fenomeno potrebbe implicare un ridursi dell'egemonia statunitense, ad esempio da primo assoluto a primo fra pari, o a grande potenza non più unica e pretesa onnipotente. Queste comunque sono solo possibilità.


Io infatti non sono certo "fascio", un termine preso dal vocabolario dello zeccume.
Sono piuttosto, e nettamente, quello che gli antifascisti militanti definiscono "fascista".
Che poi io non mi definisca tale, pur avendo del fascismo un'alta opinione (e del neo-fascismo, una bassa opinione), è irrilevante.





