Risultati da 1 a 7 di 7

Discussione: Lo Stato DELLA PAURA

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    25 Jan 2006
    Messaggi
    2,886
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Lo Stato DELLA PAURA

    OMNIA SUNT COMMUNIA

    INTERVISTA CON LO STUDIOSO JONATHAN SIMON
    Lo Stato DELLA PAURA

    La politica della sicurezza è una miscela di razzismo e esaltazione dello stile di vita della middle-class che punta a colpire gruppi della popolazione ritenuti «nemici della società»

    Benedetto Vecchi

    La produzione teorica di Jonathan Simon ruota attorno a quella secolare «guerra al crimine» che i vari governi statunitense stanno combattendo. Docente all'Università della California, ne ha ricostruito la storia in alcuni libri, purtroppo non tradotti in Italia, eccetto questo Governo della paura (Raffaello Cortina, pp. 403, euro 29), nel quale Simon concentra la sua attenzione sulle politiche della sicurezza statunitensi in quanto politiche di controllo sociale contro gruppi specifici della popolazione, dagli afro-americani ai latinos, dai poveri a uomini e donni di origine araba. E di come la privatizzazione del sistema penitenziario assieme alle politiche di «tolleranza zero» costituiscano appunto aspetti della trasformazione del «penale» in un dispositivo di uno stato di sicurezza nazionale. Così, mentre la tolleranza zero ha solo relegato ai margini delle metropoli gli «scarti umani» prodotti dal neoliberismo, le campagne mediatiche sulla diffusione delle droghe pesanti, della pornografia, della piccola criminalità alimentano una vera e propria settore economico, che combina tecnologie della sorveglianza, vigilantes, sviluppo di quartieri blindati (le cosiddette gated communities ) e costruzione di penitenziari «privati». Nell'intervista che segue Jonathan Simon ha mostrato interesse anche su ciò che sta accadendo in Europa sulle politica della sicurezza e la militarizzazione della repressione contro i migranti. Per Simon, in Europa come negli Stati Uniti, la retorica sulla assenza di sicurezza non ha nessun riscontro empirico.
    Negli Stati Uniti le politiche sulla sicurezza e contro la criminalità sono spesso motivate dalla convinzione che il criminale ha sempre un volto colorato: gli afro-americani, i latinos, gli asiatici. Si potrebbe dire che tutte le politiche contro la criminalità sono anche anche politiche di controllo sociale contro le minoranze etniche. Una sorta di riedizione razziale delle «classi pericolose» ottocentesche. Lei che ne pensa?
    Sì, negli Stati Uniti le politiche contro la criminalità sono sempre state parte integrante delle politiche di controllo sociale delle minoranze. Questo emerge con più forza da quando esistono le cosiddette «prigioni in affitto», cioè quella privatizzazione del sistema penitenziario che ha caratterizzato spesso gli stati del sud, dove la popolazione carceraria è in stragrande maggioranza di origine afro-americana. Lo stesso si può dire di molte norme sulla sicurezza interna, laddove hanno ripristinato forme di segregazione razziale, in maniera esplicita sempre nel Sud, informalmente negli stati del Nord. Ciò che nei miei studi ho però voluto sottolineare è la continuità della politica statunitense nella «guerra al crimine» che ha sempre combinato repressione e retorica sui diritti civili dei detenuti. Una combinazione che non è venuta meno nemmeno durante la cosiddetta la «rivoluzione dei diritti civili». Negli anni Quaranta del Novecento, la componente «liberal» del Congresso, chiedeva repressione e al tempo stesso sosteneva anche che il «crimine dei negri» era il sintomo di un diffuso malessere sociale che richiedeva un massiccio intervento federale contro la povertà. Eppure furono emanate leggi molto repressive che colpirono duramente gli afro-americani. Negli anni Ottanta, il partito democratico aveva la maggioranza nel congresso. Eppure, con l'appoggio di molti leader della comunità afro-americana, ha proposto e fatto approvare leggi che prevedevano pene durissime sulla produzione e vendita di droga. L'obiettivo era contrastare la diffusione del crack e della cocaina, ma si tradussero in un aumento indiscriminato delle pene inflitte agli afro-americani. Sono questi gli anni in cui la retorica dei diritti delle vittime del crimine cerca e trova legittimazione negli anni Sessanta, quando le associazioni per le libertà civili sostenevano che le vittime di una qualche ingiustizia erano titolari di particolari diritti e che lo stato doveva intervenire per tutelarli. Non sostengo che il movimento sociale degli anni Sessanta sia responsabile di questa combinazione infernale di discriminazione razziale e politica dei diritti civili. Ciò che ho constatato nelle mie ricerche è che molti americani hanno appoggiato repressive politiche contro la criminalità utilizzando, cambiandogli di senso, l'ordine del discorso sui diritti inalienabili delle vittime di un'ingiustizia. E che erano esponenti politici e della società civile che facevano riferimento si al partito democratico che a quello repubblicano. L'obiettivo di imporre una supremazia bianca nel paese è largamente screditato, sebbene quella fosse l'aspirazione di molti elettori di entrambi i partiti almeno fino alla fine degli anni Sessanta. Tuttavia, l'obiettivo di garantire la sicurezza delle comunità - obiettivo che ha una lunga e contraddittoria storia negli Stati Uniti - è diventato egemone come obiettivo politico di entrambi i partiti, nutrendosi anche di contenuti razziali, visto che i nemici venivano individuati in questa o quella minoranza a seconda di chi parlava.
    Alcuni studiosi sostengono che il governo della paura è in realtà una politica contro i poveri. Cosa ne pensa di questo punto di vista? la politicaUna volta con Michel Foucault discutemmo a lungo della tendenza in atto tra gli studiosi di porre l'attenzione sulla repressione esercitata dal potere, dimenticando però il modo di produzione del del potere. In quell'occasione concordavamo sul fatto che se uno si concentra sulle politiche repressive è ovvio che giunge alla conclusione che la guerra al crimine è in realtà una guerra ai poveri. Ma questo, allora come oggi, è solo un aspetto di quelle che lei chiama governo della paura. Se infatti concentriamo l'attenzione anche sui dispositivi del potere come formalizzazione di determinati stili di vita, possiamo affermare senza essere smentiti che le politiche sulla sicurezza hanno al centro la difesa dello stile di vita della middle-class. D'altronde, è il ceto medio che, in nome della sicurezza, alimenta la costruzione delle comunità recintate negli Stati Uniti. Ed è il ceto medio che domanda alle imprese high-tech la produzione di programmi informatici e microprocessori che filtrano l'accesso a Internet, inibendo la connessione ad alcuni siti considerati «rischiosi». Ed è sempre il ceto medio che manda i propri figli a scuole dove la sicurezza è il marchio d'origine della vita scolastica.
    La politica della sicurezza contribuisce allo sviluppo delle tecnologie della sorveglianza, dalle videocamere disseminate nelle metropoli al software per il «controllo» della rete o per il morphing, cioè il riconoscimento facciale. Per gli attivisti dei diritti civili o alcuni studiosi sono tecnologie che limitano la democrazia e rappresentano un attacco alla privacy. Cosa ne pensa?
    Non ci sono dubbi che il «panopticon» della modernità che lei descrive è pagato dalla middle-class in nome della sicurezza. È stato chiesto che ci fosse un «Grande fratello» e chiunque mette in discussione la sua autorità è guardato con sospetto. Il segreto del successo dell'iniziale successo della presidenza di George W. Bush è stato proprio l'insistenza sulla sicurezza e sulla necessità di uno stato forte che la salvaguardasse con ogni mezzo necessario. Le prigioni che dovrebbero tenere segregati i «nemici della società» sono però un luogo oscuro dove il potere non riesce a esercitare il controllo su chi ci vive.
    Tanto negli Stati Uniti che in Europa la politica sulla sicurezza ha come obiettivo anche i migranti e altri gruppi della popolazione come i giovani, prendendo a pretesto il fenomeno delle bande giovanili. Negli Stati Uniti alcuni giornalisti e studiosi parlano di una strisciante guerra culturale contro le controculture perché considerate devianti. Perché, secondo lei, la polizia o il potere politico considerano i giovani dei nemici della società?
    Da una parte i comportamenti giovanili sono definiti devianti come atto preventivo e sono colpiti per evitare che si trasformino in comportamenti criminali. Anche questa è una vecchia storia. Molti criminologi, da Cesare Lombroso in poi, hanno sostenuto che i giovani sono potenzialmente disponibili a intraprendere attività criminali. Sono quindi i bersagli potenziali nella guerra alla droga, perché la consumano o la spacciano; inoltre sono dei potenziali criminali economici economiche, perché scaricano illegalmente musica, film e software dalla rete. La legislazione antimmigrazione è invece motivata dal fatto che i migranti sono anch'essi potenzialmente dei criminali, perché è la loro condizione sociale che li predispone al crimine. Inoltre, i migranti, in quanto stranieri, mettono in discussione la «sovranità» di un governo di esercitare il potere all'interno della propria nazione. In tutto il ventesimo secolo, i vari governi americani hanno guardato all'immigrazione come un problema di gestione del mercato del lavoro. C'era una domanda di forza-lavoro che veniva soddisfatta regolando l'accesso sorvegliato alla cittadinanza. Più recentemente, invece, i migranti sono diventati un problema di sicurezza nazionale. Non c'è dubbio che l'attuale regime di governo della paura abbia le sue radici negli anni Sessanta, quando appunto i migranti sono stati affrontati come un problema di criminalità, perché vivevano, in quanto clandestini, nell'illegalità. È stato un cambiamento di toni, di dettaglio se vediamo che le leggi che regolano l'immigrazione non hanno avuto grandi riscritture. Da allora, piano piano, l'equazione tra migrante e criminale è entrata nel senso comune. Tanto negli Stati Uniti che anche da voi in Italia c'è stata ed è tutt'ora vigente una politica repressiva contro i migranti. Ma è importante sottolineare che sono politiche che oltre a configurarsi come repressione della criminalità legittimano l'uso della discrezionalità da parte del governo e dell'amministrazione nel governare la popolazione. E la discrezionalità nega qualsiasi possibilità di controllo sull'operato del governo, perché la discrezionalità non prevede nessuna pubblicità sull'azione dei pubblici poteri. Il governo della paura deve essere quindi al riparo da sguardi indiscreti. Il contrario cioè dello stato di diritto.

    www.ilmanifesto.it


    ARDITI NON GENDARMI

  2. #2
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    26 Jul 2004
    Località
    Roma
    Messaggi
    21,394
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    8 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Mi sembrano buone argomentazioni. Mi sa che scriveremo un pezzo simile sul blog a breve.

    Grazie a Muntzer che m'ha fatto conoscere uno studioso di cui non sapevo nemmeno dell'esistenza.

  3. #3
    Utilisateur enregistré
    Data Registrazione
    15 Dec 2003
    Messaggi
    612
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Per Simon, in Europa come negli Stati Uniti, la retorica sulla assenza di sicurezza non ha nessun riscontro empirico.
    Solo uno studioso intossicato da Foucault poteva corroborare una sciochezza del genere. Come negare che il precariato, la mobilità richiesta al lavoratore, lo sfaldamento di molte istituzioni sociali come la famiglia, la distruzione della coscienza di classe, l'influenza anti-educativa dei mass-media, il decadimento della cultura e dei suoi modelli a stato di merce, il venire meno dell'attaccamento ad un quartiere, ad una città - come negare che tutto questo produce insicurezza?

    Non dico che prima non c'era violenza, ma che quest'ultima si intrecciava nei rapporti sociali quotidiani che le davano un significato. C'erano le risse tra quartieri, le risse alla festa del villagio, bullismo di scuola. E evidentemente i ladri e mafiosi. Oggi invece ti capita di morire per uno sguardo di troppo, o anche senza quello. Questo prima non c'era ai livelli d'oggi.

  4. #4
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    26 Jul 2004
    Località
    Roma
    Messaggi
    21,394
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    8 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Un commento interessante. Merita un approfondimento.

  5. #5
    email non funzionante
    Data Registrazione
    25 Jan 2006
    Messaggi
    2,886
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    OMNIA SUNT COMMUNIA


    Guido Caldiron


    «La paura condiziona il modo di intendere la vita. Nella scala dei valori la massima priorità è assegnata alla sicurezza, che prende il posto della libertà e dell'uguaglianza. Di conseguenza si assiste a restrizioni giuridiche e a un apparentemente ragionevole "totalitarismo della difesa dai pericoli". L'"economia della paura" si arricchisce con la nevrosi collettiva. Il cittadino diffidente e sospettoso sarà grato se "per la sua sicurezza" sarà scannerizzato, passato ai raggi, perquisito e interrogato. La sicurezza diventa, come l'acqua e la corrente elettrica, un bene di uso comune gestito dal servizio pubblico e dall'economia privata, che ne ricava un profitto».
    Quando, nel 1986, Ulrich Beck, aprì con La società del rischio una nuova fase di riflessione sulla vita nell'età della globalizzazione non immaginava ancora quanto le sue intuizioni avrebbero trovato una piena conferma nella realtà internazionale.
    La società del rischio, si è andata definendo sempre più anche come "società della paura", attraversata da umori securitari e dalle sirene del populismo. E' questo il quadro nel quale il World Social Summit di Roma ha chiamato a riflettere per tre giorni un pugno di intellettuali, economisti e sociologi tra i più noti e significativi al mondo. Lo spettro dell'indagine a cui sono chiamati a partecipare copre idealmente lo spazio che corre tra il definirsi di un nuovo sistema economico internazionale, e la crisi di senso che lo ha accompagnato, assortita di nuovi conflitti, ridefinizione dello spazio sociale globale, abbattimento del sistema di Welfare, e guerra.
    Che la paura affondi le proprie radici in una crisi di senso che individualmente assume il volto dell'indebolimento delle proprie condizioni di vita e delle minacce che pesano sull'esistenza di ciascuno, è l'opinione di uno degli intellettuali che hanno aperto i lavori, il sociologo francese Robert Castel. Direttore dell' Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, già allievo e collaboratore di Pierre Bourdieu e di Michel Foucault, Castel lavora da anni sulle forme di esclusione ed emarginazione sociale che caratterizzano l'epoca globale.
    «Personalmente credo che una parte fondamentale della nostra paura trovi origine nel senso di insicurezza che caratterizza le vite di un numero crescente di invididui, soprattutto in quella parte del mondo che ha conosciuto nel corso del Novecento un grado elevato di sviluppo economico e sociale, in particolare l'Europa. afferma Castel - Ed è la crisi dello Stato sociale classico, cresciuto all'interno dello Stato nazione europeo nel Novecento, di quello stato protettore sorto nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale che sta producendo il diffondersi di questo senso generalizzato di insicurezza».

    Dunque, la paura che sembra caratterizzare quest'epoca ha delle salde radici sociali?
    Assolutamente. Si tratta in primo luogo dell'effetto di lungo corso di quel cambiamento di regime capitalistico, che potremmo sintetizzare nel passaggio da industriale a globale, che si è prodotto fina dalla metà degli anni Settanta. In quel periodo si è cominciato a mettere mano alle regole e all'equilibrio che regolava lo Stato sociale. Negli ultimi tre decenni è stato completamente messo in discussione il compromesso sociale che si era costruito tra gli interessi dell'impresa e del mercato da un lato, e il mondo del lavoro dall'altro. Era un equilibrio che ha retto a lungo e che ha permesso sia lo sviluppo economico che il progresso della società.

    Ma in che modo la rottura di questo compromesso sociale, alla base del sistema di Welfare, può alimentare la paura?
    Si tratta della paura di perdere le protezioni di cui si è goduto fino ad ora, un sentimento di insicurezza molto diffuso nei paesi sviluppati ormai caratterizzati da tempo dalla disoccupazione di massa. Non si tratta tanto, come spesso viene sostenuto, dell'idea di vivere in una giungla, quanto piuttosto del farsi strada della consapevolezza che si stanno perdendo quelle forme di difesa sociale che non ci mettevano alla mercé di quanto ci può accadere ogni giorno.

    Questa preoccupazione assume però la forma di una richiesta di "sicurezza" che si sposta sul piano dell'ordine pubblico e finisce per premiare politicamente chi si presenta come paladino dell'ordine. Come valuta questo fenomeno?
    Intanto una precisazione: la lotta contro la violenza civile mi sembra legittima in una società, e particolarmente in una società democratica. Non si può veramente "fare società" con i propri simili senza la pace civile, se si vive sotto la minaccia della violenza. Si potrebbe persino dire che debba essere un diritto. Tuttavia, nei fatti le cose sono più commesse, e ci pongono davanti a un problema: in Francia, ma anche in Italia - sorride citando Gianni Alemanno, presente ieri - , assistiamo attualmente ad una richiesta disperata di sicurezza che ha delle conseguenze politiche molto gravi. Già nel 2002 le elezioni presidenziali francesi si sono giocate quasi del tutto sul tema dell'"insicurezza", e questo ha influito particolarmente sulla popolarità di Jean Marie Le Pen e del Front National. Il fatto è che nell'epoca della globalizzazione torna il vecchio fantasma del capro espiatorio: si cerca qualcuno a cui far pagare il proprio malessere e lo si trova nello straniero, nell'immigrato, nel diverso.

    Se lo Stato sociale era legato fortemente alla forma dello Stato nazione adesso in crisi, come ritrovare quelle garanzie e provare a vincere la paura?
    Con lo sviluppo della globalizzazione si è in effetti assistito al tentativo di liquidare gli Stati nazione. Gli Stati hanno perso la loro importanza, ridotto le loro funzioni, soprattutto in termini di intervento sociale, ma nessuna istituzione internazionale ha davvero preso il loro posto. Il problema che si pone è perciò quello di rispondere con strumenti efficaci alla crisi dello Stato sociale e nazionale che abbiamo conosciuto in passato, costruendo strutture sovranazionali in grado di elaborare anche politiche sociali degne di questo nome, politiche che tengano conto dei bisogni e della volontà dei cittadini. Il movimento altermondialista ha posto alcuni elementi in questa direzione. Gli intellettuali e gli economisti devono fare altrettanto.


    25/09/2008 Liberazione

    ARDITI NON GENDARMI

  6. #6
    email non funzionante
    Data Registrazione
    25 Jan 2006
    Messaggi
    2,886
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    OMNIA SUNT COMMUNIA

    Zygmunt BAUMAN

    LA SOCIETÀ DELLA PAURA RINUNCIA ALLA LIBERTÀ


    La produzione di scarti umani è una delle industrie del capitalismo che non conosce crisi. E sono proprio quegli esclusi dalla società ad essere indicati come l'origine dell'insicurezza Un'intervista con lo studioso polacco

    Benedetto Vecchi

    Lo sguardo mite di Zygmunt Bauman si accende ogni volta che si posa su un uomo o una donna che parla a voce alta con un telefono cellulare. E così lo guarda divertito, pensando forse che oltre alla paura e all'amore anche la privacy è diventata liquida. A Roma per partecipare ai lavori del World Social Summit sulle «Paure planetarie», lo studioso di origine polacca è curioso di capire cosa sta accadendo nel nostro paese. Paese che ha cominciato a amare con la lettura, molti anni fa, dei romanzi di Italo Calvino e di Antonio Gramsci. Autore prolifico, a chi gli chiede come sta procedendo il suo affresco sulla globalizzazione Bauman risponde che procede, anche se è convinto che occorre modificare alcune parti del disegno, perché la globalizzazione sta cambiando pelle, senza però nessun ritorno al passato all'orizzonte. Teorico della modernità liquida, attualmente sta studiando come in un mondo dove tutto è diventato fluido e dove l'individualismo sembra essere l'alfa e l'omega delle società contemporanee, il bisogno di stare in società si stia facendo largo seppure con difficoltà. Di tale bisogno e di come esso si manifesti ne scrive in alcuni saggi raccolta dalla casa editrice Diabasis con il titolo Individualmente insieme (pp. 137, euro 10). Bauman sostiene tuttavia che tale bisogno è simmetrico rispetto a quella vita liquida dove l'identità, le relazioni sociali sono all'insegna della contingenza. E alla domanda se tale necessità di stare in società possa essere affrontata con la nozione di «individuo sociale» sviluppata da Karl Marx, preferisce parlare di ambivalenza, di processi contraddittori, talvolta aspramente confliggenti l'un con l'altro, che rendono nuovamente necessario affrontare il tema del «male», argomento che è al centro di un recente saggio che Bauman ritiene adeguato per mettere l'argomento sui binari giusti e che ha voluto introdurre anche nella edizione italiana. Si tratta di Amore per l'odio. La produzione del male nelle società moderne del giovane filosofo polacco Leonidas Donskis (Erickson edizione). Paura, esclusione sociale, produzione del male: sono gli elementi che Bauman ritiene «gli effetti collaterali» proprio di quella globalizzazione che gli ideologi del libero mercato hanno presentato come il migliore dei mondi possibili. Ma come ama sempre ripetere: il pessimismo della ragione non deve necessariamente coincidere con la rinuncia all'azione e si deve nutrire di molto ottimismo della volontà.
    Nella sua analisi sugli «scarti umani», lei scrive che la loro produzione costituisce una delle industrie più prolifiche del mondo. Uno degli effetti della globalizzazione è l'aumento dell'esclusione sociale e il ridimensionamento del welfare state. Inoltre lo stato-nazione sempre più si caratterizza per le misure contro i «portatori» di insicurezza. Insomma è uno «stato della paura». Cosa ne pensa di questo cambiamento avvenuto nel ruolo dello stato-nazione?
    Il mondo contemporaneo, con la sua compulsiva e ossessiva bramosia di modernizzare, ha determinato lo sviluppo di due industrie di «scarti umani». La prima è un cantiere sempre aperto, sebbene non produca direttamente «scarti umani». È un'industria popolata da «inadatti» esclusi dalla società a cause delle loro «carenze» nel partecipare alle forme di vita dominanti. La seconda è di recente costituzione e il suo sviluppo non conosce crisi. Potremmo chiamarla l'industria del progresso economico e produce un impressionante e sempre più crescente numero di «avanzi umani»: quelle donne e uomini per i quali non c'è più posto nell'economia e che per questo non hanno nessun ruolo utile da svolgere. Sono uomini e donne che non hanno nessuna opportunità di poter avere il denaro sufficiente per condurre una vita soddisfacente o almeno tollerabile. Lo stato sociale è stato un ambizioso tentativo di scongiurare la presenza di queste due industrie. È stato un progetto politico che aveva come obiettivo l'inclusione universale, ponendo così termine alle pratiche di esclusione sociali allora esistenti. Indipendentemente dal fatto che i successi ottenuti abbiano messo in secondo piano i suoi punti deboli, il welfare state è stato scalzato via, mentre le due industrie di cui parlavo prima sono tornate in azione e lavorano a pieno regime. La prima produce «alieni»: sans papiers, immigrati clandestini, richiedenti asilo politico e ogni sorta di «indesiderabili». La seconda industria produce invece «consumatori difettosi». In entrambi i casi contribuiscono alla crescita dell'«underclass», costituita da uomini e donne che non trovano posto in nessuna delle classi sociali esistenti. Sono i profughi cacciati dal sistema di classe della società normale. Gli stati nazionali sono ormai incapaci o più semplicemente non hanno nessun desiderio o voglia di garantire ai suoi sudditi una sicurezza sostanziale, quella che in un famoso discorso Franklin Delano Roosevelt chiamò «libertà dalla paura». La conquista della sicurezza - il cui ottenimento e conservazione garantiscono la legittimità e la dignità dei singoli di vivere in una società umana - è oramai lasciata alla capacità e risorse di ogni individuo, il quale deve farsi carico degli enormi rischi e della sofferenza necessari che un obiettivo di questa portata necessita. La paura, che lo stato sociale aveva promesso di sradicare, è dunque ritornata sulla scena con propositi di vendetta. Molti di noi, indipendentemente dal posto occupato nella gerarchia sociale, sono terrorizzati di essere esclusi perché ritengono di essere inadeguati al cambiamento avvenuto.
    In Europa, la paura è il volto diabolico dei nuovi partiti populisti. Ma proprio in Europa, e negli Stati Uniti, la criminalità - la cui presenza è sintomo di insicurezza - è in diminuzione. Dunque: più diminuisce la criminalità, più viene agitato lo spettro dell'insicurezza. Una vera e propria contraddizione, se non aporia. Non crede?
    La diffusa e impalpabile paura che satura il presente è usata da molti leader politici come una merce da capitalizzare al mercato politico. Si comportano come dei commercianti che pubblicizzano le merci e i servizi che vendono come formidabili rimedi all'abominevole senso di incertezza e per prevenire innominabili e indefinibili minacce. I movimenti e i politici populisti stanno cioè raccogliendo i frutti avvelenati fioriti con l'indebolimento e in alcuni casi con la scomparsa dello stato sociale. Sono quindi interessati a far aumentare la paura. Ma solo quella paura che possono manipolare per poi mettersi in mostra tv come gli unici protettori della nazione. Il risultato è che la radice dell'incertezza e della insicurezza sociale, che sono le vere cause dell'epidemia di paura che ha colpito le moderne società capitalistiche, rimane intatta e si rafforza sempre di più. Se la vita nelle periferie di Roma, Milano e Napoli è davvero terribile e pericolosa, come viene normalmente affermato, non è perché gli abitanti sono obbligati a vivere in condizioni terribili e perché esposti ai pericoli derivanti dall'avere la pelle di una differente pigmentazione o perché vanno in chiesa o al tempio in giorni differenti della settimana. Nei quartieri periferici italiani, così come nelle banlieue di Parigi o Marsiglia o nei ghetti urbani di Chicago e Washington, la vita è terribile e pericolosa perché sono stati progettati come pattumiere per i reietti, per scarti umani esiliati dalla «grande società». Uomini e donne che condividono la stessa sorte, ma che li porta a configgere invece che a unirsi. Qualunque siano i sentimenti che provano e le umiliazioni subite, sono uomini e donne che non nutrono molto rispetto per i propri vicini, altri scarti umani ai quali, come a loro, è stata negata qualsiasi dignità e diritto a un trattamento umano. Sarebbe però disonesto qualificare il problema dei migranti solo come un problema di «condizione sociale». Gli antichi rimedi dei reietti - i disoccupati o i miserabili di Honoré Balzac - contemplavano la rivolta o la rivoluzione. Oggi nessuno pensa davvero che la resistenza alle attuali ingiustizie sociali possa venire dalle periferie. Soltanto i mendicanti, gli spacciatori, i rapinatori, le bande giovanili si attendono che ciò possa accadere. La grande maggioranza degli elettori è molto attenta al comportamento dei leader politici e li giudica in base alla severità che manifestano nella loro dichiarazioni pubbliche attorno alla «sicurezza». E i leader politici fanno a gara tra di loro nel promettere di essere duri e inflessibili contro gli «scarti umani» ritenuti i colpevoli dell'insicurezza che attanaglia le società contemporanea. Nel vostro paese, partiti come Forza Italia e Lega Nord hanno vinto le elezioni promettendo, tra le altre cose, di difendere i sani e robusti lavoratori settentrionali da chi quel lavoro può rubarlo, di garantire che non ci sarà mai la possibilità, per i nuovi arrivati, di insidiare il frutto del loro lavoro e di difenderli da vagabondi, accattoni, rapinatori. Per questi partiti, la possibilità di avere una vita dignitosa e decente emergerà solo dopo che tutti gli uomini e donne qualificati come scarti umani saranno schedati e messi sotto controllo.
    Nel suo libro sull'Europa, lei scrive che il vecchio continente è condannato a essere cosmopolita, indipendentemente dalla volontà dei singoli stati nazionali. Eppure in molti paesi europei i partiti populisti o nazionalisti aumentano i loro consensi...
    Esiste una ideologia della globalizzazione e ci sono ideologie contro di esse. Poi esiste un punto di vista che viene oramai chiamato altermondialista perché prefigura un altro modello di globalizzazione. Ma non dobbiamo dimenticarci che esistono anche i processi reali della globalizzazione che essiccano ogni sovranità nazionale e che contrastano ogni possibilità di sviluppo sostenibile e autosufficiente. Sono processi che tessono una densa tela che avvolge la terra, definendo così ferrei criteri di interdipendenza tra i paesi del pianeta. È un'interdipendenza che ha assunto una forma capitalistica e si è imposta quando il mercato è diventato la regola dominante. Così, mentre la circolazione dei capitali non conosce limitazioni, gradualmente, ma con inflessibilità, sono state cancellate tutte le forme economiche non capitalistiche. Un processo che potrebbe essere liquidato come una mera invenzione ideologica. Oppure, possiamo ignorare la globalizzazione, ma solo a nostro - e del pianeta - pericolo. Sarebbe un drammatico errore, perché così facendo non affrontiamo una della maggiori priorità del ventunesimo secolo: riportare sotto controllo le forze economiche «liberate» dalla democratica forma di regolazione a cui erano sottoposte. La tendenza in atto nel mondo si può sintetizzare come il passaggio da un mondo di stati-nazione al mondo della diaspora. Il tempo della paradossale alleanza tra stato, nazione e territorio sembra infatti finito, mentre le lancette della storia sono rivolte al passato. Alcuni paesi possono provare a resistere alla riduzione della loro autonomia economica, politica, militare e culturale. Ma è sempre più difficile che ci riescano.
    Eppure il neoliberismo è in crisi. La sua rappresentazione più drammatica è nel fallimento di molti istituti di credito statunitensi. Molti studiosi parlano espressamente sulla necessità di un ritorno dello stato come regolatore della vita economica. Ma più che un ritorno al keynesismo sembra il disperato tentativo di salvare il neoliberismo...
    La invito a notare una cosa. Il governo statunitense è entrato in azione soltando quando la suicida tendenza della globalizzazione a deregolamentare completamente i mercati finanziari globali ha raggiunto il suo acme. E la prego inoltre di notare che tutte le misure che sono state repentinamente prese, segnando una contraddizione con i precedenti atti di fede fatti dalle autorità federali, sono animate dalla volontà di salvare dalla catastrofe solo «forti e i potenti». Sono cioè misure che mettono al riparo le élite economiche, salvano i pescecani e non i pesciolini di cui i pescecani si nutrono. In questo modo, tutti i pescecani si rafforzano, non corrono più pericoli e possono tornare a muoversi liberamente nel grande mare che è la globalizzazione neoliberista. In un fiorito editoriale del Financial Times del 20 o 21 settembre, non ricordo bene, si poteva leggere che «i mercati globali approvano» le azioni statunitensi per fronteggiare la crisi finanziaria. Allo stesso tempo, erano riportate sobriamente alcune stime sulla possibilità che avevano le «banche e gli istituti di credito di recuperare le perdite, ricapitalizzarsi e tornare a fare affari».
    Non una parola era spesa sui motivi che avevano provocato le perdite economiche, né vi erano accenni sul perché i meccanismi di mercato ritenuti fino allora ritenuti infallibili avevano fatto cilecca. Una tesi accreditata che circola in queste settimane è che le misure del governo americano potrebbero mettere a rischio le centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti americani solo per salvare gli istituti di credito. Accettiamo pure questa tesi, ma io mi pongo alcune domande: chi sono questi contribuenti?
    In primo luogo, va detto che gli americani sono coperti di debiti fino alle orecchie, che sono terrorizzati perché il valore delle imprese in cui lavorano declina sempre più, con la possibilità di una loro bancarotta e conseguente perdita del lavoro. Non è quindi detto, vista la situazione, che il governo statunitense possa accedere a quelle centinaia di milioni di dollari. Inoltre, sempre quel medesimo governo ha destinato altrettante centinaia di milioni di dollari in spese militari per sostenere la guerra in Afghanistan e in Iraq, tagliando al tempo stesso le tasse per i ricchi, arricchendoli sempre di più. Potremmo dire che gli Stati Uniti si sono comportati come milioni di cittadini americani che si sono indebitati per continuare a vivere. Ora lo stato statunitense è depresso e vive grazie solo a quell'istituzione che è il credito al consumo. Non può più andare avanti così e allora chiede all'Europa, meglio spera che l'Europa, possa temporaneamente aiutarlo a superare la crisi. Lo stesso si può dire dell'aiuto che spera possa arrivare, in qualche forma, dalla Cina e dai paesi arabi ricchi di petrolio. In altre parole, è uno stato insolvente che sta facendo nuovi debiti per pagare quelli già accumulati, posticipando così il giorno in cui l'ufficiale giudiziario passerà a chiedere il pagamento del conto. Secondo le ultime indiscrezioni della stampa, il ministro inglese della cancelleria Alistair Darling ha dichiarato che «proprio come un governo non può combattere da solo il terrorismo globale o i cambiamenti climatici, così non può fronteggiare le conseguenze negative della globalizzazione». Vorrei però aggiungere a questa dichiarazione che «è la globalizzazione stessa che vanifica l'operato di un governo, perché rende impossibile a un singolo governo di risolvere la crisi del paese». Detto in altri termini, la globalizzazione ha conseguenze globali che possono essere affrontate solo globalmente.


    www.ilmanifesto.it

    ARDITI NON GENDARMI

  7. #7
    email non funzionante
    Data Registrazione
    25 Jan 2006
    Messaggi
    2,886
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    OMNIA SUNT COMMUNIA



    "La produzione di scarti umani è una delle industrie del capitalismo che non conosce crisi. E sono proprio quegli esclusi dalla società ad essere indicati come l'origine dell'insicurezza."


    ARDITI NON GENDARMI

 

 

Discussioni Simili

  1. Lo stato ha paura
    Di jotsecondo nel forum Padania!
    Risposte: 36
    Ultimo Messaggio: 27-08-08, 19:02
  2. Stato di paura
    Di ordabarbarica nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 44
    Ultimo Messaggio: 17-03-08, 02:39
  3. stato di paura
    Di novis nel forum Padania!
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 02-04-07, 22:35
  4. Bisogna aver paura solo della paura
    Di gianniguelfi nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 48
    Ultimo Messaggio: 05-01-04, 11:00
  5. Lo stato che fa paura agli Usa
    Di FLenzi nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 102
    Ultimo Messaggio: 26-03-03, 20:09

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito