OMNIA SUNT COMMUNIA
SCENE DA UNA STRAGE- di Lucio Dell’AccioSCENE DA UNA STRAGE
film documentario di Lucio Dell’Accio
Brescia, piazza della Loggia, 28 maggio 1974. Nel corso di una manifestazione sindacale lo scoppio di una bomba lascia sul selciato 8 morti e 94 feriti. Questa la strage ricostruita e raccontata, con immagini e testimonianze, dal regista Lucio Dell’Accio, episodio centrale di quello stragismo, fondamentale ed anzi fondante della strategia della tensione. Strategia che si fa partire comunemente dalla ‘madre di tutte le stragi’, piazza Fontana, ma le cui origini vengono da più lontano. Vengono dal 1° maggio 1947, dalla strage di Portella delle Ginestre, compiuta dal ‘bandito americano’ Salvatore Giuliano e dalla sua banda, anch’essa diretta con furia selvaggia contro una manifestazione della Cgil: per ordine dei suoi padroni, come spiegava e soprattutto dimostrava, allineando le emersioni ed interpretandole politicamente, "l’Unità" ed il Partito comunista che, allora all’opposizione, la controinformazione la faceva sul serio, e molto bene.
Sotto i nostri occhi sfilano i racconti e le immagini della ferita devastante recata alla città di Brescia, e al Paese tutto, il lavaggio della piazza con idranti, ordinato dal vice questore Aniello Diamare, che cancellò importanti tracce, prodromo di altri lavacri –meno materiali ma tutt’altro che virtuali- cancellazioni e rimozioni tutte pregne di effetti, in sede giudiziaria come in sede storica. Sfilano le manifestazioni di protesta dei giorni immediatamente successivi, che culminano in tutto il Paese in assedi e talvolta assalti violenti alle sedi della destra – della destra tutta, a cominciare dal Msi- repressi dalla polizia in modo ancor più violento. Sfilano i parenti, gli amici delle vittime a raccontare la loro ferita e come l’hanno elaborata nel tempo. Sfilano i funerali, il 31 maggio, e la imponente manifestazione sindacale, che vede la gente di Brescia, anche quella che non è al corteo, affacciata ai balconi ad applaudire la marea dei dimostranti: i quali gridano dolore e rabbia contro la destra e contro quello Stato che intuivano, per quanto già accaduto a Milano il 12 dicembre 1969, aver coperto l’orribile operazione. Quello Stato rappresentato sul palco da Mariano Rumor e Giovanni Leone che non riuscirono a finire la prima frase, frastornati dal grido "Via, via", mentre i sindacalisti, quella volta, si guardarono bene dal reprimerlo. Il regista ci fa partecipi della giornata storica- che chi ha vissuto non potrà mai dimenticare, e chi non ha vissuto può vivere oggi grazie a lui- e si comprende, ancorché egli preferisca far parlare le immagini ed i testimoni, la sua condivisione di quel dolore, di quel grido.
Erano forse in errore quei manifestanti, quella gente, quei sindacalisti? Oh, no. Essi intuirono non solo la provenienza dei bombaroli ma il ruolo giocato dalla destra italiana, tutta o quasi, nel coprirli e nell’affiancare l’operazione di ordine e stabilizzazione che si stava sfornando; ed intuirono, di più, che detta operazione non poteva che venire dagli apparati dello Stato e dal partito democristiano maggioritario, rappresentati sul palco. E però quella giusta intuizione pian piano scivolò in qualcosa d’altro, non per loro responsabilità, scivolò in un depistaggio. Come avvenne, come mai?
Quasi tutti sanno che una bugia, per essere credibile, non deve essere un’invenzione di sana pianta. Meglio una mezza bugia, dove verità e frottola si mischiano così da confondere le acque. A Milano, a Brescia, a Bologna e nelle altre sanguinose occasioni che segnarono la strategia stragista, la frottola si può riassumere immaginando fianco a fianco due lune, la prima crescente, la seconda calante, dietro cui si cela un terzo astro, brillantissimo ma non per gli occhi normali, visibile peraltro con un buono strumento. La luna crescente è la destra politica. La destra che aspirava ad uscire dall’angolo ma al potere ancora non era - il cammino per arrivarvi anzi ancora lungo da percorrere- e quindi più che tanto non poteva: il cui ruolo mano a mano si fa diventare, da comprimario che era –importante finché si vuole- ad attore principale. Quest’ultimo non può che essere la catena di comando –politica, militare, dei servizi- che al potere era davvero. Ecco la mezzaluna che, sera dopo sera, si assottiglia, impallidisce ed infine scompare ai nostri occhi. E con lei scompare l’altro astro che si può vedere, solo che lo si voglia, dietro di lei: perché non viviamo l’epoca degli Stati nazione, isolati l’uno dall’altro; viviamo in un Paese inquadrato nella Nato, il cui governo effettivo, da oltre sessant’anni, non siede a Roma ma a Washington.
Era appena accaduto, il 1° maggio, il colpo di mano militare in Portogallo, che si ricorda come ‘la rivoluzione dei garofani’, nella vicina Spagna ed in Grecia il potere delle dittature filo- americane vacillava, l’autunno precedente nel Medio Oriente era esplosa la guerra del Kippur. L’asse Usa- Israele, dominante nel Mediterraneo, temeva ripercussioni da questi eventi, come spiega su questo sito Luigi Cipriani. Uno dei pochi, forse il primo, nella sinistra a capire che il mandante interno e quello estero non si debbono contrapporre, anzi, si debbono integrare quasi come arcate di uno stesso ponte, e non si comprende la strategia stragista, soprattutto dal 1974, se non si vedono assieme i protagonisti di Roma e di Washington. Stragi di Stato, dunque, ed allo stesso tempo stragi Nato, perché la stabilizzazione serviva ad entrambe le entità, compenetrate fra loro.
La luna calante, e l’astro ancor più astuto dietro di lei, hanno confuso le acque, fino a sparire. Lo hanno fatto con l’aiuto della destra, naturalmente, la luna crescente che si è cautelata deformandosi, espungendo da sé una presunta parte ‘eversiva’ e salvandosi come destra ‘politicamente corretta’. E poi con l’aiuto della sinistra, altrettanto naturalmente perché al potere aspirava allo stesso modo. E perché poteva, tuttora può, far leva sui sentimenti antifascisti del popolo che la sostiene e, a maggioranza almeno, la desidera al potere tendendo ad illudersi sul cambiamento radicale delle strutture, qualora i suoi beniamini governino al posto degli altri. L’operazione depistante si è avvalsa dell’aiuto della magistratura, fondamentale apparato statale, fisiologicamente inidoneo dunque a ferire lo Stato con una controinformazione sulle sue magagne –crimini in questo caso- come si fa credere invece, da decenni, ad ingenui militanti ed elettori. Lodevoli eccezioni non possono infrangere la regola.
Il regista ci mette in grado di capire anche questo, intervistando Vincenzo Vinciguerra nel carcere di Opera. L’intervista è d’obbligo per capire la strage di Brescia, vuoi perché Vinciguerra è l’autore della celebre formula "destabilizzare per stabilizzare", chiave di lettura fondamentale della strategia della tensione, vuoi soprattutto perché l’ha spiegata, allineando pazientemente fatti, dichiarazioni, osservazioni sue proprie sull’ambiente della destra – non eversiva ma di Stato e Nato- avendola conosciuta dall’interno negli anni giovanili. Spiega chi sono gli attuali imputati, a vario titolo, per concorso nella strage di piazza della Loggia: Carlo Maria Maggi, partecipante al convegno dell’istituto Pollio all’hotel Parco dei Principi nel maggio 1965, dove si andò delineando la strategia della tensione, non ad opera di eversori ma dei vertici delle forze armate, indicato come agente del Mossad, incriminato e puntualmente assolto nei processi sulle stragi di piazza Fontana e della Questura di Milano con i coimputati; Delfo Zorzi, favorito e protetto dalla famigerata struttura coperta del Viminale - gli Affari riservati - diretta da Umberto Federico D’Amato; l’ex segretario del Msi Pino Rauti; Maurizio Tramonte, informatore dei servizi col criptonimo ‘Tritone’, che inviava rapporti dall’interno della struttura nera insieme ad altre spie; il generale dei Cc Francesco Delfino. Conclusione logica: come possono essere eversori costoro? Impiegati di Stato si direbbero piuttosto, l’ultimo dei quali a tutti gli effetti, per questo coperti e protetti.
Può un film del genere essere gradito negli ambiti politici, anche della sinistra alla quale il regista appartiene, oramai approdata quasi per intero al governo del Paese? Sarebbe bello strano. Per di più sarà senz’altro un film avvincente, costato anni di lavoro, contiene pezzi suggestivi quali un cameo di Franca Rame, che recita Pasolini, la collaborazione alla colonna sonora di musicisti quali Brian Eno, Ludovico Einaudi, Claudio Lolli: un successo sicuro se verrà proiettato e divulgato come si deve. E allora cominciano le defezioni, mentre il lavoro di Dell’Accio è giunto alla fase finale, finanziamenti prospettati che si bloccano, qualcuno che gli chiede preoccupato se per caso è diventato fascista, per via dell’intervista a Vinciguerra… Il quale ultimo, certo, è fascista. Un fascista però che fa controinformazione, da molti anni, supplendo al vuoto che si è creato nella sinistra, anche quella un tempo antagonista, approdata a più comode spiagge. E si può stare certi che l’ostracismo al quale egli è soggetto gli toccherebbe, pari pari, se indossasse ai processi una camicia rossa, bleu o a scacchetti.
Dunque questo film va sorretto, aiutato e poi, naturalmente, visto. In primavera, speriamo. Certo non da coloro che si affannano a mostrarsi cercatori di verità ma, cerca che ti cerca, si guardano bene dal trovarla, pure quando ce l’hanno davanti al naso. Va sorretto ed aiutato, esprimendo solidarietà al regista e fornendogli aiuto materiale, dalle persone intelligenti, dalle persone limpide, da chi la verità vuole vedere e non rimuovere. Un evento non comune, da giustificare una recensione anticipata e, soprattutto, una partecipata attesa.
(mmc. dicembre 2007)
www.fondazionecipriani.it
ARDITI NON GENDARMI