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  1. #241
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    Citazione Originariamente Scritto da bereshit Visualizza Messaggio
    Nell'unica occasione in cui ho potuto discutere con lei mi ha dato l'impressione di non essere una persona sprovveduta e certamente non avvezza alla faciloneria. E' evidente che abbiamo visioni, eufemisticamente parlando, diverse. Tuttavia leggere questo suo commento mi lascia alquanto stupefatto e perplesso.
    Non mi interessa qui sapere del perche' e del percome riguardo questa sua valutazione, ho smesso da tempo di ergermi a giudice altrui, perche' da piu' grattacapi che soddisfazioni. Cio' che pero' mi preme chiederle e' la seguente cosa: supponiamo che lei abbia ragione. Il suo ragionamento o presa di posizione varrebbe anche nel caso in cui fosse lei a dover subire il razzismo?
    Si ricorda della nostra discussione sugli omosessuali, in cui io le raccontai di come la famiglia di mia madre, di origine meridionale, venne accolta nel nord-ovest ai tempi dell'immigrazione operaia degli anni 60? Ebbene, supponga allora di trovarsi lei in quella situazione, oppure per una serie di ragioni storiche, facilmente verificabili, supponga di diventare lei "il nero" della situazione ed i neri di converso "i bianchi".
    Darebbe ancora ragione a coloro i quali tra i neri, ormai divenuti egemoni, iniziassero a far uso dei suoi stessi argomenti nei sui confronti? Se si', allora devo ammettere pur non condividendo che lei sia genuinamente razzista. Se no, dovremmo iniziare a chiederci quanto il relativismo della nostra attuale posizione geopolitica influisca sui nostri pensieri.
    Potrebbe apparire un discorso molto banale, ma non sottovaluti mai la difficolta' di guardare al di la' del proprio naso.
    Non trovo nulla di sensazionale nell'affrontare la vita secondo rapporti di forza: immagino lei abbia familiarita' con il naturalismo nordico. Verrebbe fuori un discorso molto complesso sebbene estremamente avvincente per i suoi contenuti. Basti per ora soltanto dire che se la nostra visione della vita si basasse sui rapporti naturali di forza, allora dovremmo accettarli anche quando questi ci dessero contro. Pensando poi che questi rapporti vengono creati nel corso delle ere storiche secondo complessi meccanismi, il razzismo risulta essere, almeno per me, un'effetto placebo e non molto di piu'.
    Un uber mensch non avrebbe alcun motivo di essere razzista, essendo egli stesso giunto alla consapevolezza di essere uber menschen.


    בראשית
    Il discorso è molto semplice: io sono convinto che ogni popolo abbia la sua terra. Per cui, anch'0io sarei fuori luogo in un paese africano, e non mi stupirei degli atti di razzismo che probabilmente mi troverei a subire (visto che quella dei negretti solo vittime del razzismo e mai razzisti in prima persona è una favoletta per le anime candide).

    Quello che volevo dire con la mia frase è che in Italia c'è fin troppa accoglienza, tolleranza, tendenza ad accettare e perdonare tutto, quando si tratta di immigrati, e dilaga il razzismo al contrario, cioè la tendenza di tanti benpensanti ad accusare l'Italia e gli italiani delle peggiori cose ed a colpevolizzarsi di fronte alla figura degli immigrati, quasi che fosse una colpa essere nati italiani in Italia. Per questo non siamo abbastanza razzisti. Che non vuol dire che dobbiamo andare in giro per strada a picchiare i negri che incorciamo, ma che dovremmo essere più consapevoli di ciò che siamo, meno calabraghe e meno autolesionisti nei confronti degli immigrati.

  2. #242
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    Citazione Originariamente Scritto da Fenris Visualizza Messaggio
    Il discorso è molto semplice: io sono convinto che ogni popolo abbia la sua terra. Per cui, anch'0io sarei fuori luogo in un paese africano, e non mi stupirei degli atti di razzismo che probabilmente mi troverei a subire (visto che quella dei negretti solo vittime del razzismo e mai razzisti in prima persona è una favoletta per le anime candide).

    Quello che volevo dire con la mia frase è che in Italia c'è fin troppa accoglienza, tolleranza, tendenza ad accettare e perdonare tutto, quando si tratta di immigrati, e dilaga il razzismo al contrario, cioè la tendenza di tanti benpensanti ad accusare l'Italia e gli italiani delle peggiori cose ed a colpevolizzarsi di fronte alla figura degli immigrati, quasi che fosse una colpa essere nati italiani in Italia. Per questo non siamo abbastanza razzisti. Che non vuol dire che dobbiamo andare in giro per strada a picchiare i negri che incorciamo, ma che dovremmo essere più consapevoli di ciò che siamo, meno calabraghe e meno autolesionisti nei confronti degli immigrati.

    Come potrà aver notato il mio discorso è ben lungi dall'essere buonista. Non lo sono e neanche lo voglio essere. Lei sostiene che ogni popolo abbia la sua terra. Io sostengo invece che questa terra abbia fin troppi popoli. Se valesse la sua teoria, che in linea di principio non degenerebbe nel razzismo biologico, ma nel razzismo geografico, noi non saremmo qui a scrivere su di un forum, poichè come saprà benissimo la razza priva di commistioni non ha mai avuto successo in natura. Non parlo solo di quella umana, ma di razza in generale.
    Come le dissi prima, non ho alcuna intenzione di farle cambiare idea. Che Lucifero mi colpisca ora se avessi minimamente intenzione di farlo.
    Se intendo correttamente il suo discorso, lei non accetta il lassismo univoco monodirezionale nei confronti di alcuni. La sorprenderò, ma neanche a me aggrada molto questo atteggiamento, perchè spregievolmente caritatevole nella sua accezione che Nietzsche stesso condannò (pur per altre ragioni più psicologiche che filosofiche ndr.). Personalmente ritengo che chiunque viva in una comunità, in cui vigono leggi sottoscritte nel momento in cui si entra a far parte di quell'entità giuridica e sociale, debba essere trattato esattamente allo stesso modo: dal executive manager al garzone. Nessuna distinzione. Chi sbaglia paga, senza sconti, senza però neanche eccesso di zelo, perchè si sfocierebbe nella persecuzione ed accanimento.
    Sentire da destra e manca difese oltranziste nei confronti dei guelfi o ghibellini, per partito preso, privando le argomentazioni in ballo di alcuna meritocrazia, solo per dar ragione alla propria contrada, è cosa volgare, barbara (non letteralmente inteso, nessuno qui parla lingua astrusa) e miseramente deprimente.
    Neri o bianchi, gialli o rossi, io non vedo alcuna differenza, nel bene o nel male. Parere certamente personale, tuttavia finora mi è sempre andata discretamente bene.


    בראשית

  3. #243
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    migrazione italiana e cinese dipinti con gli stessi colori
    Sabato, 17 di Novembre del 2007 (17:297) di associnanews In questa relazione, prodotto di ricerche accurate, la dott.sa Valentina Pedone tratta le più importanti tematiche riguardanti la comunità cinese residente in Italia:





    • L’insediamento accentrato ( le cosiddette chinatown)
    • La mafia cinese
    • Il lavoro intensivo
    • L’isolamento della comunità
    Nel testo si sottolineano le somiglianze tra il processo migratorio italiano avvenuto un secolo fa con l’ attuale condizione dei cinesi sul territorio italiano.
    La ricerca e la riflessione condotte dalla dottoressa sulle analogie tra questi due periodi di flussi migratori e le cause di questo “parallelismo”, vengono ricercate negli elementi sociali, culturali e storici. Le fonti adottate per la ricerca sono le testate giornalistiche pubblicate tra 2000 e 2003, di cui vengono considerati solo gli articoli che trattano le quattro tematiche e che presentano le parole chiave sull’ argomento, senza diluizione di significato con possibili varianti.

    I risultati della ricerca hanno sottolineato come l’ emigrante italiano di un secolo fa vivesse in condizioni sociali, private e lavorative quasi del tutto simile all’ attuale emigrante cinese. Le grandi metropoli, come Londra, Parigi e New York, rappresentavano le mete principali verso le quali si dirigevano gran parte della corrente migratoria italiana, all’ interno delle quali si costituivano agglomerati di quartieri italiani denominati “little Italies”. Gli elementi più evidenti sono la presenza in queste comunità di organizzazioni mafiose, la questione degli “schiavi e schiavisti” e l’isolamento degli italiani attraverso la rinuncia alla lingua locale per le difficoltà riscontrate nel tentativo di impararlo e il mantenimento dei propri costumi.
    Le “little Italies”, come le “chinatown”, venivano viste come una delle cause del degrado delle città, infatti le “little Italies” erano definite: “ una manciata di miseria che deturpa una bella città” ( affermazione riportata dal New York Times ).
    Si parla tanto della criminalità degli migrati e quella che più spesso viene commentata dai giornalisti è quella dalla comunità cinese, denominata come “mafia gialla”. Molti giornalisti utilizzano terminologie evidentemente importati da altri contesti migratori per accusare il fenomeno della criminalità organizzata come un fattore strettamente connesso alla natura della cultura e dell’ organizzazione sociale cinese, questo fenomeno viene ridimensionato parzialmente dai giornalisti moderni con la citazione di fonti da cui traggono le informazioni, evitando così di “campare per aria” con affermazioni errate.
    Un tempo anche negli USA la parola criminalità richiamava alla mente le mafia italiana.
    Infine il fenomeno dell’ abuso dell’utilizzo della parola “chinatown”: all’ origine la parola chinatown era generata per indicare la maggioranza numerica della popolazione cinese rispetto agli abitanti del luogo, oggigiorno gli si affiancano connotati negativi, trasformandolo in un sinonimo del degrado e della miseria.
    Nella relazione è inoltre contenuta la questione degli “schiavi e schiavisti”, ovvero lo sfruttamento e il lavoro mal pagato da parte degli imprenditori verso i dipendenti connazionali e la questione inerente allo sfruttamento minorile, caratteristiche presenti sia nella società emigrante italiana che in quella cinese.

 

 
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