
Originariamente Scritto da
Shardana Ruju
La crisi che imperversa nell'isola è profonda, radicata, in crescita. Questi che voi individuate non ne sono che i sintomi.
La, sgradevole, verità, è che questa terra sta morendo: muore di degrado, morale e materiale, muore di incattivimento e cattività, muore di emigrazione per chi parte, e di stagnazione per chi resta.
Il levantinismo nella pratica dei rapporti umani è diventato pandemico: causato in parte da un cronico arretramento, ormai da tempo degenerato in un blocco, una "paresi" dello sviluppo civile; ed in massima parte amplificato in modo devastante da quel veleno esistenziale, nichilistico e bestialmente cinico, che viene inoculato dai modelli comportamentali mass-mediatici nelle case dei paesi come delle città: il "mors tua vita mea" diventa così il paradigma comune che "unisce" il sardo a qualsiasi altro suo omologo della penisola.
Così molto spesso succede che i fenomeni marginali di quella che è fondamentalmente emarginazione, di quello che è fondamentalmente "disagio", divengano distorti riferimenti per concetti un tempo ricchi di ben altri significati: "balentia" è allora la bravata del manesco, o la capacità di tolleranza etilica del giovane (come del vecchio); i "costumi", intesi come originario "mos maiorum" divengono solo le "forme" del folklore, private della loro sostanza fondativa ed in quanto tali ridotte a caricature prive di "senso".
C'è una "rottura", un "gap", che spezza il legame che nel tempo ha collegato, mantenuto "in contatto" le generazioni vissute in questa terra: il seme di una "civiltà altra", di un diverso modo di porsi rispetto alla vita, sia pure se sopravvissuto nella storia (e alla storia) in una condizione germinale, e quindi "potenziale", oggi si sta dissolvendo.
Ed è ben più di un, reale o presunto, colonialismo, il degrado che sta annichilendo questo bagaglio che sarebbe forse riduttivo definire solo come "identitario".
In una società la cui scala assiologica di riferimento è fondata sulla mercificazione assoluta, non deve stupire che l'identità stessa sopravviva solo come valore d'uso e di scambio (ma, dicevamo, questa apparente "sopravvivenza" è in realtà la "seconda morte", la vera fine dell'identità storica).
Possibili soluzioni, ma forse sarebbe meglio dire, possibili antidoti?
In linea teorica occorrerebbe concentrarsi sulla difesa e lo sviluppo civile della Sardegna e della sardità: "difesa" e "sviluppo" intesi come lavoro di realistica e pragmatica "emancipazione" civile, amministrativa e produttiva del popolo che abita questa terra, "natio" non solo per nascita ma anche per scelta.
Soluzione banale, ovvia, sicuramente: ma almeno tanto quanto oggi del tutto assente.