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Discussione: Tradizioni e Folklore

  1. #1
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    Predefinito Tradizioni e Folklore

    Da un pò di anni a questa parte stiamo assistendo ad una grande "rinascita" del Folklore sardo; si moltiplicano di giorno in giorno i gruppi flokloristici, i cori, i gruppi di maschere tipiche ecc. Questo non può che essere salutato con favore da chi ha a cuore l'identità della nostra isola. Tuttavia, è questo il problema, fino a che punto si può parlare di tradizione? Basti pensare, per esempio, al canto a tenore; fino a una decina di anni fà, questa era una tradizione tipica del centro Sardegna e di alcuni paesi in particolare (dove ancora oggi si canta spontaneamente ad ogni occasione) ora, invece, spuntano fuori come funghi gruppi di canto a tenore da ogni angolo della Sardegna, da paesi in cui nessuno si sognerebbe di cantare spontaneamente in un bar, ad un matrimonio o ad una festicciola qualsiasi. Stesso discorso si può fare per i costumi tipici; molti paesi lo avevano ormai perso, e come pensano di ovviare a questo problema? Inventandoselo di sana pianta; idem per le maschere tradizionali. Insomma, a mio avviso, si tratta di elementi che portano ad una eccessiva folklorizzazione della nostra identità, che svuotano di significato le vere e autentiche tradizioni. Il discorso, certo, è molto complesso e non può essere illustrato in poche righe, ma vorrei sapere la vostra in proposito.

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Judike Visualizza Messaggio
    Da un pò di anni a questa parte stiamo assistendo ad una grande "rinascita" del Folklore sardo; si moltiplicano di giorno in giorno i gruppi flokloristici, i cori, i gruppi di maschere tipiche ecc. Questo non può che essere salutato con favore da chi ha a cuore l'identità della nostra isola. Tuttavia, è questo il problema, fino a che punto si può parlare di tradizione? Basti pensare, per esempio, al canto a tenore; fino a una decina di anni fà, questa era una tradizione tipica del centro Sardegna e di alcuni paesi in particolare (dove ancora oggi si canta spontaneamente ad ogni occasione) ora, invece, spuntano fuori come funghi gruppi di canto a tenore da ogni angolo della Sardegna, da paesi in cui nessuno si sognerebbe di cantare spontaneamente in un bar, ad un matrimonio o ad una festicciola qualsiasi. Stesso discorso si può fare per i costumi tipici; molti paesi lo avevano ormai perso, e come pensano di ovviare a questo problema? Inventandoselo di sana pianta; idem per le maschere tradizionali. Insomma, a mio avviso, si tratta di elementi che portano ad una eccessiva folklorizzazione della nostra identità, che svuotano di significato le vere e autentiche tradizioni. Il discorso, certo, è molto complesso e non può essere illustrato in poche righe, ma vorrei sapere la vostra in proposito.
    sono daccordo con te.....e purtroppo credo che il cosiddetto "recupero" sia nel 99% dei casi un'operazione commerciale....le tradizioni vere sono quelle che si tramandano di padre in figlio,o comunque che hanno un filo di continuità col passato,una volta perse sono perse per sempre....ancora peggio nel caso di tradizioni inventate di sana pianta,ricordo con sgomento,ad esempio,i Tenores di Elmas....non capisco perchè ci si debba appropriare di tradizioni altrui quando se ne hanno altre,o si son perse le proprie.

    questo discorso non vale invece per la lingua,che merita di essere recuperata e normalizzata poichè ha subito una vera e propria aggressione dall'esterno che ne ha impedito il normale sviluppo.

  3. #3
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    certo aspesso si esagera...cmq serve a non vergognarsi più della "sardità",come nei decenni passati!

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Su pisìttu Visualizza Messaggio
    certo aspesso si esagera...cmq serve a non vergognarsi più della "sardità",come nei decenni passati!

    Indubbiamente, ma con questo non si deve arrivare a toccare livelli paradossali come a volte si fà oggi. Inoltre, a vedere certe manifestazioni mi sembra di provare un'inquietante sensazione; quella di qualcosa fatta per semplici scopi commerciali, ad uso e consumo del turista straniero, e questa è una cosa che lede ulteriormente la nostra dignità. In pratica è quel processo che si può definire di folklorizzazione della tradizione. Sarebbe più utile tutelare le tradizioni tenendole vive, non facendone delle ridicole parodìe per la gioia del turista di turno.

  5. #5
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    Faccio un esempio su tutti: cosa ci fanno i Mamuthones e i Merdules (tipiche manifestazioni carnevalesche) a sant'Efisio di Cagliari o al Redentore di Nuoro?
    Non sarebbe più opportuno rispettare la tradizione evitando di decontestualizzare tali figure? Questo è solo un esempio, purtroppo ce ne sarebbero di innumerevoli.

  6. #6
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    TENORES DI ELMAS!!! stiamo tocando il fondo....
    certo che il discorso è complesso, e naturalmente più che recupero di tradizione è il fattore commerciale la molla.
    Però faccio alcuni esempi. Uno riguarda Sassari. La storia della città è molto complessa e ricca. Se uno si prende la briga di annottare in qualche vecchio libro (pure sul famoso Costa, che cela però tante ombre) ci si accorge delle varie tradizioni scomparse in un secolo. Quello riguardante il costume però è emblematico. Si è rifatto il costume (anzi i costumi x la grande varietà che la città possedeva), ma qualcuno addirittura è insorto dicendo di non averne mai visto. Eppure il costume (anzi i costumi) di Sassari fu nel passato il più documentato di tutti i costumi isolani!!! Cominotti, Manca... Ecco qua si è fatto un vero recupero di TRADIZIONE.
    iL FOLKLORE è la banalizzazione prosaica della Tradizione, ma non da ora, diciamo daglia anni Cinquanta iniziò questa tendenza, che a fianco ad alcune lodevoli intenti, mostrava quella TURISTIZZAZIONE della Sardegna che ancora non riusciamo a scrollarci!!
    Non so voi, ma non da fastidio quella presenza di individui in costume che si parano nell'accogliere i turisti nei moli e negli scali aerei. Mi da un senso di umiliazione grande vedere i miei connazionali che fanno le veci degli hawaiiani pronti a mettere una corona di fiori al collo del turista appena sbarcato!!!

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Judike Visualizza Messaggio
    Faccio un esempio su tutti: cosa ci fanno i Mamuthones e i Merdules (tipiche manifestazioni carnevalesche) a sant'Efisio di Cagliari o al Redentore di Nuoro?
    Non sarebbe più opportuno rispettare la tradizione evitando di decontestualizzare tali figure? Questo è solo un esempio, purtroppo ce ne sarebbero di innumerevoli.

    La crisi che imperversa nell'isola è profonda, radicata, in crescita. Questi che voi individuate non ne sono che i sintomi.
    La, sgradevole, verità, è che questa terra sta morendo: muore di degrado, morale e materiale, muore di incattivimento e cattività, muore di emigrazione per chi parte, e di stagnazione per chi resta.
    Il levantinismo nella pratica dei rapporti umani è diventato pandemico: causato in parte da un cronico arretramento, ormai da tempo degenerato in un blocco, una "paresi" dello sviluppo civile; ed in massima parte amplificato in modo devastante da quel veleno esistenziale, nichilistico e bestialmente cinico, che viene inoculato dai modelli comportamentali mass-mediatici nelle case dei paesi come delle città: il "mors tua vita mea" diventa così il paradigma comune che "unisce" il sardo a qualsiasi altro suo omologo della penisola.
    Così molto spesso succede che i fenomeni marginali di quella che è fondamentalmente emarginazione, di quello che è fondamentalmente "disagio", divengano distorti riferimenti per concetti un tempo ricchi di ben altri significati: "balentia" è allora la bravata del manesco, o la capacità di tolleranza etilica del giovane (come del vecchio); i "costumi", intesi come originario "mos maiorum" divengono solo le "forme" del folklore, private della loro sostanza fondativa ed in quanto tali ridotte a caricature prive di "senso".
    C'è una "rottura", un "gap", che spezza il legame che nel tempo ha collegato, mantenuto "in contatto" le generazioni vissute in questa terra: il seme di una "civiltà altra", di un diverso modo di porsi rispetto alla vita, sia pure se sopravvissuto nella storia (e alla storia) in una condizione germinale, e quindi "potenziale", oggi si sta dissolvendo.
    Ed è ben più di un, reale o presunto, colonialismo, il degrado che sta annichilendo questo bagaglio che sarebbe forse riduttivo definire solo come "identitario".
    In una società la cui scala assiologica di riferimento è fondata sulla mercificazione assoluta, non deve stupire che l'identità stessa sopravviva solo come valore d'uso e di scambio (ma, dicevamo, questa apparente "sopravvivenza" è in realtà la "seconda morte", la vera fine dell'identità storica).
    Possibili soluzioni, ma forse sarebbe meglio dire, possibili antidoti?
    In linea teorica occorrerebbe concentrarsi sulla difesa e lo sviluppo civile della Sardegna e della sardità: "difesa" e "sviluppo" intesi come lavoro di realistica e pragmatica "emancipazione" civile, amministrativa e produttiva del popolo che abita questa terra, "natio" non solo per nascita ma anche per scelta.
    Soluzione banale, ovvia, sicuramente: ma almeno tanto quanto oggi del tutto assente.
    PRO SA REPUBRICA DEMOCRATICA SARDA
    FINTZAS A SA BINCHIDA, SEMPER!

  8. #8
    meglio soru
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    Citazione Originariamente Scritto da Shardana Ruju Visualizza Messaggio
    La crisi che imperversa nell'isola è profonda, radicata, in crescita. Questi che voi individuate non ne sono che i sintomi.
    La, sgradevole, verità, è che questa terra sta morendo: muore di degrado, morale e materiale, muore di incattivimento e cattività, muore di emigrazione per chi parte, e di stagnazione per chi resta.
    Il levantinismo nella pratica dei rapporti umani è diventato pandemico: causato in parte da un cronico arretramento, ormai da tempo degenerato in un blocco, una "paresi" dello sviluppo civile; ed in massima parte amplificato in modo devastante da quel veleno esistenziale, nichilistico e bestialmente cinico, che viene inoculato dai modelli comportamentali mass-mediatici nelle case dei paesi come delle città: il "mors tua vita mea" diventa così il paradigma comune che "unisce" il sardo a qualsiasi altro suo omologo della penisola.
    Così molto spesso succede che i fenomeni marginali di quella che è fondamentalmente emarginazione, di quello che è fondamentalmente "disagio", divengano distorti riferimenti per concetti un tempo ricchi di ben altri significati: "balentia" è allora la bravata del manesco, o la capacità di tolleranza etilica del giovane (come del vecchio); i "costumi", intesi come originario "mos maiorum" divengono solo le "forme" del folklore, private della loro sostanza fondativa ed in quanto tali ridotte a caricature prive di "senso".
    C'è una "rottura", un "gap", che spezza il legame che nel tempo ha collegato, mantenuto "in contatto" le generazioni vissute in questa terra: il seme di una "civiltà altra", di un diverso modo di porsi rispetto alla vita, sia pure se sopravvissuto nella storia (e alla storia) in una condizione germinale, e quindi "potenziale", oggi si sta dissolvendo.
    Ed è ben più di un, reale o presunto, colonialismo, il degrado che sta annichilendo questo bagaglio che sarebbe forse riduttivo definire solo come "identitario".
    In una società la cui scala assiologica di riferimento è fondata sulla mercificazione assoluta, non deve stupire che l'identità stessa sopravviva solo come valore d'uso e di scambio (ma, dicevamo, questa apparente "sopravvivenza" è in realtà la "seconda morte", la vera fine dell'identità storica).
    Possibili soluzioni, ma forse sarebbe meglio dire, possibili antidoti?
    In linea teorica occorrerebbe concentrarsi sulla difesa e lo sviluppo civile della Sardegna e della sardità: "difesa" e "sviluppo" intesi come lavoro di realistica e pragmatica "emancipazione" civile, amministrativa e produttiva del popolo che abita questa terra, "natio" non solo per nascita ma anche per scelta.
    Soluzione banale, ovvia, sicuramente: ma almeno tanto quanto oggi del tutto assente.
    quoto in pieno.

    e aggiungo:
    questa apparente "rinascita" delle tradizioni è in realtà un processo di folklorizzazione della nostra cultura, un ridurre tutto ciò che ci appartiene a mero folklore, tutto volto alla vuota spettacolarizzazione e alla banalizzazione. siamo di fronte ad un processo di degrado della nostra cultura che con un neologismo anche piuttosto buffo potremmo definire "sardegnacantizzazione" dei costumi.
    il riferimento è, evidentemente, al programma in onda da anni sulle frequenze della maggiore emittente televisiva nazionale (col problema che la stessa emittente ignora il suo carattere "nazionale" e si definisce "locale" o "regionale"... il che è sintomatico). un programma che avrebbe tutte le carte, in teoria, per poter essere un veicolo di studio e di ricerca sulla cultura nazionale e uno strumento potentissimo di approfondimento. e invece no: si tratta di una operazione di basso folklore, dove un'accozzaglia di balli e canti vengono spiattellati a ripetizione, senza alcun tipo di logica o di studio approfondito con relativa spiegazione e dati in pasto ad un pubblico spesso poco preparato e disattento. risultato: la sardegna ne esce con le ossa rotte, ridotta a una terra il cui popolo sembra composto da incivili che per divertirsi si vestono in modo bizzarro, cantano in una lingua che sta agonizzando (fortunatamente forse non più!) e ballano in modo strano. povera cultura sarda!

    luca giorello un paio di anni fa a milis spiegò bene questo fatto (era stato mandato anche in onda da videolina, se lo trovo su youtube ve lo posto): tra le altre cose spiegava cos'è realmente l'abito tradizionale per chi ancora la cultura sarda la porta dentro. è qualcosa che ti appartiene, che ti fa sentire parte di un popolo antico, un popolo sicuro di sè perchè forte di una cultura antica di millenni, è un portentoso strumento per mettere il proprio io in contatto con il proprio popolo. è un qualcosa che o capisci e ti appartiene oppure si trasforma in mera carnevalata vuota e priva di significato. stessa cosa dunque per il canto, la poesia, il ballo, il teatro. la scelta è sempre la solita: folk o cultura? dipende solo da noi.

  9. #9
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    Avete scritto tutti delle cose condivisibili.

    Uno degli aspetti negativi della cosa è l'abuso della parola folk. Al riguardo ho avuto uno scambio di opinioni con una persona di SS che fà parte di un gruppo che ha riportato in vita il costume della città. Io sostengo che questi gruppi dovrebbero essere definiti gruppi di RIEVOCAZIONE STORICA, non gruppi folk, anche se è storia contadina, degli usi e costumi. E' questo il folklorismo. Il vero folklore è spontaneo non fatto per scopi commerciali.
    C'è però un aspetto positivo da non sottovalutare: il recuperare dall'oblio degli usi e le conoscenze dei nostri antichi, tutte cose altrimenti andate perse come è successo per tante cose. Tutto questo patrimonio può essere utile per chi fà ricerca nell'arte, nella musica, nalla cucina ecc.
    Sicuramente si è esagerato, ma anticamente i canti a cuncordhu e le launeddas erano diffusi in tutta l'isola.
    Se i Mamuthones girano il mondo tutto l'anno intascando anche qualche soldino non è poi una cosa del tutto negativa. Non ci piace, ma non possiamo farci molto.

  10. #10
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    Aggiungo una cosa.
    Senza rendermi conto ho usato la parola costume. Anche questo è un errore di cui ho parlato con la persona del gruppo folk di SS che mi ricordava che Grazia Deledda nei suoi romanzi la usava. La folklorizzazione è cominciata molto prima degli anni 50. La prima edizione della cavalcata è della fine dell'800.

 

 
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