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«Vi prometto la Città più bella e grande che ci sia, piena di palazzi e terrazze da cui godrete una vista favolosa. Troverete ovunque mobili preziosi, e montagne d’oro e d’argento, e ne diventerete i fortunati possessori. Diventerete padroni di una folla di uomini di alto lignaggio, che vi faranno da schiavi, e di una quantità di donne meravigliose, dalle forme seducentissime».
Il discorso che Mehmet II il Conquistatore, in procinto di diventare il primo sultano di Costantinopoli, fece ai suoi ufficiali alla vigilia dell’epocale scontro del 29 maggio 1453.
Per tutto l’assedio, racconta il cronista Tursun Beg, la Città era «la compagna inseparabile delle sue notti»
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Quando, dopo la fine del saccheggio, i nobili coniugi Notaras diedero nel loro palazzo una cena di benvenuto per il nuovo signore della Polis, non avevano previsto che l’effetto del vino e delle droghe, sommato al carattere dei Mehmet, gli avrebbe scatenato l’irrefrenabile desiderio di sodomizzare il bellissimo figlio adolescente dei padroni di casa. Al rifiuto degli alteri bizantini il sultano fece mozzare la testa al primo ministro, e poco dopo a tutti gli altri capi politici della vecchia guardia già pronta al compromesso.![]()
I falchi dello stato maggiore ottomano esultarono. Rimasero, dell’élite bizantina, solo i mercanti. Quando si trattava di far soldi, il modo di governare di un sultano andava bene quanto quello della vecchia aristocrazia di corte. Anzi, forse andava meglio.
http://www.lastampa.it/redazione/cms...4601girata.asp 9/7/2008
Il sultano Mehmet II° guadò il lago di sangue per recarsi a
Santa Sofia Cattedrale della Divina Sapienza
Con la caduta di Costantinopoli, 550 anni fa, si apriva il grande scontro di civiltà fra Islam e Occidente
di Silvia Ronchey la Stampa
IL 29 maggio di 550 anni fa nelle strade di Costantinopoli il sangue scorreva come l'acqua dopo un temporale e i cadaveri galleggiavano verso il mare come meloni in un canale. Lo racconta nel suo diario Niccolò Barbaro, un testimone veneziano della conquista turca, che ora i bizantinisti e gli ottomanisti di tutto il mondo ricordano con un nutrito programma di convegni.
Il giovane sultano Mehmet II, in sella a un cavallo bianco, guadò il lago di sangue e attraversò lo scenario spettrale della città in rovina per recarsi a Santa Sofia, la cattedrale della Divina Sapienza costruita 900 anni prima da Giustiniano. I cittadini che a centinaia si erano rifugiati sotto l'immensa cupola di Santa Sofia venivano sottoposti a inaudite violenze. Le dame dell'aristocrazia erano trascinate a piedi nudi, legate tra loro con una fune al collo, riferisce Isidoro di Kiev, in harem di militari di infimo rango.
I ragazzi delle migliori famiglie venivano brutalizzati e sodomizzati, alcuni uccisi. Mehmet II aveva appena vent'anni, era un grande lettore di classici persiani, greci, latini. Vedendo il massacro, racconta lo storico turco quattrocentesco Tursun Beg, rifletté sulla caducità di ogni gloria terrena e pregò Allah. Ma quando scorse uno dei suoi soldati smantellare con l'ascia l'antico pavimento di marmo della basilica, gli fermò il braccio: «Accontentati del denaro e dei prigionieri, gli edifici della Città lasciali a me». Poi il sultano salì silenzioso, in mistica contemplazione, sulla cupola di Santa Sofia: «Accanto alle rovine dell'Aya Sofya, alle costruzioni ridotte a giardini di pietra, neppure un vestibolo era rimasto in piedi». Dalla cima della cupola, scorgendo la città ridotta a macerie e deserto, il Conquistatore, narra Tursun Beg, meditò che il destino di ogni impero è cadere in rovina. Poi recitò i versi di un poeta persiano: «Il ragno fa da portinaio nel palazzo di Cosroe.
Il gufo suona la musica di guardia nella fortezza di Afrâsijâb». Le macerie degli altissimi edifici di Costantinopoli contemplate da Mehmet il Conquistatore possono assumersi a simbolo visibile del primo grande scontro di civiltà fra Islam e Occidente, alla vigilia dell'evo moderno. [...]
Silvia Ronchey - la Stampa 27/5/2003
La conquista di Costantinopoli. Cronaca dell’ultimo giorno, ora per ora. “I tuoi giovani li divorò il fuoco e nessuno prese il lutto per le tue vergini”.
“Costantinopoli cadde sotto il regno dell’imperatore Costantino, settimo dei Paleologi, il 29 maggio secondo il calendario bizantino nell’anno 6961 dall’inizio del mondo e 1124 dalla fondazione e colonizzazione della Città”
(Critobulo di Imbro, “Sulle imprese compiute da Mehmed II negli anni 1451-1467”).
“Tutto questo avvenne nell’anno dell’Egira, cioè nell’857”
(Qâmî, “Racconto delle conquiste del sultano Mehmed”). Egira Egira...
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“Al termine della battaglia durata tutta la notte, quando le truppe turche erano ormai esauste, essendo riuscite a penetrare verso l’alba attraverso una breccia delle mura, la città di Costantinopoli, un tempo felice capitale di tutte le città, ora invece quanto mai infelice e degna di pietà, fu presa: era il giorno 29 maggio. La sua conquista supera di gran lunga tutte le conquiste di città avvenute dall’inizio del nostro secolo: quella di Gerusalemme da parte del re Nabucodonosor fu una piccola e povera cosa in confronto a questa, così grande e così grave”. E il racconto di Nicolò Barbaro, medico veneziano imbarcato su una galera della Serenissima: “Or i nostri cristiani avea una gran paura, fexe sonar el serenissimo imperador campana martelo per tutta la zitade, e cusì a le poste de le mure cridando ognomo: ‘Mixericordia eterno Dio’; cusì cridava homeni come done, e masima le muneghe e donzele; iera tanti i pianti che l’avaria fato pietà ad ogni crudo Zudeo”.
Cardinale Isidoro di Kiev vede con i suoi occhi e racconta di quanto visto con i suoi occhi in una lettera a Papa Nicolò V qualche settimana dopo.
“I cadaveri dei soldati di ambedue gli eserciti cadevano a mucchi dai bastioni e il loro sangue scorreva a fiumi lungo le mura ed i fossati si riempirono interamente di cadaveri, così che i turchi potevano passare su di essi, come se fossero delle scale, e combattere; per loro i morti erano come un ponte e una scala per penetrare nella città”
“Racconto di Costantinopoli” di Nestore Iskinder.
“Tutte le vie, le strade e i vicoli erano pieni di sangue e di umore sanguigno che colava dai cadaveri degli uccisi e fatti a pezzi. Dalle case venivano tratte fuori le donne, nobili e libere, legate fra loro con una fune al collo, la serva assieme alla padrona e a piedi nudi, per lo più, e così pure i figli, rapiti con le loro sorelle, separati dai loro padri e dalle loro madri, erano trascinati via da ogni parte. Avresti potuto poi vedere – o sole, o terra! – schiavi e servi turchi d’infimo grado portar fuori e spartirsi fanciulle giovanissime e nobilissime, laiche e religiose, e trascinarle fuori dalla città, non come buoi o pecore o altri animali domestici e mansueti, ma come se fossero un gregge indomabile di fiere spaventevoli, selvagge e crudeli, circondate tutt’attorno da spade, sicari, guardie e assassini… ”. E poi, là dove sta per mettere piede il sultano: “Appena fu loro possibile buttarono giù e fecero a pezzi nella chiesa che si chiamava di Santa Sofia e che ora è una moschea turca, tutte le statue, tutte le icone e le immagini di Cristo, dei santi e delle sante, compiendovi ogni sorta di nefandezza. Saliti come invasati sul ripiano dell’ambone, sulle are e sugli altari, si facevano beffe, esultando, della nostra fede e dei riti cristiani e cantavano inni e lodi a Maometto. Abbattute le porte del santuario, ghermivano tutte le cose sacre e le sante reliquie e le gettavano via come cose spregevoli e abbiette. Preferisco passare sotto silenzio ciò che han fatto nei calici, nei vasi consacrati, sui drappi. I paramenti intessuti d’oro con le immagini di Cristo e i santi li usavano come giacigli in parte per i cani, in parte per i cavalli. Calpestano coi piedi gli Evangeli ed i libri delle chiese, abbattevano monumenti di marmo lucido e splendente, tutto facevano a pezzi…”.
Ecco come, per Isidoro di Kiev cardinale Ruteno, in una missiva “al reverendissimo signor Bessarione, vescovo di Tusculo cardinale Niceno, legato papale a Bologna”, morì Costantinopoli.
Lo stesso cardinale rischiò grosso. Nello scritto di un certo Enrico di Soemmern (forse un addetto alla cancelleria papale) si racconta:
“Il cardinale Ruteno, greco di nascita, mandato lo scorso anno dal pontefice a Costantinopoli per indurre i greci a riconoscere anch’essi il primato della Chiesa di Roma e, fin dove è possibile, il suo potere di giurisdizione su tutte le Chiese del mondo (cosa che egli fece, ed è atteso a Roma tra otto giorni) riuscì a salvarsi. Quando la città cadde in mano a Mehmed, egli si era recato a Santa Sofia credendo che lì vi fossero degli armati in grado di resistere ai turchi. Non avendovi trovato nessuno in armi e vedendo che tutti fuggivano, il buon padre volle andare incontro ai turchi per versare il sangue per la fede. Poi, costretto da alcuni suoi servitori, si rifugiò nella chiesa, dove fu catturato dai turchi e rimase poi per tre giorni in incognito nel grande esercito dei turchi. Lo salvava il fatto che correva voce – e ci credeva anche l’imperatore dei turchi – che fosse stato ucciso”.
Insomma, in un modo o nell’altro, Isidoro di Kiev se la cavò. In seguito racconterà:
“Ho visto io stesso, con i miei occhi, le loro azioni ed i loro misfatti, e anch’io, assieme a tutti gli altri costantinopoliani, sono passato attraverso le stesse sofferenze, anche se Iddio mi ha strappato dalle mani degli empi, come Giona dal ventre del mostro”.
Ed ecco le stesse scene di saccheggio – che viste dai vincitori assumono la valenza di scene di conquista – rievocate nella “Storia del signore della conquista” di Tursun Beg e Ibn Kemâl:
“Quando per il favore divino la fortezza fu espugnata, il nemico perdette ogni forza e fu incapace di reagire. Il popolo fedele non incontrò più ostacoli e pose mano al saccheggio in piena sicurezza. Si potrebbe dire che la vista della possibilità di poter fare bottino di ragazzi e di belle donne devastasse i loro cuori e i loro animi. Trassero fuori da tutti i palazzi, che uguagliavano il palazzo di Salomone e si avvicinavano alla sfera del cielo, trassero nelle strade, strappandole dai letti d’oro, dalle tende tempestate di pietre preziose, le beltà greche, franche, russe, ungheresi, cinesi, khotanesi, cioè in breve le belle dai morbidi capelli, uguali alle chiome degli idoli, appartenenti alle razze più diverse, e i giovanetti che suscitano turbamento, incontri paradisiaci… ”.
E oro e pietre e perle e tessuti e argento e ogni sorta di cosa preziosa:
“in una tale quantità che sembrò di vedere la terra far uscir fuori i suoi tesori”.
Ciò che invece vide il medico veneziano Nicolò Barbaro:
“Or per tuta questa zornada Turchi si fexe una gran taiada de cristiani per la tera; el sangue se coreva per la tera come el fosse stà piovesto, e che l’aqua si fosse andada per rigatoli cusì feva el sangue; i corpi morti cusì de cristiani, come de Turchi, queli si fo butdi in nel Dardanelo, i qual andava a segonda per mar, come fa i meloni per i canali. De l’imperador mai non se potè saver novela de fatti soi, nì vivo, nì morto, ma alguni dixe che el fo visto in nel numero di corpi morti, el qua fo dito, che el se sofegà al intra’ che fexe i Turchi a la porta de San Romano”.
Ecco cosa si trova, a proposito della sorte di Costantino XI (la quale rimane tuttora un mistero) e di quella della sua città, nelle pagine del “Libro che descrive il mondo” dello [u]storico turco Mehmet Nesri, forse un dottore della legge islamica al tempo di Mehmet II:
“I ghâzî penetrarono nella fortezza, tagliarono la testa al principe infedele, fecero prigioniero il suo vizir Kyr Luka con tutte le persone che da lui dipendevano. Nella fortezza vi era anche un altro discendente di Osman e sgozzarono pure lui. Passarono a fil di spada tutti i maschi dello stolto popolino della città, resero prigionieri delle catene e dei gioghi i loro familiari. In Aya Sofya e in altre chiese i ghâzî fecero a pezzi a colpi di scure gli idoli d’oro e d’argento, e chi si prese il braccio, chi le gambe, chi la testa. Misero a sacco tutto ciò che trovarono dei beni degli infedeli. Il bottino fu enorme. Disse il profeta: ‘Certo conquisteranno Costantinopoli e il suo principe sarà un principe eccellente e l’esercito che la conquisterà sarà un esercito eccellente’ (… ) Da quel momento è divenuto proverbiale dire a coloro cui si vuole attribuire una grande ricchezza: ‘Hai partecipato al sacco di Istanbul?’. Se dovessimo descrivere tutto il bottino che fu fatto, il discorso diventerebbe lungo. In questa guerra ci furono così tanti eventi che la penna non riesce a descriverli tutti, la lingua non riesce a enumerarli”.
La stessa cosa, pur con altri occhi, vide Leonardo di Chio, arcivescovo di Mitilene, che fu fatto anche prigioniero e riuscì a fuggire. Scrisse:
“al signore nostro beatissimo” Papa Nicolò V nell’agosto del 1453:
“Per tre giorni dunque la città fu percorsa da predatori e saccheggiatori e poi questi, sazi di ricchezze, la lasciarono in potere del sovrano turco. Ogni ricchezza ed ogni preda viene trasportata nelle tende; tutti i cristiani, in numero di circa sessantamila, legati con funi, cadono prigionieri. Le croci, strappate dalle cupole e dalle pareti delle chiese, furono calpestate sotto i piedi; vennero violentate le donne, deflorate le fanciulle, oltraggiati turpemente i giovanetti, contaminate con atti di lussuria le monache e quelle che le servivano. Dio mio, quanto devi esser adirato contro di noi, con quanta durezza hai distolto il tuo sguardo da noi tuoi fedeli! Che dire? Tacerò e racconterò le offese arrecate al Salvatore e alle sante immagini? Perdonami, o Signore, se narro crimini così orribili… Gettarono a terra le sacre icone di Dio e dei santi e su di esse compirono non solo orge, ma anche atti di lussuria. Poi portarono in giro per gli accampamenti il Crocefisso, facendolo precedere da suoni di timpani, per irrisione, e lo crocifissero di nuovo durante la processione…”.
Ducas racconta dei giannizzeri che penetrano nel monastero del Grande Precursore e nel monastero di Chora:
“in cui si trovava allora l’icona dell’intemerata mia Madre di Dio. ‘O lingua e labbra, come potrete dire dire ad alta voce ciò che fu perpetrato contro l’icona, a causa dei tuoi peccati?’. Mentre gli infedeli cercavano di volgere i loro assalti anche altrove, uno di loro, empio, impugnata la scure con le sue mani turpi, spaccò in quattro parti l’immagine e l’ornamento che essa aveva; e tirate a sorte le singole parti, ciascuno prese quella che gli toccò. E non se ne andarono prima di aver depredato le sacre suppellettili del monastero”. I
Per il cardinale Isidoro di Kiev:
“egli [Maometto II] nutre un odio, un’avversione e un furore così forte contro i cristiani, che quando egli vede con i suoi occhi un cristiano, ritenendo di aver subito una grave deturpazione e sozzura, lava e deterge i propri occhi. Un nemico tale della fede cristiana non ci fu mai, e non ce n’è uno simile a lui, né alcun uomo vide mai né vedrà tra il popolo cristiano”.
Nel “Libro che racconta la conquista di Istanbul protetta da Dio” del poeta Tâdij Beg-zâde Ga’fer Celebi:
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“Visitò da un capo all’altro i larghi quartieri, le piazze quadrate, i posti meravigliosi, i luoghi strani, le località amene e le posizioni fortificate, i palazzi e i castelli dalle solide strutture che ne facevano la gloria, le case dai mattoni colorati, i luoghi di preghiera, i templi dalla pura forma. Infine si recò a visitare il grande edificio, l’alto tempio conosciuto con il nome di Aya Sofya… di cui la grandiosità e la sublimità non può esser descritta con le parole…”.







âmî, “Racconto delle conquiste del sultano Mehmed”). Egira Egira...

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le donne che non prendono la parola se non interrogate oppure burqa o similari per i quali talune tipologie di donne 
