Cristian Ribichesu, insegnante di materie letterarie
* Scuola del futuro e disoccupazione culturale

Come scritto da altre parti, spesso non si capisce l’importanza e il valore di un lavoro complesso come quello del docente. Rattrista, inoltre, leggere una lettera, come quella pubblicata sulla “Nuova” del 19/9/2006, dal titolo “Scuola, troppi gli interessi corporativi”, sebbene il titolo di questa lettera potrebbe essere appropriato, dato che in un certo qual modo afferma il vero, e quando si dice il vero non dovrebbe esistere errore, considerando, anche, sottotitolo e parte della lettera non completamente scorretti, ma non calzanti in quanto affermazioni dogmatiche di carattere generale, avulse dal contesto (come dire che è sempre sbagliato rubare caramelle rosse quando invece è sbagliato rubare). Ritornando al titolo, poi, non per scrivere cose ovvie, è bene precisare che gli interessi corporativi esistono in tutti i settori pubblici, per cui, forse, premesso che chi scrive è a favore di una società meritocratica e di una promozione culturale che dia pari strumenti anche a chi proviene da classi sociali svantaggiate, sarebbe stato opportuno scrivere “Enti pubblici, troppi gli interessi corporativi”.
Però, in merito al contenuto della lettera citata, pensando che chi scriveva abbia voluto dare un contributo generoso a favore d’un miglioramento del sistema scolastico nazionale, credo sia importante precisare il punto concernente il numero dei professori che insegnano in Italia, in proporzione agli studenti. Nella lettera era scritto che in Italia ci sono troppi insegnanti, addirittura uno ogni dieci studenti, ma, differentemente dai dati riportati sulla carta, la realtà concreta è che chi insegna, oggi, si trova a dover lavorare in classi di venti alunni, se non più. Inutile osservare che un numero elevato di alunni per classe comporta un decremento della qualità della lezione. Per fare un esempio, in classi numerose, e per numerose intendo più di quindici alunni, ma in Italia abbiamo una media ben più alta, le verifiche orali, in quanto implicanti l’utilizzo di più tempo, vengono sostituite dai test, funzionali per conoscere, in breve, il grado e le competenze acquisite dagli studenti, ma a svantaggio della mancata opportunità di una comunicazione orale, “l’interrogazione”, piena di dinamiche interrelazionali fra professore e studente/i, significativo momento di formazione e chiarimenti.
Sicuramente viviamo in un periodo in cui la media degli standard culturali è diminuita ma, proprio per migliorare l’istituzione scolastica nazionale e, conseguentemente, l’economia di tutto il Paese, valutato che il miglioramento di quella condiziona positivamente questa, si chiede dove può essere inserita la disoccupazione intellettuale, ricordando che la lettera citata riportava un messaggio quale “la Scuola non deve essere usata per assorbire la disoccupazione intellettuale”, se non nelle istituzioni scolastiche, negli enti di formazione e ricerca e in tutta l’amministrazione burocratica statale. Occorre ricordare, poi, che dietro le parole “disoccupazione intellettuale” esistono persone, giovani che hanno studiato, che non possono essere assorbiti come acqua da un panno.
Ovviamente l’argomento merita ben più spazio e i limiti di una lettera non permettono di andare oltre ma, per terminare, credo giusto, considerando che numerose volte non si sbagliano le risposte ma sono le domande ad essere mal poste, consigliare i seguenti interrogativi: “Come mai in Italia, una Repubblica democratica fondata sul lavoro, che è un diritto fondamentale, non derivato, di ogni persona, esiste la disoccupazione intellettuale?” e “Quale sarà il futuro lavorativo dei giovani laureati italiani che alimentano le fila della disoccupazione intellettuale?”

* Docenti e Scuola oggi

Non tutti hanno un’idea precisa sull’importanza della figura professionale degli insegnanti, anzi, spesso i pensieri riguardanti tale lavoro sono frutto di luoghi comuni screditanti. Capire in modo esauriente il ruolo del docente e coglierne il valore non sono azioni semplici, probabilmente sarebbe utile scrivere un saggio, magari utilizzando il titolo “Essere docenti oggi”, richiamando volutamente un testo pedagogico, “Essere genitori oggi”, appunto per indicare l’importanza di questa figura professionale nel campo educativo. Ma come è necessario definire il ruolo e l’importanza della famiglia nel caso in cui si parli dei genitori, è indispensabile delineare la Scuola, che fra i vari luoghi dell’educazione, insieme alle famiglie, è quello principale, per poter cogliere l’importanza dei docenti.

La Scuola è l’organizzazione specializzata nell’educazione formale, prevalentemente rivolta alle nuove generazioni. Questa educazione tende all’acquisizione di conoscenze teoriche e pratiche e al conseguimento di criteri di orientamento della condotta individuale, in una serie più o meno ampia di discipline e ambiti di vita, attraverso una trasmissione sistematica e graduale del sapere, dagli ordini inferiori a quelli superiori in cui è ripartito il sistema dell’istruzione. La società riconosce pubblicamente l’importanza della Scuola che, appunto per il suo valore educativo tendente allo sviluppo dell’individuo per una “sana” vita sociale e civile, base della stessa società, viene normata dallo Stato. L’importanza scolastica, però, non si limita solo alla formazione dell’individuo ma influisce direttamente sul miglioramento economico della stessa società. Al di là delle varie teorie postulate da sociologi e economisti, fin dagli anni Cinquanta e Sessanta, che promuovono il miglioramento dei sistemi scolastici nazionali per favorirne le economie dei Paesi, e dei casi di sottoccupazione intellettuale, resta il fatto che sia inscindibile il collegamento economia-scuola-lavoro. Anzi, una delle possibili cause della sottoccupazione, nonostante alti livelli di scolarità, è data da una massificazione e democratizzazione dell’istruzione, non negativa per il fatto che si rivolga ad un numero sempre maggiore di utenza, ma per un abbassamento dei livelli culturali rispetto ai titoli conseguiti. Una caratteristica fondamentale della Scuola è o dovrebbe essere quella di creare delle possibilità di ascesa sociale, rendendo veramente tutti uguali con la valorizzazione dell’individuo per quelle che sono le sue potenzialità e il suo impegno, e non in base alla provenienza sociale. Però, sia per l’esigenza sempre più pressante del mondo lavorativo, che richiede il conseguimento di un numero maggiore di titoli di studio, anche oltre la laurea, sia per il già citato abbassamento dei livelli culturali, si è osservato che le istituzioni scolastiche non diminuiscono ma, anzi, aumentano le disparità fra chi proviene da classi avvantaggiate e chi da classi svantaggiate. Non solo i primi hanno la possibilità di accedere a titoli e istituti “migliori” e/o superiori, come ulteriori qualifiche post-universitarie o master, ma anche nella frequenza delle stesse scuole questi hanno, di base, dei vantaggi di competizione e di successo scolastico maggiori dei secondi, nonché una maggiore possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. Però, malgrado questo fenomeno, la Scuola risulta lo strumento principale per aspettative di vita migliori e, anzi, proprio per superare la disparità precedentemente indicata bisognerebbe tendere a un continuo perfezionamento dell’istituzione educativa.
In relazione all’importanza delle istituzioni scolastiche e all’esigenza di un loro miglioramento accresce la rilevanza del lavoro dei docenti, soprattutto considerando la contingenza di due fenomeni sociali e economici, la disoccupazione e la globalizzazione, che concorrono a una sempre maggiore responsabilità legata alla funzione civile-educativa degli stessi insegnanti nei confronti dei giovani e della società.
Non è irrilevante, infatti, che il miglioramento economico del Paese, ma anche delle autonomie locali, possa avvenire per mezzo del miglioramento del sistema scolastico, oltre al maggior investimento nella ricerca, attraverso un incremento dei livelli culturali e una maggiore interazione con il mondo lavorativo. Per questo, però, è ovvio che nell’insegnamento di tutte le materie, tutte, si attuino riferimenti costanti con esempi “vicini”, sia nel tempo che nello spazio (il presente e il locale) con un maggiore coinvolgimento degli allievi.
In merito alla globalizzazione, poi, non è questa in sé che è negativa, quanto, piuttosto, i fenomeni ad essa legati della spersonalizzazione, della perdita delle “appartenenze” e dei valori, senza considerare l’accesso incondizionato e sregolato a contenuti e informazioni, nonostante gli sforzi per una fruizione controllata. L’apertura e il confronto con gli altri sono fattori fondamentali per un miglioramento della crescita, ma questi devono essere guidati dagli educatori, e per il tempo trascorso dai giovani nelle istituzioni scolastiche gli insegnanti, insieme alla famiglia, sono i principali educatori nella vita dei giovani, ai quali devono trasmettere valori e norme per una maturazione e una socializzazione “sane”.
Ne consegue che non può essere solo una riforma del sistema scolastico a garantirne il miglioramento, ma devono essere gli stessi docenti ad impegnarsi personalmente per impartire più cultura e più strumenti per un’analisi critica della realtà, per cui diventa inevitabile una maggiore e superiore preparazione degli stessi, sia nell’ambito specifico delle loro materie d’insegnamento che in quello tendente ad una preparazione sociologica, psicologica, pedagogica e programmatorio-didattica necessaria per degli operatori professionali che educano altre persone, soggetti in continua evoluzione e con le più svariate problematiche esistenziali. Anzi, proprio per ciò la o le svariate riforme, che sono o saranno protagoniste del sistema scolastico italiano, dovrebbero favorire il miglioramento della professionalità dei docenti, non solo attraverso ottimizzazioni del percorso formativo, ma anche con un riconoscimento maggiore di questo mestiere, sia socialmente che con un aumento delle condizioni economico-retributive. Indubbiamente, infatti, è giusto e logico che a una sempre maggiore preparazione professionale si dovrebbe accompagnare un aumento dello stipendio, che è ed era già scoraggiante per chi esercitava un mestiere tanto importante come quello dell’insegnamento, ma anche in seguito alla considerazione che, nella nostra società, si riconosce maggiore rilevanza sociale ai lavoratori statali in base alla loro retribuzione. Inoltre, un aumento salariale, in questo caso congruo, va di pari passo con un implicito riconoscimento dell’importanza della professione docente da parte dello Stato. Senz'altro, poi, anche una maggiore considerazione pubblica concorre al rinforzo della stima del proprio lavoro da parte degli stessi insegnanti, fattore favorevole per il miglioramento dell’attività svolta.
Un passo verso il progresso scolastico è stato l’istituzione di scuole di specializzazione, che vedranno la loro naturale continuazione nei dottorati di specializzazione frequentabili da chi consegue una laurea specialistica, per la preparazione degli insegnanti delle scuole secondarie. In queste scuole di formazione professionale i futuri docenti perfezionano le tecniche di comunicazione e conseguono nozioni fondamentali, quali quelle sociologiche, o affrontano lo studio della pedagogia e delle principali fasi di sviluppo psicologico dei giovani. Inoltre, analizzano sistemi didattici e formulano programmazioni annuali per le lezioni delle varie materie che dovranno insegnare e, nel campo pratico, svolgono un periodo di tirocinio nelle scuole, un vero e proprio “affiancamento” professionale con docenti di ruolo che mettono a disposizione conoscenze e strategie maturate in anni di attività, ulteriormente sorretti dalla guida di un altro docente di ruolo che dirige la partecipazione ad un periodo di tirocinio “indiretto”, prevalentemente rivolto all’analisi del tirocinio diretto e a una migliore applicazione pratica delle strategie d’insegnamento.
L’istituzione delle scuole di specializzazione, però, è solo una parte di un processo che deve tendere al progresso dell’istruzione in Italia, ma proprio per il suo carattere altamente formativo e professionalizzante, innovativo rispetto all’immissione in ruolo delle classi docenti precedenti, concorre a favore del dovuto maggiore riconoscimento di quei lavoratori professionali, tecnici dell’istruzione e dell’educazione con una preparazione non inferiore a quella di altre figure professionali, che godono, oggi, di un maggiore apprezzamento nella società italiana.

* Studiare è un diritto ma dev’essere anche un dovere

Parlando qualche giorno fa con dei professori, dopo tante discussioni, alla fine si è arrivati a toccare un problema, almeno per noi, piuttosto grave: il passaggio di molti istituti scolastici secondari, per la precisione quelli tecnico-professionali, non solo a scuole di secondo livello, “serie b”, ma addirittura a meri luoghi di ricezione di tutte quelle popolazioni di studenti che in realtà vanno a scuola per passare il tempo e fare gruppo insieme ai compagni, ma non per studiare, seguire e prepararsi a diventare adulti. Effettivamente questa situazione è innegabile e in queste scuole non sono gli studenti peggiori ad essere delle eccezioni, ma sono quelli migliori, gli educati, quelli che si applicano nello studio, e non esclusivamente per ottenere voti ottimi, e che rispettano le istituzioni, ad essere “la mosca bianca” in mezzo agli altri. Certo, le colpe di questa situazione non possono essere addossate tutte ad un’unica categoria, genitori, insegnanti, chiesa, stato, ma è pur vero che per insegnare o per educare è necessario, anche, che in quel contratto che si stipula idealmente fra il docente e l’allievo esista la compartecipazione, la volontà da parte di entrambi, perché senza questa diventa impossibile insegnare a chi non vuole imparare.
Questo fenomeno, purtroppo, non è irrilevante rispetto alla situazione regionale sarda, che, come risaputo, tra i vari primati negativi possiede anche quello di regione europea con la più bassa percentuale di studenti che leggono libri, ma non è irrilevante neanche rispetto alla realtà economica italiana ed è direttamente proporzionale al rapporto occupazione/disoccupazione. Insomma, conoscendo meglio le situazioni negative degli istituti tecnico-professionali, risultano addirittura ridicole tutte le azioni politiche che vengono attuate o proposte in merito ad altre tematiche regionali o nazionali, considerando le migliaia di iscritti che ogni anno, letteralmente, si riversano in questi istituti. Con buona pace di tutti, infatti, non è possibile pensare di curare una pianta se non diamo acqua alle radici.
Il degrado scolastico, poi, non solo danneggia le diverse realtà economico-sociali, nazionale e regionale, ma, per ritornare al punto iniziale, influisce sulle aspettative di vita degli stessi studenti, sul loro futuro e sul futuro di tutti.
Sfortunatamente, la sola frequentazione fisica a scuola non può fornire un posto di lavoro. Frequentare un istituto tecnico-professionale per conseguire la qualifica o il diploma, riuscendo a “passare attraverso le maglie” della verifica scolastica ma non possedendo i requisiti minimi della cultura superiore, non da la “patente” di esperto in una determinata attività e pensare di trovare un lavoro in maniera accidentale, quasi fosse la manna che scende dal cielo per sfamare gli ebrei nel deserto, è solamente una pura, enorme, illusione.
Forse, il possibile abbassamento del livello scolastico degli istituti professionali può essere stato determinato dal tasso di disoccupazione e dal fatto che questi istituti rilascino delle qualifiche professionali valevoli per attività che non necessitano di ulteriori studi universitari, oltre alla sempre esistita dicotomia tra queste scuole e i licei. Però, la realtà lavorativa italiana è cambiata e, se in seguito al famoso “Boom economico” certi titoli di studio e certe qualifiche erano facilmente spendibili nel mondo del lavoro, oggi i livelli richiesti sono sempre maggiori.
Un ulteriore fenomeno, inoltre, influisce negativamente sull’educazione degli studenti di ogni genere di scuola superiore: la globalizzazione. Questa, nata nel campo economico, in seguito ha abbracciato altri aspetti del mondo sociale, tra cui la comunicazione e, con la diffusione massiccia dei mass media e con l’espansione di internet, ha favorito la diffusione dell’informazione indiscriminata, non filtrata, inflazionata e depotenziata in merito alla trasmissione dei valori. Ovviamente, però, quest’inflazione della comunicazione diventa maggiormente inopportuna per gli studenti che frequentano gli istituti tecnico-professionali, nella maggior parte dei casi poco incentivati allo studio, poco motivati e sprovvisti di strumenti per l’analisi delle informazioni, memorizzate ma non interiorizzate. Per fare un esempio, capita quindi di sentire gli alunni citare lo statuto degli studenti, magari per chiedere di andare al bagno più volte nella stessa mattinata (come se soffrissero, nonostante un’invidiabile salute di ferro, di qualche patologia alla vescica urinaria!), senza considerare alcune nozioni generali del diritto, come la decadenza di un diritto nel caso in cui nuoccia ad un altro diritto, e nello specifico il diritto che hanno gli insegnanti di poter svolgere il loro lavoro.
Allora, dopo quanto scritto, per rivolgersi agli studenti e per rispondere all’alunno che, iscritto in un istituto alberghiero, chiede al professore come possa essere importante, per il suo futuro lavorativo, sapere la “Rivoluzione francese”, oltre a scrivere che, nello specifico del campo della ristorazione, a detta di Grimod de la Reynière, è a causa della “Rivoluzione” che nasce il ristorante urbano caratterizzato dal servizio individuale al tavolo e dalla lista con i prezzi delle vivande affissa in pubblico, viene spontaneo ribadire che lo studio, con l’acquisizione di strumenti e di maggiore sapere, sia umanistico che scientifico o tecnico-professionale, serve per analizzare la realtà, per capire meglio il mondo circostante e, in parole povere, aiuta tutti a vivere meglio nella società (per non parlare del fatto che Umberto Eco scrisse che leggere allunga la vita!). A riguardo, scrivendo, invece, a docenti e politici, è importante proporre, anche per gl’istituti tecnico-professionali, come afferma Edgar Morin, una istruzione che promuova un pensiero complesso, per una riorganizzazione dei saperi frazionati.
Risulta determinante, comunque, operare per il miglioramento degli istituti tecnici, da una parte sensibilizzando gli alunni, quando possibile, dall’altra intervenendo esternamente per quelle determinate situazioni scolastiche degenerate e, ormai, cristallizzate, dove è difficile operare un cambiamento con le sole risorse umane di un istituto e in cui, a volte, sarebbe addirittura utile avere classi dimezzate per poter intervenire con maggiore incisività.

Studiare è un diritto ma dev’essere anche un dovere. La scuola non dev’essere considerata un posto ostile o un posteggio, perché in questo modo diventa, irreparabilmente, l’anticamera della disoccupazione. Solo la scuola, ancora oggi, può essere l’unico strumento per avere una vita migliore, il tempo scorre e non ritorna.

* Telecamere a scuola

Ormai l’anno scolastico 2006/2007 è quasi giunto al termine ma sembra inevitabile prendere atto del fatto che quasi ogni settimana, tra giornali e telegiornali, si siano divulgate notizie riguardanti problemi legati ad atteggiamenti negativi di molti studenti, ovviamente durante le lezioni scolastiche. I tempi cambiano, è ovvio, ma nella scuola rimane fondamentale che ognuno rivesta il prorpio ruolo, che gl’insegnanti insegnino e che gli alunni imparino, nel rispetto della democrazia e delle più elementari regole del vivere civile. Invece, con profondo rammarico, come già detto sono sempre più numerosi i casi in cui i professori, persone che hanno speso parte della vita per prepararsi ad esercitare un mestiere importante e impegnativo, non vengono rispettati dagli alunni, sia come insegnanti che svolgono un lavoro e sia come persone, mancando di rispetto, conseguentemente, anche per tutti quei ragazzi che vanno a scuola con la speranza d’imparare. Sicuramente le cause che hanno portato a tale degenerazione sono tante e differenti, ma a fronte di tale problema, considerando che “non si educa a sospensioni”, che si valuta il successo scolastico e dell’istruzione in generale in base al numero dei promossi e che ormai sembrano, e forse lo sono, maggiormente tutelati gli studenti anziché gli insegnanti, e basterebbe controllare i vari regolamenti degli istituti scolastici dove, sempre più spesso, non compare la parola insegnante e si fa sempre meno riferimento ai diritti degli stessi docenti, risulta doveroso porre dei limiti, far rispettare le regole e cercare delle soluzioni in tal senso.
Da molte parti, ormai, fra i vari sistemi possibili, sembra riscuotere successo la proposta riguardante l’introduzione delle telecamere, con registrazione audio e video, all’interno delle classi. Effettivamente, l’utilizzo delle telecamere potrebbe fungere da ottimo deterrente nei confronti di atteggiamenti aggressivi rivolti agli insegnanti o a ad altri alunni, inoltre potrebbe servire anche come documento nei confronti di quei docenti che non rispettano gli studenti. A riguardo voglio fare una piccola osservazione delucidante: si verificano casi di soprusi, con azioni o parole, da parte di studenti, in cui l’insegnante si trova solo a dovere testimoniare l’atteggiamento illecito contro uno o più studenti che, sempre più spesso, si coalizzano nel riportare una testimonianza differente da quella del docente. Sembra evidente che proprio in questi casi l’uso delle telecamere sarebbe fondamentale e regolamentandolo in maniera legittima, utilizzando queste come strumento di tutela e non come prevaricazione della privacy, come detto potrebbe essere il giusto mezzo per la lotta al bullismo, termine che spesso nasconde veri e propri atti delinquenziali, e ai casi di soprusi nei confronti dei docenti, promuovendo la prevenzione, e non la punizione, e favorendo la nascita di un clima più tranquillo.
Poi, proprio in considerazione dei diritti e dei doveri degli studenti, che a scuola devono trovare un ambiente tranquillo in cui poter studiare e apprendere, rispettando se stessi, i compagni, i docenti e tutto il personale scolastico, come, d’alra parte, attenendosi ai diritti e ai doveri degli insegnanti, che nel rispetto degli studenti devono svolgere il proprio lavoro con coscienza, preparando le lezioni, istruendo, assegnando esercitazioni, verificando l’apprendimento e educando, in maniera autorevole e non autoritaria, ma contemporaneamente venendo rispettati senza impedimenti per lo svolgimento del proprio lavoro, l’introduzione delle suddette telecamere potrebbe rivelarsi un ottimo strumento a tutela degli stessi principi democratici.
Inoltre, per verificare l’efficacia di questo tipo d’interventi, basterebbe osservare i casi in cui le telecamere sono state utilizzate come deterrente nei confronti degli avvenimenti delinquenziali, al modo dei campi di calcio in Inghilterra, dove queste sono state inserite per frenare la “furia” dei tifosi e dove adesso si può assistere alle partite della serie maggiore senza porre reti fra i campi e le gradinate del pubblico e in cui ormai è quasi inesistente le presenza della polizia negli stadi; o come a New York, dove attraverso la video sorveglianza è stato notevolmente ridotto il problema della criminalità urbana. In più, comunque, anziché adottare l’introduzione nazionale delle telecamere negli istituti scolastici, la potenzialità di tale intervento potrebbe essere verificata, preventivamente, attraverso una diffusione sperimentale in alcune scuole “pilota”.
Certo, potrebbero esistere pareri contrari in merito a questa soluzione, alcuni, docenti e studenti, potrebbero recriminare una qualche limitazione di parola e di azione, altri potrebbero obiettare in merito alla spesa economica che ciò comporterebbe, ma risulta ovvio che nel compiere il proprio dovere non si deve avere paura di alcunchè, è vero il contrario, e che per il miglioramento della qualità dell’istruzione non si dovrebbero considerare le immediate spese del presente quanto i miglioramenti, sociali, culturali ed economici del futuro. Del resto, sembra impensabile che nel 2007 esistano casi in cui si viene derisi e insultati nell’esercizio del proprio lavoro, come sembra impensabile che molti studenti non possano usufruire del loro pieno diritto all’istruzione per colpa di chi non rispetta le regole e il prossimo. Se le telecamere installate nelle classi possono rendere maggiore serenità all’interno del mondo scolastico, ben vengano. La pietra è stata scagliata e la mano non viene ritirata.

* Il difficile rapporto scuola-politica

Ormai dove ti giri ti giri non è più possibile vedere e ascoltare politici che ripetono frasi tipo ”riavviciniamo la politica ai giovani” o “adottiamo politiche per i giovani” o “impostiamo un ricambio generazionale lasciando più spazi ai giovani”, non tanto per le frasi in sé, quanto piuttosto perché alle frasi non corrispondono i fatti, come dire la potenza non si trasforma in atto. Certo, esistono casi, anche locali, in cui qualche istituzione si stia attivando veramente in favore dei giovani, ad esempio l’assessorato alle politiche giovanili di Sassari che, attraverso la creazione di un forum, intende finanziare alcuni progetti concretamente realizzati e ideati da giovani, ma il tutto si riduce a poco e certamente non basta rispetto ai problemi dei giovani, sardi e italiani. La nausea è tanta, e lo sconforto pure, e forse è dovuta al proliferare di manifestazioni che in realtà non vogliono dare spazio ai giovani, ma che, invece, con una retorica ammaliante, di questi intendono catturare il voto politico, non altro.
Molto probabilmente l’esigenza politica di rivolgersi ai giovani, che ormai nei parametri nazionali sono inclusi in fasce d’età che vanno dai sedici fino ai trenta/trentacinque anni, nasce dal fatto che i due poli contrapposti, centro-destra e centro-sinistra, catalizzano l'intera competizione politica e, nel gioco dell’alternanza governativa, in situazioni di quasi parità elettorale, hanno capito che per “spuntarla” devono cercare di prendere il voto di quella parte di elettori che maggiormente si allontanano dalle urne, scegliendo di fare politica non facendo politica, appunto i giovani.
Alle attuali logiche di avvicinamento ai voti dei giovani, e non per i giovani, aderiscono pienamente il centrodestra e, anche, il neonato partito democratico, che si spera, col suo tentativo di autoriforma, non diventi un mezzo per un’ulteriore conservazione di posti politici, “posti datati”, proprio in antitesi con lo spazio per i giovani.
Anche a Sassari, mercoledì 27 giugno, nella facoltà di Giurisprudenza si è tenuto un convegno sui giovani e la politica dal titolo “Gioventù bruciata…Un paese vecchio e bloccato; il futuro dell’Italia; la classe dirigente di domani”. Le tematiche toccate, delle più interessanti, hanno riguardato, alcune in maniera piuttosto velata, le “monarchie ereditarie”, l’ereditarietà dei posti di lavoro, l’invecchiamento della popolazione italiana, il problema del precariato, la mancanza della meritocrazia, l’impossibilità di molti giovani nel rendersi autonomi e nel creare una propria famiglia, e ripeto in maniera piuttosto velata ed estremamente sintetica. Purtroppo la sensazione di alcuni giovani critici è stata sgradevole e, parafrasando un po’ il ritornello di una vecchia canzone, il tutto era riassumibile in “parole, parole, parole…soltanto parole”. Ovviamente non basta che una sala sia gremita di giovani per decretare il successo di un convegno e/o di una conferenza rivolti ai giovani, sicuramente i messaggi mediatici di questo tipo hanno un’influenza immediata sulle emozioni degli spettatori, ma le informazioni che devono incidere sulle persone, producendo cambiamenti significativi e, finalmente, creando e incidendo sui valori in maniera positiva, vanno riscontrate in lunghi termini di tempo, e non esistono dubbi sul fatto che i giovani aumenteranno il proprio divario nei confronti della politica se, in seguito alle manifestazioni mediatiche, non faranno seguito azioni concrete d’inserimento di questi nella vita sociale, politica e lavorativa insieme. Proprio da poco, il 20/06/2007, nel sito L'UnioneSarda.it veniva pubblicato un dato riguardante la disoccupazione sarda, ripreso dall’Istat, evidenziando l’aumento di questa nel trimestre gennaio-marzo 2007. Inoltre, nello stesso articolo veniva riportato un dato dell'Ocse, affermando che “in Italia il tasso di occupazione rimane uno dei più bassi al mondo, meno del 58% della popolazione in età lavorativa ha un impiego, contro più del 70% in paesi come Canada, Danimarca o Regno Unito e in ogni caso sotto la media (66,1%). Tra i 30 Paesi dell'Ocse l'Italia è quartultima”. Insomma una situazione nazionale e regionale che la dice lunga sui problemi che i giovani devono affrontare per potersi rendere indipendenti. Ma visto che nel nostro Paese e nella nostra isola i dati e le loro interpretazioni cambiano a seconda di chi li espone, per avere una percezione minima delle stato di malessere che affligge le persone comprese tra i sedici e i trentacinque anni, perché solo questa è possibile percepire se gli stessi problemi non vengono provati sulla propria pelle, allora propongo delle visite nei “quartieri poveri”, o nelle parrocchie nei giorni di distribuzione dei generi alimentari o degli indumenti, o delle interviste coi giovani laureati che stanno anni senza trovare un lavoro, o al limite lavorano saltuariamente per poche centinaia di euro, e non può essere questa la precarietà che richiede la flessibilità dei giovani!
Non solo tutto questo è sconcertante, ma in molti arrivano sbandierando risposte e soluzioni in merito all’allontanamento della gioventù italiana dalla politica senza farsi alcune semplici domande quali: come mai i giovani universitari e laureati hanno difficoltà ad avvicinarsi al mondo della politica? Come mai i giovani lavoratori e disoccupati, non laureati e non universitari, hanno difficoltà ad avvicinarsi al mondo della politica? Come mai i giovani lavoratori e disoccupati sparsi per le campagne sarde, ormai sempre meno, hanno difficoltà ad avvicinarsi al mondo della politica? E come mai i giovani, provenienti da situazioni di disagio, di cui spesso “si perdono le tracce” e che a dire il vero non sono pochi, non si avvicinano al mondo della politica? Tutte domande importanti e doverose per problemi seri, cinicamente cronici, congeniti e ricorrenti, come alcune delle peggiori malattie!
Certamente per riavvicinare i giovani alla politica, ma soprattutto per migliorare la vita dei giovani e conseguentemente di tutti, occorrerebbe il miglioramento della qualità della democrazia, magari con una maggiore partecipazione politica da parte di tutti, con più trasparenza amministrativa, con più moralità, meritocrazia e svecchiamento della classe dirigente. Però tutto diventa inutile se non cambia lo stesso mondo della politica, se non si abbandonano vecchie ideologie nate in un contesto storico e culturale vecchio di un secolo, se anziché denigrare i propri candidati e il loro operato, per aver perso una competizione politica amministrativa, non si riconosce il lavoro di chi ha vinto, congratulandosi, in maniera simile a come facevano i romani quando vincevano una battaglia, che lodavano le gesta degli avversari per aumentare il proprio prestigio, o proprio come nel mondo del calcio, pensando piuttosto a lavorare in maniera concertata, fra maggioranza e opposizione, per il bene di tutti.
Ma non voglio andare oltre per non cadere nell’errore già ricordato di chi parla molto e da molte risposte, per cui concludo con tre domande ed un’unica risposta: ma non sarebbe meglio abbassare l’età pensionabile creando un ricambio con un inserimento graduale dei giovani nel mondo del lavoro, attraverso un affiancamento professionale, fin dai primi anni degli studi universitari, dei pensionabili che lascerebbero il posto ai tirocinanti, e magari destinando quelle famose incentivazioni, riservate per chi decideva di continuare a lavorare posticipando il pensionamento, proprio ai giovani? Ma non sarebbe meglio potenziare l’Università italiana, soprattutto attraverso giovani meritevoli e volenterosi, creando un circuito di studi che porti gli studenti stranieri in Italia e non viceversa? Ma, visto che si appoggiano le quote rosa, non sarebbe meglio inserire quote di giovani in politica, ripartendo democraticamente i posti elettorali?
La risposta certa è questa, che i giovani non si avvicinano alla politica se la politica non risolve il problema del lavoro dei giovani, dato che, proprio come scritto in “Se questo è un uomo” di Primo Levi, seppure lì in una situazione paradossale, “Il lavoro rende liberi”, ma soprattutto ci rende la dignità umana e la voglia di vivere!
Se guidati dalla sincerità e dall’onestà intellettuale, sono lodevoli i politici che intendono affrontare le problematiche giovanili, ma il tempo delle parole deve passare il testimone a quello dei fatti.
Purtroppo è tutto vero e anche l’indagine elaborata dalla rivista Tuttoscuola, con la conseguente notizia apparsa nel sito ANSA il 12/6/2007, conferma che la scuola sarda, tra quelle italiane, sia regionali che provinciali, risulta all’ultimo posto di una graduatoria nazionale, già in coda rispetto alla “classifica” europea.
Il dato, riguardante tra l’altro competenze e livelli culturali acquisiti dagli studenti, la funzionalità delle strutture e la loro sicurezza, è allarmante e crea ulteriore disagio in una regione con alti tassi di disoccupazione o occupazione stagionale. Del resto, comunque, la notizia non è una “scoperta”, quanto piuttosto la constatazione di una situazione di fatto già annunciata più volte da più voci e in differenti spazi mediatici nazionali e locali. Per dirla alla Gregory Bateson, l’informazione è tale se viene percepita come differenza che produce una differenza, e allora le ipotesi sono due: o la stampa, in questo caso, da un evento ha creato una notizia che non doveva essere tale, oppure le informazioni che “giravano” in merito alla scuola sarda non venivano percepite come tali dalla maggior parte dei sardi e dalle loro classi politiche. Ovvero si gridava al lupo perché il lupo c’era, ma nessuno interveniva!
Certo, ormai il danno è fatto e “non è di poco conto”, ma proprio per questo è giusto scriverne e parlarne, sperando che i prossimi dati sulla scuola sarda risultino differenti, magari migliori.
Sicuramente, con il favorevole volere politico, in un breve lasso di tempo, si possono risolvere gli aspetti riguardanti le problematiche delle strutture scolastiche, tra le più “insicure” d’Italia, ma sono altri i punti su cui occorre lavorare e da subito: il miglioramento delle condizioni di lavoro riguardanti la classe docente e la maggiore scolarizzazione degli studenti.
Proprio con le istituzioni delle scuole di specializzazione per la formazione dei nuovi insegnanti, immessi in ruolo dopo aver svolto un tirocinio formativo, studiato la didattica e le discipline psico-pedagogiche, una vera nota giusta in mezzo a tante note stonate, sono stati fatti notevoli miglioramenti per la formazione della classe docente. Ma ovviamente questo non basta. Da una parte la formazione non può terminare con le scuole di specializzazione. Inoltre, tra le varie problematiche, i docenti devono essere maggiormente tutelati nello svolgimento del proprio lavoro, in un sistema, lassista, evidentemente sbilanciato a favore di un mondo giovanile che corrisponde ben poco a quello idealizzato nello statuto degli studenti e nelle circolari ministeriali. Infatti, la verità è che sempre più spesso, sin dalle scuole medie e poi negli istituiti tecnici, chi, oggi, insegna deve fare i conti con un crescente numero di giovani che non vogliono studiare, ma che vorrebbero essere promossi, e che, eccessivamente tutelati, impediscono il normale svolgimento delle lezioni e pensano che la scuola sia solo un luogo dove sono costretti a “buttare” parte della loro vita, il tutto nuocendo a se stessi, ai compagni che vogliono seguire e agli insegnanti che vorrebbero esercitare il proprio lavoro. Non solo, il docente è percepito spesso come un’antagonista e non mancano i dati che rilevano casi di veri e propri soprusi nei confronti degli stessi insegnanti.
Logicamente, migliorando le condizioni di lavoro della classe docente migliora e deve migliorare la scolarizzazione degli studenti. Non è possibile pensare di crescere e formarsi senza spendere la giusta quantità di tempo sui libri. L’informatizzazione e la diffusione in genere di sistemi d’informazione mediatica, internet o cellulari, per il momento non possono essere validi sostituti rispetto al vecchio studio sui libri, anzi, spesso le informazioni acquisite in modo sregolato, da giovani che hanno poche capacità critiche e che leggono poco e male, possono diseducare. Il comportamento, poi, e la giusta educazione al vivere sociale, in armonia fra studenti, con gli insegnanti e con tutto il personale scolastico, insieme alle competenze specifiche, sono complemetari per la formazione degli studenti e per l’innalzamento generale dei livelli culturali.
Le indicazioni e le circolari ministeriali tendenti al lassismo, attraverso le quali si “chiede” di evitare le sospensioni, dove si chiede il lavoro sempre più personalizzato sullo studente, ma in classi sempre più numerose, attraverso le quali viene svuotata la funzione dell’insegnante, ormai anche impedito nell’allontanare l’alunno “riottoso” dalla propria classe e dichiarato colpevole nei casi in cui vi siano ripetuti casi di indisciplinatezza durante le sue ore di lezione, e inoltre l’accesso d’ufficio agli esami della terza media, sicuramente non ottimizzano il sistema scolastico.
L’incentivazione e la maggiore valorizzazione degli insegnanti, la diminuzione degli alunni per classe, un maggior rispetto delle regole, della convivenza sociale e dello studio dovrebbero essere i primi passi per il progresso dell’Istruzione.
La Scuola non può essere paragonata completamente ad un grande asilo, con tutto il rispetto per gli asili, dove vengono prodotti prommossi il cui maggior numero, da una parte, serve agli istituti per accedere a più finanziamenti e, dall’altra, al governo per far rientrare l’Italia nei parametri europei.
Se ancora non era chiaro, la maggior consapevolezza della negatività della Scuola sarda deve servire per il miglioramento del sistema, e speriamo che le prossime notizie, informazioni che producono differenza, siano di una buona istituzione scolastica che forma gli studenti per diventare cittadini del futuro!

* Il problema "acqua"

Estate 2007 si fa più calda e immediatamente aumentano i consumi d’acqua, acqua potabile e acqua dolce per gli usi urbani. Gli esperti prevedono che le temperature saliranno ben oltre i 38° nel centro-sud e nelle città tanti raggiungono le fontane e cercano un breve ristoro bagnandosi, ma purtroppo in pochi pensano che la stessa acqua che stanno utilizzando non è inesauribile e che molte persone non hanno neanche il quantitativo minimo giornaliero che serve per sopravvivere. Infatti, benché l’acqua ricopra più del 70% della superficie del nostro pianeta, considerando che il 97,5% di questa è salata, non utilizzabile dall’uomo se non a costi elevati, escludendo i ghiacciai, le nevi perenni, le fonti e i corsi sotterranei, solo lo 0,008% del totale delle acque presenti sulla terra, acqua dolce contenuta in laghi e fiumi, è immediatamente disponibile per gli usi umani. Nel 2000 l’uomo consumava mediamente 3300 Km³ di acqua all’anno, sottratta a laghi, fiumi e falde, senza considerare l’acqua inquinata e utilizzata nelle industrie o per la produzione di energia elettrica. Sempre nel 2000 vi era un consumo medio procapite, indubbiamente diverso tra paesi poveri e paesi ricchi, superiore a quello del 1950 del 50%. Nel 2002, considerando che un americano aveva a disposizione circa 10000 metri cubi d’acqua all’anno, un miliardo e mezzo di persone, invece, è sopravvissuto con meno di 1000 metri cubi a testa. In realtà non si può affermare che l’uomo non abbia affrontato il problema dell’approvvigionamento idrico nel corso dei secoli, ma il modo e i metodi utilizzati sono sempre stati all’insegna dello sfruttamento di questa fonte, primaria per la vita dello stesso pianeta e base essenziale dello stesso organismo umano, attraverso modificazioni del paesaggio e forzature degli stessi corsi d’acqua.
L’acqua non è statica, si sposta in superficie e nell’atmosfera e fa parte di un delicato ciclo, il ciclo idrologico. Infatti, contenuta nell’atmosfera in forma di vapore, per effetto dell’abbassamento della temperatura si condensa (come l’acqua che si “forma” su una bottiglia ghiacciata quando viene lasciata fuori dal frigo) e precipita in forma di pioggia, grandine o neve. La neve si deposita nei nevai o si scioglie, evaporando e/o dando vita a corsi d’acqua. La pioggia viene assorbita in minima parte dalle piante, in parte evapora o viene convogliata in fiumi, laghi e mari o, attraverso le infiltrazioni del terreno, nelle falde sotterranee. Poi, l’acqua sotterranea che ritorna in superficie e le acque dei fiumi, dei mari e dei laghi rievaporano e ritornano nell’atmosfera come vapore acqueo, che in seguito ridarà vita alle precipitazioni. Sicuramente Madre Natura non ha bisogno d’insegnamenti, e la perfezione del ciclo dell’acqua, che è capace di rigenerarsi in un ecosistema equilibrato, è un chiaro esempio, ma questo processo è indifeso contro elevati livelli d’inquinamento (scarichi civili che riversano enormi quantità di materia organica nei fiumi, scarichi industriali che arrivano direttamente nei mari e/o fiumi o indirettamente in questi attraverso le precipitazioni, fertilizzanti e pesticidi usati in agricoltura), richieste sempre maggiori conseguenti all’aumento demografico mondiale e forme di utilizzo aggressivo, che possono alterare la distribuzione e la frequenza delle precipitazioni, la quantità di traspirazione dalla vegetazione e la capacità depurativa del ciclo nei confronti dell’acqua inquinata. Oggi, nel 2007, la situazione non è migliorata, il consumo di acqua potabile aumenta vertiginosamente, circa il doppio ogni vent’anni e ogni anno 5 milioni di persone muoiono per la scarsa quantità o per la cattiva qualità dell’acqua!
Indubbiamente, a livello mondiale, la maggior parte d’acqua dolce prelevata dall’uomo viene utilizzata nel settore primario, ben il 70% contro il 20% dell’industria e la restante parte per gli usi residenziali. Come detto a livello mondiale, perchè in zone come l’Europa la stragrande quantità d’acqua viene utilizzata nel settore industriale. Proprio per l’aumento della popolazione mondiale si è avuta l’esigenza d’intensificare le coltivazioni cerealicole prelevando enormi quantitativi d’acqua dalle falde sotterranee. Purtroppo, però, specialmente nei paesi in cui si ha un alto incremento demografico, India, Cina e parte dell’Africa, questo sfruttamento delle falde acquifere a vantaggio dell’agricoltura sta generando un abbassamento del livello delle stesse falde, che nel caso in cui non si ponga rimedio, magari ottimizzando l’utilizzo dell’acqua in agricoltura, ad esempio con le famose irrigazioni a goccia, come nel detto del cane che si morde la coda, porterà alla stessa diminuzione delle produzioni cerealicole con un’incidenza diretta sullo stato di denutrizione della popolazione e sulla mortalità infantile.
Nel secondario, il settore industriale e in particolar modo il comparto chimico, quello siderurgico e quello cartario, differentemente dal primario, una stessa quantità d’acqua può essere utilizzata per una resa economica maggiore, pari a un rapporto uno a settanta. Proprio per questo nei paesi industrializzati il comparto industriale riesce a contendere l’acqua all’agricoltura. Fortunatamente, però, grazie a moderne tecniche di riciclaggio si può ottenere un risparmio idrico pari al 90% e molte industrie si sono già attivate in merito, ma ciò non basta!
Un decimo o poco più del consumo idrico globale viene utilizzato, invece, per gli impieghi urbani. Certo, per il momento si potrebbe pensare che una tale percentuale possa incidere solo in minima parte rispetto all’approvvigionamento idrico, ma considerando che in molte città esistono famiglie che non riescono ad avere l’acqua potabile, ed in particolar modo quelle più povere, e non solo nei paesi sottosviluppati, e che entro quaranta anni dovrebbe triplicare la popolazione urbana mondiale, pensando inoltre che i dati riguardanti la crescita degli abitanti nelle megalopoli sono sottostimati, dato che non sempre è possibile censire tutti, soprattutto quelli appartenenti alle “classi meno abbienti”, la situazione non appare delle più felici e diventa urgente considerare una politica urbana tesa al risparmio dell’acqua.
Comunque, a fronte degli attuali interventi, che per il momento non sono ancora sufficienti, sia per lo sfruttamento intensivo che per l’inquinamento e il conseguente surriscaldamento globale, alcune stime prevedono che nel 2050 ben due terzi della popolazione mondiale si troveranno in condizioni di mancanza d’acqua o quasi. Inoltre, l’acqua inquinata dalle sostanze chimiche utilizzate in agricoltura oppure dalla lavorazione industriale, non solo diminuisce le quantità d’acqua dolce utilizzabile dall’uomo, ma apporta un deterioramento anche su altre fonti, il tutto a discapito della salute umana e dell’intero ecosistema. In alcuni casi, poi, non è l’acqua a mancare ma sono gli impianti che dovrebbero portare questa risorsa alle persone ad essere inesistenti, per cui più di un miliardo di persone non dispongono d’acqua potabile e circa tre miliardi non dispongono di strutture igieniche sufficienti. Infine, ad aggravare la situazione esiste l’opinione diffusa, in buona parte della popolazione occidentale, che il problema idrico non sia un problema riguardante l’Occidente, insieme alla voluta non curanza da parte di molti politici e governi in genere.
Insomma, sembra proprio che in un immediato futuro, se non si corre al riparo, potrebbe diventare difficoltoso o terribilmente caro, per tutti e non solo per gli abitanti di alcune parti del globo, bere un bicchier d’acqua o farsi la doccia, per non parlare del fatto che, dal medioriente e dai paesi in via di sviluppo, potrebbero sorgere ulteriori conflitti armati e politici capaci di coinvolgere tutte le parti del globo!
Dal mondiale al locale i problemi riguardanti l’acqua sembrano coinvolgere tutti e gli esempi di sfruttamento, inquinamento e inaccessibilità all’acqua si sprecano, e basterebbe sfogliare l’interessante libro “Fiumi”, dell’inviato del “Corriere della sera”, Ettore Mo, per farsi una idea di quello che accade nel mondo in merito all’acqua. Un esempio su tutti è dato dal conflitto siriano-israeliano con la conquista israeliana dell’altopiano del Golan per il controllo di numerose falde acquifere. Altro caso famoso è quello del Lago di Aral, situato tra il Kazakistan e l’Uzbekistan, dove l’uomo ha intrapreso dei lavori di “bonifica” utilizzando grandi quantitativi d’acqua dei principali affluenti del lago, incanalandoli verso territori deserti, al fine di creare un’enorme superficie agricola. Però, dopo un’iniziale periodo positivo, l’abbassamento del livello del lago, lago salato, con l’aumento della quantità di sale nell’acqua, ha determinato la morte di molte specie di pesci. Inoltre, proprio l’abbassamento delle acque ha provocato “l’emersione” di terreni sabbiosi con grossi quantitativi di sale, sabbia e sale che sollevati dal vento o misti alle piogge ricadono su ampi terreni causandone la desertificazione. E questi sono solo alcuni dei problemi verificati in questa zona!
Per quel che ci riguarda la situazione italiana è “moralmente” peggiore. L’Italia è un paese che, fortunatamente, gode di numerose fonti d’acqua, ma ovviamente dove la natura crea l’uomo distrugge, per cui possiamo vantare il possesso d’impianti idrici con un alto valore dispersivo lungo i percorsi. Sembrano esemplari i casi nostrani di zone in cui sono stati spesi soldi per la costruzione di dissalatori che hanno aumentato la disponibilità d’acqua, acqua che poi viene immessa in reti idriche “bucate” e che alla fine dei conti non arriva nelle case dei cittadini, costretti in molti casi a comprare l’acqua per cucinare. Per giunta gli impianti peggiori sono ubicati nella parte del paese in cui vi sono meno fonti e più siccità, cioè nel meridione, per non parlare dell’esagerata ripartizione nella gestione delle risorse idriche. In poche parole il nostro Bel Paese ha una distribuzione ineguale delle fonti d’acqua e a fronte di un nord ricco, ma con corsi d’acqua spesso inquinati, si ha una contropartita con un sud meno ricco e “vittima” di impianti che hanno una dispersione media del 50%, con casi limite che arrivano fino al 70%, come a Cosenza.
Ma ripensando alla situazione italiana è doveroso dire, e utile divulgare, che in alcune zone si sta lavorando concretamente per il risparmio idrico in ambito urbano, proprio come a Bologna con la realizzazione del progetto ACQUASAVE: un progetto, finanziato al 50% dall’Unione Europea, che permette un risparmio idrico del 50%. Come riportato nel sito www.buonpernoi.it, il progetto vede conivolti otto appartamenti, di una palazzina, “dotati di tre sistemi di distribuzione di acqua, abbinando alla rete per l’acqua potabile tubazioni per l’utilizzo delle acque piovane e delle acque grigie. Le acque piovane vengono raccolte con cisterne sui tetti e, dopo essere state filtrate e disinfettate, vengono impiegate nelle lavatrici e nelle lavastoviglie...Le acque grigie vengono invece raccolte dai lavandini, dalle docce e dalle vasche da bagno per mezzo di una rete appositamente dedicata e, una volta filtrate, sono utilizzate nello sciacquone che richiede rilevanti quantità d’acqua.” Inoltre, “gli appartamenti sono dotati di una serie di strumenti per il risparmio idrico come scarichi con vasi che richiedono solo 3,5 litri di acqua contro i 9 litri dei sistemi tradizionali e con cassette dotate di doppio tasto; rubinetti dotati di sistema di iniezione di aria nell’acqua e con manopole a due corse; lavatrici che richiedono solo 60 litri contro i 100 litri per ciclo utilizzati per il tradizionale lavaggio degli indumenti e lavastoviglie che richiedono 14 litri invece dei 20 litri per ciclo utilizzati da quelle tradizionali.”. Quindi, le possibili soluzioni, anche per la diminuzione dello spreco d’acqua in ambito urbano, non mancano.
Scendendo nel particolare, in riferimento alla Sardegna non si può proprio dire che la situazione sia confortante, e solo per quel che riguarda il regime pluviometrico basterebbe controllare i dati e gli indici messi a disposizione del pubblico, nel sito del Servizio Agrometereologico Regionale per la Sardegna, per rendersi conto di come sia andata la tendenza dal 1900 fino ad oggi. Negli ultimi anni si sono registrati allarmi per la siccità, non si è arrestato il processo di desertificazione (proprio in merito alla desertificazione, il prof. Angelo Aru nel 2002 affermava che il suddetto fenomeno, in Sardegna, dopo la Seconda Guerra mondiale, è andato intensificandosi nell’arco degli ultimi cinquant’anni), si sono verificati cambiamenti climatici che hanno dato vita a sfasamenti delle precipitazioni lungo il corso dell’anno solare e, anche se sono stati fatti lavori per la sistemazione e modernizzazione delle reti di distribuzione dell’acqua a Cagliari e Elmas, con la distribuzione dell’acqua in rete ripartita in distretti collegati con un centro di telecontrollo e con la conseguente ottimizzazione dell’acqua in queste zone (il che, per onor del vero, non è poco se si considera che circa un quarto della popolazione sarda è concentrato intorno all’area urbana di Cagliari), a Sassari e Nuoro per la stessa quantità d’acqua che scende dal rubinetto se ne perde altrettanta e il resto dell’isola piange, anzi rimane senza lacrime per piangere! Fortunatamente, comunque, la sensibilità verso queste problematiche sta cambiando e capita che anche siti internet non strettamente legati alle tematiche ambientali inizino a diffondere notizie e a divulgare le richieste, dei cittadini, d’interventi mirati per il problema dell’acqua. Un esempio in tal senso è il sito www.sardegnaeliberta.it, promosso dal consigliere regionale Paolo Maninchedda, dove sono apparsi più volte gli articoli del dott. Marco Maria Cocco e i commenti di numerosi lettori, tutti volti alla soluzione del “problema acqua” in Sardegna.
Sicuramente l’aumento della comunicazione e la maggiore diffusione delle informazioni riguardanti la penuria d’acqua, nel mondo in generale e nello specifico nelle regioni italiane, come in Sardegna, sono un importante indice della crescente sensibilizzazione attorno a queste tematiche, ma tra il dire e il fare il facile e sempre giusto ricorso al proverbio suggerisce che c’è di mezzo il mare ed è spontaneo domandare tutta una serie d’interventi, in questo caso proprio per la Sardegna, che sono gli stessi cittadini a richiedere e a suggerire, ma che in primis devono essere presi in considerazione dalla politica come:
  • <LI class=Stile3>ridurre i consumi urbani attraverso l’utilizzo delle acque piovane e delle acque reflue, l’utilizzo dei frangigetto nei rubinetti delle abitazioni, raccogliere l’acqua piovana per annaffiare giardini, utilizzare WC con sistema di scarico a rubinetto o a manovella, ricambiare e controllare periodicamente gli impianti idraulici nelle abitazioni e nelle strutture pubbliche con la possibile incentivazione economica verso chi progetta case che abbiano sistemi di risparmio idrico, il riparo o la ricostruzione delle condotte idriche delle reti pubbliche; <LI class=Stile3>irrigazioni a goccia e razionalizzazione dei consumi agricoli; <LI class=Stile3>stanziamenti nella ricerca; <LI class=Stile3>protezione e potenziamento delle risorse idriche esistenti; <LI class=Stile3>creazione di un patrimonio boschivo nuovo, leccio, roverella e quercia da sughero, per compensare quello perso nei secoli e combattere la desertificazione; <LI class=Stile3>modificare le tecniche di allevamento orientandole verso la semistabulazione, la produzione di fieno da prati ed erbai e l’integrazione alimentare con concentrati; <LI class=Stile3>recupero delle acque di scarico con la reimissione nel ciclo idrologico;
  • costruire piccoli invasi per contenere l’acqua piovana.
Altra richiesta, da alcuni vista positivamente ma da altri con sospetto, è la creazione di dissalatori per l’acqua del Mediterraneo, ma i punti sopra elencati, se realizzati, potrebbero bastare incidendo in maniera positiva sulla situazione regionale sarda. Ovviamente, se da una parte gli interventi devono essere adottati nel presente, in particolar modo con l’intervento politico, dall’altra un problema tanto importante e di portata mondiale come quello dell’”emergenza acqua” non può esimere la partecipazione attiva della popolazione, ma questa, per incidere sui valori della gente, può ottenersi solo con programmi educativi svolti nelle scuole, con lavori di gruppo nelle classi e responsabilizzazioni dei singoli allievi che, in un futuro non tanto lontano, potrebbero diventare i futuri ingegneri, ricercatori o scienziati che si interesseranno dell’inquinamento e dell’approvigionamento idrico, senza contare che tutti saranno i futuri cittadini che con la propria condotta contribuiranno a non sprecare un bene tanto prezioso come l’acqua. Se alcuni vedono il problema dell’acqua come il possibile casus belli per futuri conflitti internazionali, altri pensano che proprio questo problema, anzichè dividere, possa riunire le persone in una coscienza civica comune, qui e altrove, tesa alla soluzione del consumo idrico attraverso uno spirito di collaborazione altruistico e pacifico!

* 1994 Rwanda *

Circa un mese fa, sulla "rete" nel giornale Panorama.it, veniva riportata la notizia della realizzazione di un telefilm, "Operation Turquoise", che a breve apparirà su Canal+, che prende il nome dall'azione di pace dei militari francesi durante il conflitto ruandese del 1994, ma che in realtà servì per consentire la fuga dei principali dirigenti estremisti Hutu che la Francia aveva appoggiato militarmente ed economicamente negli anni precedenti lo stesso conflitto.
Come le poesie di Ungaretti e Montale, o i romanzi di Lussu e Rigoni Stern, ci ricordano il dolore straziante delle due principali guerre mondiali e ci aiutano a riflettere sull'importanza della vita e sulla spesso difficile coesistenza pacifica fra uomini, così anche i film "Hotel Rwanda", "Shooting Dogs", "Sometimes in April" e per ultimo lo stesso "Operation Turquoise" scardinano le invisibili porte delle nostre certezze per riportarci all'incredibile genocidio ruandese, non tanto lontano nel tempo, quasi a ribadire l'esigenza del ricordo e dell'insegnamento di fronte ai continui errori umani!
Proprio per aver presente, nell'aprile del 1994 in Rwanda, il paese più densamente popolato dell'Africa, si consumò una delle più feroci stragi che segnarono la storia dell'uomo, non inferiore alla persecuzione ebraica nazista della II Guerra Mondiale, né per efferatezza e né per proporzioni. In soli tre mesi furono uccise più di 800.000 persone (alcune fonti ne stimarono più di un milione) tra donne, uomini, anziani e bambini. Alla base della strage c'era la divisione etnica tra Hutu, la maggioranza della popolazione ruandese, e Tutsi.
Però, all'originaria separazione etnica tra le principali popolazioni di questo paese africano, si aggiunsero in seguito gli squilibri arrecati dalle potenze europee nella loro corsa alle colonizzazioni, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, in cerca di un nuovo mercato libero e di ricchezze da sfruttare. Inizialmente la maggioranza Hutu rappresentava i contadini che avevano il compito di garantire il sostentamento dell'intera società. I Tutsi erano nobili e guerrieri proprietari di terre e dovevano difendere il paese dalle aggressioni esterne. Nel 1890 la Germania assunse il controllo del territorio, annettendolo all'Impero tedesco fino alla Prima Guerra Mondiale. Poi il paese passò al Belgio fino al 1961, quando in seguito alle violenze etniche, che appunto avevano la complicità delle intercessioni europee, decine di migliaia di Tutsi (si stimano circa 250.000 persone) fuggirono dal paese, che divenne una repubblica indipendente sotto il controllo della maggioranza Hutu, soprattutto verso l'Uganda e il Burundi. Da allora fino quasi ai nostri giorni, la storia del Rwanda è segnata dai continui scontri e dalle numerose morti, entrambi causati dalla volontà dei Tutsi espatriati di rientrare nel paese e dalla resistenza Hutu nei loro confronti.
Proprio la divisione ufficiale tra le principali popolazioni del paese, Twa, Hutu e Tutsi, creata dal Belgio nel 1932, con l'introduzione delle carte d'identità etniche, la riserva dei privilegi e dei posti di comando ai Tutsi da parte dei colonizzatori e la conseguente discriminazione dal potere della maggioranza Hutu, acuirono irreparabilmente l'odio fra le differenti etnie. Non solo, gli europei favorirono ulteriori squilibri appoggiando inizialmente i Tutsi, ma quando il paese, dopo il 1960, divenne una repubblica sotto il controllo Hutu, iniziarono ad aiutare economicamente e militarmente questi senza mediare i conflitti sociali interni al Rwanda. Dopo il 1990 iniziò la guerra civile, fra Tutsi espatriati e Hutu, e i paesi europei, con la Francia in prima linea a favore del partito Hutu, si "affacciarono" nuovamente sul Rwanda favorendo il traffico di armi verso il paese (impressionante, anche per il ruolo di queste armi nelle stragi, l'acquisto di 581.000 machete cinesi da parte degli Hutu attraverso i finanziamenti francesi). Il "Casus belli" del genocidio del 1994, in realtà preparato da tempo, fu l'attentato al presidente della repubblica ruandese, il 6 aprile di quello stesso anno, attraverso il quale vennero accusati i Tutsi dell'accaduto. Così, dal 6 aprile alla metà del luglio del 1994, come precedentemente detto, vennero massacrate sistematicamente più di 800.000 persone e nessuna potenza occidentale, compresa l'O.N.U., intervenne per arrestare il conflitto.
A fronte di questa incredibile strage dei nostri tempi, scoppiata tra il silenzio e l'assenza del mondo occidentale, e dell'ossessiva propaganda mediatica d'istigazione all'odio perpetrata in quella parte dell'Africa, anche attraverso la "Radio Mille Colline", sembra giusto, pure a tredici anni di distanza dall'evento, rispondere con un'altrettanto forte propaganda di riflessione sul dolore, sugli errori umani e sull'uguaglianza fra tutte le genti, anche attraverso le produzioni televisive, nella speranza che la conoscenza e la memoria storica insegnino all'uomo la strada giusta per evitare la guerra con il suo prossimo!
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