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    Predefinito La crisi è strutturale?

    OMNIA SUNT COMMUNIA

    Ricevo e pubblico

    La crisi è strutturale?

    Una vecchia canzone di Gianfranco Manfredi aveva un ritornello simpatico che diceva:
    La crisi è strutturale,
    E’ nata col capitale.
    Sta in mezzo al meccanismo di accumulazione.
    Il riformismo non sarà una soluzione”.

    Si era ancora convinti, correvano allora i primi anni Settanta, che il conflitto principale nel capitalismo fosse quello tra capitale e lavoro. A dir la verità, credo che la stragrande maggioranza dei cosiddetti "comunisti" sia ancora convinta che la contraddizione principale sia quella tra capitale e lavoro, o varianti tardo-terzomondiste (o anche tardo-sottoproletarie alla Pasolini - vi ricordate il geniale “Uccellacci e uccellini” dove il corvo marxista viene mangiato dai sottoproletari Totò e Ninetto?).
    La crisi attuale, se ancora ce ne fosse bisogno, dimostra che così non è. Certamente esiste “anche” la contraddizione tra capitale e lavoro, ma questa solitamente ha un’importanza minore delle contraddizioni “orizzontali” intercapitalistiche tra vari gruppi, gang, mafie, settori, centri di interesse (poteri forti) e Stati (sissignori: anche Stati, che non si sognano per niente di estinguersi, come è sotto gli occhi di tutti).
    La contraddizione tra capitale e lavoro, ma anche tra popoli oppressi e oppressori, può influenzare questi conflitti ed esserne influenzata. Ma la storia degli ultimi 150 anni sembra escludere che essa sia il motore di una ineluttabile trasformazione rivoluzionaria destinata ad inserirsi nei “meccanismi strutturali” di crisi, solitamente pensate come “catastrofiche”.
    Quando rivoluzione c’è stata, c’è stata perché un’organizzazione politica - il Partito - si è inserita coscientemente e soggettivamente in mezzo a dirompenti conflitti intercapitalisti che indebolivano i dominanti e i loro Stati, alla guida di classi e ceti che in quella debolezza vedevano la possibilità di emanciparsi (innanzitutto i contadini poveri e marginali che - è un dato di fatto almeno dai tempi di Thomas Münzer - si sono dimostrati essere sempre più rivoluzionari dei ceti cittadini, moderna classe operaia compresa).

    “Il cammino incomincia, e il viaggio è già finito” (il Corvo di PPP, per l'appunto)

    Credo però che non sia ancora condivisa la consapevolezza che la - sacrosanta - rivoluzione bolscevica sia stata più che una “rivoluzione contro il capitale” una “rivoluzione contro Il Capitale”, come aveva lucidamente capito quasi un secolo fa Antonio Gramsci.
    In realtà non lo aveva forse capito nemmeno Lenin e men che meno lo avevano capito i suoi successori, convinti di stare costruendo il Socialismo - anche Stalin ne era convinto. Come è andata a finire lo sappiamo. E forse il perché adesso lo si può capire meglio, a meno che ci si voglia continuare a consolare straparlando di “dittature burocratiche”, di “tradimenti” o di aspetti “psicopatologici” di Stalin (atteggiamento pericolosissimo perché esprime la indisponibilità a capire e ad essere alla fin fine pronti a ricominciare da capo tutta la tragedia).

    Capitalismo e conflitto

    Il meccanismo di accumulazione non ha in sé il germe della crisi per via di limiti strutturali, che non siano, in ultima istanza, conflitti tra gruppi di potere.
    In altre parole non esiste un meccanismo oggettivo e intrinseco che inceppa il capitalismo. Anche perché sarebbe meglio dire “i capitalismi”, le varie società capitalistiche.
    Ciò può sembrare un’eresia - e sicuramente lo è per il marxismo a partire da Kautski in poi. Ma in realtà è non riconoscere questo che cozza contro l’insegnamento basilare di Marx. Perché se c’è una cosa che il geniale barbuto ha detto a chiare lettere è che ogni meccanismo economico, ogni grandezza economica nasconde in verità un rapporto sociale e che questo rapporto sociale è conflittuale.

    D’altronde cos’è la “sovraproduzione” se non un punto di rottura della concorrenza tra agenti capitalistici? Cos’è la “sovraccumulazione” se non una lotta per la ricerca di profitto di capitali che non possono più essere reinvestiti nei settori precedenti a causa della lotta-concorrenza di cui sopra?
    Certo, sto andando giù con l’accetta, tagliando molti passaggi. Ma è al concetto di “conflitto” che bisogna alla fine, ma alla svelta, arrivare.

    Cos’è una crisi se non una svalutazione di “assets” che danneggerà molti (a partire dai ceti medi e popolari, ma non fermandosi lì) e avvantaggerà pochi, in un redde rationem simile alla notte di S. Valentino?
    La svalutazione di capitali è sempre stata la politica predatoria dei paesi forti contro quelli più deboli. E’ successo in epoca coloniale, ma la recente crisi delle “Tigri asiatiche” aveva alla base lo stesso meccanismo.
    Ora la differenza è che, per usare una metafora, questa guerra di razzia si è spostata all’interno delle stessie nazioni capitalistiche sviluppate. Una sorta di guerra civile.
    I titoli bancari sono sulle montagne russe. Se si guarda l’andamento delle quotazioni di borsa e lo si compara con quello dei volumi scambiati, si nota che c’è sempre qualche speculatore influente che ogni giorno dà inizio alle danze vendendo volumi consistenti di azioni, seguito da una fibrillazione di piccoli risparmiatori in preda al panico, ma che in realtà mobilitano volta per volta piccole quote che i suddetti speculatori sono pronti a papparsi al momento opportuno.
    Attacchi che vanno in una direzione e poi in un’altra. L’altro ieri sembrava che Banca Intesa e Santander fossero gli avvoltoi dietro la catastrofe azionaria di Unicredit, che si diceva essi volessero acquistare. Oggi invece Unicredit è sospesa per eccesso di rialzo mentre Intesa è sospesa per eccesso di ribasso (ma come? se l’altro ieri aveva così tanta liquidità da far pensare ad un Opa ostile su Unicredit?). Che cosa sono queste se non battaglie dove i mutui sub-prime sembrano ormai contare quasi come un fico secco?
    E’ chiaramente solo un’analisi ad “occhiata”, non approfondita, ma che fornisce indicazioni che vanno proprio in quella direzione: una guerra tra gang, dove i boss sono quelli che picchiano più duro (e sono anche disposti, a volte, a rischiare di più).

    Arrivano i nostri! Arriva Lord Keynes!

    Ma se il conflitto è il motore della crisi, che miglioramento possono dare le cosiddette “politiche keynesiane”?
    Certo che è buffo vedere un Tremonti keynesiano di ferro e una sinistra che fino a ieri scambiava il Socialismo con l’intervento statale, o spiazzata come quella radicale, oppure addirittura inviperita e a difesa della “mano invisibile del mercato”.
    Ma non preoccupiamoci: già il centrosinistra sta facendo retromarcia annunciando che è, eventualmente, pronto ad una Grosse Koalition di supporto agli, eventuali, salvataggi statali (il paradosso è che è la Destra che deve convincere la Sinistra a non mettersi di traverso all’interventismo statale).
    Ma non preoccupiamoci per modo di dire, perché invece c’è molto da preoccuparsi. Non tanto perché ci potrebbe essere l’ennesima ammucchiata italiota, ma perché le politiche “keynesiane” (o per lo meno quelle che si insiste a definire “keynesiane”), storicamente hanno risolto molto poco.
    E qui il concetto di “conflitto” entra in gioco col massimo della sua forza.
    Eppure sono in pochissimi - forse il primo, tra i pochissimi, è stato Gianfranco La Grassa, che da tempo pone l’accento sul concetto di “conflitto”- sono pochissimi a ricordare che dopo dieci anni di New Deal il PIL statunitense non era ancora tornato ai livelli di pre-crisi - si sta parlando di quella del ’29 ovviamente - e ci volle una guerra mondiale per risollevare le sorti dell’economia statunitense e globale.
    Fa paura ammetterlo? Sicuramente, ma la paura è pessima consigliera.
    Basta solo la considerazione di cui sopra per mettere sul tavolo della discussione un groviglio di temi e problemi, tutti da dipanare e con fatica perché - occorre ammetterlo - non siamo molto attrezzati per affrontarli, così lenti a disfarci dei vecchi assiomi e della vecchia mentalità.
    Proviamo a ragionare su questa crisi senza le fette di salame ideologiche sugli occhi.
    Proviamo anche solo a riflettere sul fatto che nel ’29 si pensava ad una “crisi terminale” del capitale e che dopo quindici anni gli Stati Uniti, che sembravano in ginocchio, erano diventati i padroni del mondo. Quindici anni, il tempo di un sospiro.
    Certo, avevano vinto una guerra mondiale. Ma come si fa a vincere una guerra mondiale di quelle proporzioni se, almeno formalmente e secondo i parametri della razionalità economica, l’economia è uno straccio?

    Si passa il Rubicone

    Cosa vuol dire allora “economia”? Cosa vuol dire “crisi”?
    E la cosiddetta “questione sociale”?
    Si farà sentire, eccome. E quelli che lo sanno meglio sono “lor padroni”.
    Perché, sennò, “lor padroni” avrebbero dispiegata dal primo ottobre 2008 sul suolo USA una brigata di fanteria, il “First Brigade Combat Team”, una brigata di combattimento che era stata usata in Iraq? Con il compito esplicito, tra gli altri che riguardano il solito “pericolo terrorista”, di “affrontare disordini civili e controllare le folle” e quindi infrangendo il Posse Comitatus Act - una legge tuttora in vigore formalmente - che proibisce un simile uso delle forze armate in ambito interno.
    Come si inserisce la “questione sociale” nell’economia, nella crisi, nei conflitti, nella questione policentrismo-monocentrismo?
    E, soprattutto, cosa avremo da dire noi, in quel momento? Possiamo ancora gingillarci col sogno della “classe che ha da perdere solo le proprie catene”?
    Quale classe? Quali classi? E con che soggettività?
    Mi ricordo che molti anni in Africa fa uno stregone aveva lanciato i guerrieri di una tribù contro gli invasori bianchi. Proposito ammirevole e condivisibile (anche perché erano - se non mi sbaglio - dei sadici mercenari). Ma quello che non andava è che li aveva convinti a lanciarsi contro i mitra con le sole lance perché aveva dato loro una pozione magica che li rendeva invulnerabili.
    Fu una strage.

    Vade retro chi, in buona o cattiva fede, continua a raccontarsi storie e, peggio, a raccontarle agli altri.
    Io non ho più intenzione di farlo. Anche se le storie sono belle.

    Piotr

    ARDITI NON GENDARMI

  2. #2
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    L'hanno pubblicato su RipensareMarx. Un bel pezzo!! L'ho messo qui (Il crack di Lehman Brothers) oggi...

  3. #3
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    Chiacchiere!
    Le contraddizioni dell'epoca dell'imperialismo restano fondamentalmente le tre ben conosciute:
    A) Borghesia e proletariato;
    b) Contraddizioni intercapitaliste;
    c) Cntraddizioni tra paesi imperialisti e paesi dipendenti, semicoloniali e coloniali.
    Il nostro Piotr, oltre a diffamare Lenin, Stalin, l'URSS e le esperienza di primi paesi socialisti, non fa altro che chiacchiere e non offre alcun tipo di soluzione alternativa.
    Ah! A proposito diffama anche Marx ...

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da carre Visualizza Messaggio
    Chiacchiere!
    Le contraddizioni dell'epoca dell'imperialismo restano fondamentalmente le tre ben conosciute:
    A) Borghesia e proletariato;
    b) Contraddizioni intercapitaliste;
    c) Cntraddizioni tra paesi imperialisti e paesi dipendenti, semicoloniali e coloniali.
    Il nostro Piotr, oltre a diffamare Lenin, Stalin, l'URSS e le esperienza di primi paesi socialisti, non fa altro che chiacchiere e non offre alcun tipo di soluzione alternativa.
    Ah! A proposito diffama anche Marx ...
    Permettimi di dissentire, sia per il metodo, sia per il contenuto del tuo messaggio.

    Nel metodo, in quanto mi sembra che le tue accuse ("Chiacchiere!", "diffama", etc.) siano veramente fuori luogo, soprattutto perché stiamo parlando di un compagno serio e preparato, cosa che si capisce anche non conoscendolo personalmente.

    Nel contenuto, in quanto le contraddizioni che citi possono essere parte integrante di questa fase del capitalismo, ma non le uniche.

    Permettimi di dire che quando scrivi mi pare che tu abbia già tutte le convinzioni e le certezze di chi ha una Sacra Bibbia da difendere e, di conseguenza, vede apostati e nemici della fede (o del popolo, nel tuo caso) dappertutto.

    In amicizia.

  5. #5
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    No, la crisi non è strutturale. La crisi è salutare.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Tambourine Visualizza Messaggio
    No, la crisi non è strutturale. La crisi è salutare.
    Per la riproduzione capitalistica sì.

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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Per la riproduzione capitalistica sì.
    Non è detto. Non credo che si possa puntare ancora ad una politica che vada a sostenere in consumi in questa fase di crisi energetica, ambientale ed etica (differenziali di reddito tremendi). Potrà essere salutare se l'alternativa diverrà concreta.

  8. #8
    COSTRUIRE IL COMUNISMO!!
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    Predefinito G7

    11/10/2008 G-7 Pledges to Take `All Necessary Steps' to Stem Global Financial Crisis



    Oct. 11 (Bloomberg) -- Group of Seven finance chiefs, meeting after stocks plunged and as a global recession looms, vowed to prevent the collapse of major banks while failing to unveil new initiatives for thawing credit markets.
    ``The current situation calls for urgent and exceptional action,'' the finance ministers and central bankers said in a statement after talks in Washington yesterday. They pledged to ``take all necessary steps to unfreeze credit and money markets'' without detailing how that would be accomplished.
    Signaling they would intervene to avoid a repeat of last month's collapse of Lehman Brothers Holdings Inc., the officials promised to ensure major banks have access to cash and are able to tap public funds for capital. By refraining from specific fresh measures such as embracing a U.K. plan to guarantee loans between banks, they still run a risk of disappointing investors.
    ``They've seen what Lehman did and the repercussions,'' said Jeff Pantages, chief investment officer at Alaska Permanent Capital Management in Anchorage, which oversees $2 billion. ``If you're a bondholder, you've got to feel better. If you're a shareholder, you're not so sure.''
    A sign of the strains: The G-7 ministers today met with President George W. Bush, an echo of former President Bill Clinton's visit with the group in 1998 amid the Russian debt default and collapse of hedge fund Long Term
    ``This is a serious global crisis and therefore requires a serious global response,'' Bush said at the White House. The Group of 20, which includes emerging markets such as Russia and China, convenes later.
    Lehman's downfall precipitated the latest chapter of the 14- month crisis, causing banks to stop lending to each other out of concern they may not get their funds back. The G-7's willingness to now back ``systematically important financial institutions'' may provide some relief for Morgan Stanley, whose stocks and bonds dropped this week on concerns for its health.
    Bank Discussions
    U.S. Treasury Secretary Henry Paulson said no bank was singled out in the discussions yesterday.
    The policy makers from the U.S., Japan, Germany, U.K., France, Canada and Italy met after stock indexes this month plunged more than 20 percent from Japan to Europe to North America.
    That left them under pressure to roll out new policies and adopt a united front to quell the panic in markets after their previous steps failed to do so and appeared disjointed. Instead, they outlined principles for all nations to follow.
    Measures taken should protect taxpayers and avoid ``potentially damaging effects on other countries,'' the group said. In the past month, some European governments have taken unilateral actions to increase bank-deposit guarantees, spurring concern that savers would drain cash from nations with less protection.
    Paulson said it would be ``naive'' to think that different economies in different circumstances could come up with the same policy paths.
    Emergency Actions
    In the past two weeks, global central banks executed emergency interest-rate cuts and pumped more cash into markets, the Federal Reserve said it would buy commercial paper, European governments bailed out banks and the U.K. and U.S. said they would start taking equity stakes in financial companies.
    Money markets remain gridlocked even so, with the three-month London interbank offered rate climbing to 4.82 percent yesterday, a record premium over the Fed's benchmark rate. The seizure spurred British policy makers to propose a program to backstop loans between banks.
    G-7 officials shied away from copying the U.K. idea, which would either turn central banks into clearing houses for banks' loans or have governments back the obligations.
    The jump in borrowing costs and restricted access to credit prompted Merrill Lynch & Co. to predict the G-7 economies next year will be the weakest since 1982.
    Stock Slump
    U.S. stocks fell for an eighth straight day yesterday, with the Dow Jones Industrial Average capping its worst week since 1914. The MSCI World Index of equities in 23 developed countries slid 20 percent this week, the most since records began in 1970.
    Policy makers expressed confidence that investors will ultimately recognize the scale of initiatives under way, including a new U.S. plan to buy stocks in a ``broad array'' of financial companies.
    ``We have taken a lot of actions,'' European Central Bank President Jean-Claude Trichet said. ``It is normal that there is a maturing process.''
    Paulson signaled his top priority is to start buying financial stocks as soon as he can. ``This is a plan that I'm quite confident will work,'' he said. The Treasury chief also said ``we have more to do in the liquidity area.''
    The American plan follows U.K. Prime Minister Gordon Brown's 50 billion pound ($87 billion) program that will partly nationalize at least eight lenders and provide 250 billion pounds of loan guarantees.
    Canadian Plan
    Canada's government yesterday moved to shore up its banks by saying it will buy as much as C$25 billion ($21.6 billion) in mortgages from them. German Finance Minister Peer Steinbrueck and Bundesbank President Axel Weber said they're working on a package of measures to rescue banks that'll be revealed before markets open next week.
    ``The situation in financial markets is demanding unusual and far-reaching decisions from all policy makers,'' Weber said.
    ``There is no alternative to these measures because banks have come under strong pressure.''
    European leaders will go beyond the G-7's agreements in shaping their own rescue package when they meet tomorrow in Paris for a second summit in as many weekends, French Finance Minister Christine Lagarde said. Europe's governments just a few weeks ago questioned the need for a strategy, arguing their banks were sound.
    While the G-7's joint statement made no mention of currencies, Trichet said the group viewed excess volatility in exchange rates as detrimental and urged China to allow faster gains in the yuan.
    Unprecedented Public Split
    Rifts within the G-7 were exposed on two fronts yesterday.
    Lagarde blamed the U.S.'s decision to let Lehman go bankrupt for precipitating the crisis, while Italian Finance Minister Giulio Tremonti rejected a draft statement for being ``too weak.''
    The 266-word text that won his blessing was shorter than the original and aimed at wielding ``a strong psychological impact,'' Lagarde said.
    To contact the reporter on this story: Simon Kennedy in Washington at skennedy4@bloomberg.net

    www.bloomberg.com
    G-7 Pledges to Take `All Necessary Steps' to Stem Global Financial Crisis

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Tambourine Visualizza Messaggio
    Non è detto. Non credo che si possa puntare ancora ad una politica che vada a sostenere in consumi in questa fase di crisi energetica, ambientale ed etica (differenziali di reddito tremendi). Potrà essere salutare se l'alternativa diverrà concreta.
    Sì, ma non mi pare che ci siano alternative serie in campo...

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Sì, ma non mi pare che ci siano alternative serie in campo...
    Ci sarebbero. Ma peccano di utopismo, per ora...

 

 
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