Il Nobel all’economista a una dimensione.
Il vincitore dell’edizione 2008 è Paul Krugman, 55 anni, docente a Princeton ma, soprattutto, titolare di una rubrica sul New York Times che, in otto anni, ha trasformato nella più irriducibile trincea anti-Bush.
Il paragone con Pancho Pardi, forse, sarebbe irriguardoso. Ma renderebbe l’idea.
L’estremismo alla fine ha pagato. L’Accademia di Svezia ha votato a favore dei democratici.
Non diversamente dal 1976 quando aveva premiato Milton Friedman, il padre del liberalismo moderno.
In quel momento in Gran Bretagna già regnava Margarteh Thatcher.
Gli Stati Uniti si preparavano all’arrivo di Reagan.
Non si può dire che a Stoccolma manchino di fiuto politico. Ancora l’anno scorso avevano premiato, fra gli altri, Roger Myerson, l’ultimo dei Chicago boys, allievo di Friedman.
Ora, a tre settimane dal voto per la Casa Bianca incoronano Krugman.
Una sorta di investitura per Obama anche se, per la verità, il professore, fino all’ultimo aveva fatto il tifo per Hillary.
Più che prevedere il crollo delle grandi banche Krugman, in questi anni, ha alimentato la protesta contro i repubblicani.
Ha cominciato quando Bush junior era ancora piuttosto popolare.
Ora raccoglie i frutti in termini di popolarità. Nel 2003 Lyinginponds.com, un sito che misura il livello di polemica fra i grandi editorialisti, metteva Krugman al secondo posto.
L'Economist documentava come gli attacchi del professore di Princeton, che aveva avuto fra i suoi collaboratore, fossero tutti contro i repubblicani.
Quasi mai contro i democratici.
Recentemente il Wall Street Journal, in un durissimo attacco alla gestione delle megafinanziarie immobiliari pubbliche Fannie Mae e Freddie Mac, indubbiamente cruciali nella formazione della bolla immobiliare americana, ha attaccato anche Krugman, perchè le aveva difese.
Qualche guaio è venuto in passato anche dalle consulenze offerte nel ’99 alla Enron, fallita due anni dopo.
Era un monumento alla finanza creativa.
Fece un botto che , a confronto, quello di Tanzi e Cragnotti, avvenuto poco dopo, sembrò un colpo di fionda.
Ma sono cose vecchie. Krugman ha spiegato il proprio ruolo marginale e non compromettente.
È stato fra i primi a indicare un anno fa la necessità per gli Stati Uniti di un «nuovo New Deal» e il Nobel che gli è stato decretato si inserisce quindi perfettamente nel clima dominante oggi negli Stati Uniti dopo la pesantissima crisi finanziaria precipitata un mese fa. Nelle scelte fatte a Stoccolma ha prevalso lo spirito del tempo.
Un Nobel per Obama quindi?
Certamente un bel sostegno. Un intervento di peso anche se l’appoggio fornito a Hillary sembra precludere a Krugman la possibilità di partecipare ad un eventuale governo Obama. Ben altra sarebbe stata la sua collocazione se avesse vinto Kerry. Gli americani, però, nel 2004 preferirono Bush.
Quattro anni di opposizione conclusi con un Nobel. Per il professore, comunque, una bella consolazione.
Nino Sunseri www.libero-news.it 14 10 08
saluti




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