Rassegnamoci, lo stato avrà un ruolo sempre maggiore, se non pervasivo, nelle cose economiche.
In primis nelle banche.
E’ questo il portato della crisi finanziaria. Prendiamone atto.
Osserviamo, piuttosto, come viene declinata questa tendenza.
La Gran Bretagna e gli Stati Uniti stanno affrontando la tempesta con una concezione statalista che pareva presso di loro sepolta.
In Germania riemerge il dna mercantilista e in Francia il colbertismo.
I costi, comunque, ricadranno sui bilanci statali, quindi sui contribuenti.
Il piano italiano, volto a garantire la liquidità e a tutelare i risparmiatori, brilla per la sua chiarezza nel rapporto fra potere politico e potere economico bancario, e per la sua correttezza nei riguardi del contribuente.
Infatti non vengono stanziati fantastilioni a favore delle banche, né il governo
ha in programma di acquistare azioni, salvo nel caso estremo in cui ciò fosse indispensabile (con conseguente commissariamento dell’istituto di credito).
La liquidità alle banche viene fornita soprattutto tramite la Banca d’Italia, che darà agli istituti titoli del debito pubblico a breve facilmente negoziabili, cioè quasi moneta, in cambio di loro titoli di più difficile collocamento.
Inoltre si garantiscono i depositi nelle banche dei risparmiatori, in aggiunta al fondo interbancario di garanzia.
C’è poi la disponibilità a garantire prestiti interbancari, ove ciò fosse richiesto per accrescere la disponibilità di fondi liquidi.
Non un euro esce dal Tesoro, per ora.
A differenza di ciò che gli altri fanno al di qua e al di là dell’Atlantico, quindi, non si ripudia l’economia liberale, basata sulla distinzione di compiti fra lo stato e il mercato.
Editoriale su www.ilfoglio.it 15 10 08
saluti




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