NON SOLO DONNE
di Barbara Saltamartini

tratto da www.impegnosociale.eu

Il partito unico del Centrodestra è all’orizzonte. Il Pdl si è affermato ormai come soggetto politico, anche se si realizzerà come formazione solo al termine del necessario processo costituente. Esistono, tuttavia, alcuni aspetti su cui è importante fermarsi a riflettere.
Un nuovo partito è anche un nuovo riferimento culturale e morale per il Paese, una casa comune dove la ricchezza dei pluralismi trovi accoglienza e dove il consenso sia la naturale conseguenza del radicamento e della capacità di ascolto. Uno strumento – se così vogliamo definirlo – per promuovere emancipazione, per coltivare una visione che si proietti nel futuro, un futuro senza “caste” e che appartenga a tutti, nessuno escluso. Se questo è il progetto verso il quale ci incamminiamo, per noi donne del Centrodestra diventa fondamentale riflettere su quali presupposti questa nuova formazione sarà in grado di crescere e svilupparsi.
Partiamo da una premessa semplice ma fondamentale: il Pdl dovrà essere un partito comune, di uomini e donne. Un partito dove la cittadinanza politica femminile sia una realtà e il governo femminile della politica non sia più un’utopia. Si dirà: il solito discorso delle pari opportunità e delle quote rosa. Intanto, parlare di pari opportunità vuol dire parlare di libertà e di modernità. Vuol dire investire sull’autonomia della persona, sul rispetto delle scelte di vita, su una logica lungimirante di solidarietà e di inclusione. Vuol dire – anche – dare impulso alla crescita e alla competitività del Paese, come molte donne hanno cominciato a fare. Emma Marcegaglia alla guida di Confindustria, Federica Guidi, leader dei giovani di Confindustria, Renata Polverini, prima donna segretario generale di un Sindacato, l’imprenditrice Diana Bracco, presidente di una delle più importanti società farmaceutiche in Italia, Daniela Viglione, presidente e amministratore delegato dell’agenzia di stampa Agi, e Flavia Perina, direttore del Secolo d’Italia, ben rappresentano un cambiamento ormai decisamente in atto. Una transizione verso un modello sociale in cui la diversità è ricchezza e le peculiarità femminili possono costituire quella marcia in più in grado di restituire slancio all’intero sistema. Una “rivoluzione silenziosa” contrapposta al clamore che una donna alla presidenza degli industriali italiani suscita ancora su tutti gli organi di stampa, troppo spesso attenti più al glamour dello stile che alla solidità dei contenuti. D’altro canto, solo quando le donne godono di una piena autonomia - civile, economica, culturale, sociale – ritornano ad essere anche mogli e madri, senza dover compiere scelte innaturali e mutilanti, senza rinunciare a quel patrimonio di valori, sensibilità, affetti che per esse costituisce una risorsa irrinunciabile e non un peso di cui disfarsi. Un dato di fatto che dovremmo sempre tenere a mente e che ci porta mille miglia lontano da quel femminismo autoreferenziale, da quell’inconciliabilità sinistroide tra ruoli familiari e affermazione personale che non ci appartiene e non ci apparterrà mai.
Dunque, un partito nuovo di uomini e donne. Ma per fare questo occorre affrontare il nodo centrale che tuttora permane alle radici della disuguaglianza di genere. L’intera questione della sottorappresentanza femminile rischia di essere travisata oggi da un errore di fondo: le donne non sono una presenza marginale, un sottogruppo, una minoranza da proteggere ed integrare. Se, dunque, la politica non concede loro una piena cittadinanza, vuol dire, innanzitutto, che qualcosa non funziona nella democrazia. E questo “qualcosa” sono le tessere fondamentali di ogni meccanismo inclusivo e di partecipazione: i diritti. Diritti gridati a gran voce, divenuti slogan vuoti di contenuto e strumentalizzati per campagne mediatiche rivolte a tutt’altra finalità. E, invece, le differenze permangono, complice una mentalità votata ad un egualitarismo nocivo e improponibile. Laddove le condizioni di partenza sono davvero paritarie, le donne si affermano senza problemi. Laddove la meritocrazia non è una parola vuota di significato, la componente femminile è in grado di farsi valere. Ma c’è dell’altro.
In un momento in cui la politica versa in una grave crisi di credibilità e di riconoscimento, forse mai come ora il ruolo delle donne può diventare strategico per riavvicinarsi alle esigenze della società. Per fare questo, tuttavia, occorre un passo in avanti. Occorre vincere quella che noi chiamiamo la “solitudine delle donne”. Il gentil sesso in politica ha dimostrato di avere tutte le capacità per saper far bene. Ma la maggior parte delle donne – e specialmente le donne al potere – sono sole. Donne simili, fortemente legate da sensibilità comuni, ma incapaci di rafforzarsi per qualità e quantità. Di fare squadra. Di più: di allearsi in una “massa critica”, scardinando le strutture, esprimendo il cambiamento. Mi riferisco ad un’alleanza che rompa gli stereotipi, che apra la via ad una legittimazione più ampia, un modo di rappresentarsi e rappresentare oltre i tradizionali canali dell’impegno femminile.
Ed ecco la nostra proposta, anche perché – direbbero alcune – aspettare stanca. Sediamoci intorno ad un tavolo in una grande conferenza programmatica, invitiamo le rappresentanti delle istanze civili e sociali a cui la politica – la nostra politica – vuole dare una risposta. Confrontiamoci sul nuovo soggetto partitico che sta nascendo. Ragioniamo insieme su principi e soprattutto sui contenuti. Non un manifesto “rosa” per il Partito del Popolo della Liberta ma una piattaforma politica vera, declinata coraggiosamente dalle donne del Centrodestra. Senza ideologismi e senza rivendicazioni. Con la passione delle idee che travalicano la rigidità degli apparati. E con l’ambizione – questa sì storica - di poter non essere più “figlie di un Dio minore”.


Barbara Saltamartini
www.impegnosociale.eu