La protesta dei giovani
L’incomprensione dei movimenti che agitano la società quando meno te lo aspetti è un tratto caratteristico di molti, soprattutto di quelli che si sono formati nel ciclo di lotte precedenti, in particolare nell'"epico ciclo" che va dal 1968 al 1977.
È normale ed anche naturale che dopo anni di vuoto culturale ed ideale non si sia disposti a dare credito ai periodici sussulti che agitano il mondo giovanile - a fasi cicliche - e che quasi ogni autunno ci hanno abituato ad un rituale un po' stanco, fatto di occupazioni e di cortei vocianti, i quali con il Natale si spengono contemporaneamente all’accensione degli alberelli.
Però, a forza di gridare "al lupo al lupo!", poi magari il lupo arriva davvero e tutti gli analisti, che abbondano nel mondo del gruppettarismo politico italiano, rimangono a bocca aperta e cercano di rincorrere il treno che ha già lasciato la stazione.
Ora non vogliamo essere noi a dare giudizi affrettati e fuori luogo sulle mobilitazioni studentesche di questi giorni, che sembrano acquistare vigore e consenso ogni giorno che passa, però ci permettiamo di consigliare in modo altrettanto fermo di non calare premature bocciature del fenomeno, come alcuni stanno facendo.
È vero che allo stato attuale la rivolta non è politicizzata in senso "ideologico" o "politicista" - dipende dai gusti -, ma questi sono schemi vecchi che devono fare i conti con almeno 25 anni di depoliticizzazione dei conflitti, che non si risolvono con la bacchetta magica; è altrettanto indubbio che le rivolte giovanili, anche nel '68 e ancor più nel 1977, non partirono da grandi paradigmi teorici, ma da bisogni e da una vaga (ma forte!) voglia di cambiamento, che, strada facendo, diventò più politica... In sostanza, si politicizzò nella prassi.
Oggi il bersaglio è la riforma Gelmini, ma dietro questo progetto di tagli alla scuola ed all’università incombe il problema della crisi economica e finanziaria, la quale, a detta dei massimi esperti di economia mondiale, pare essere una delle peggiori dal 1929. Una nuova generazione di giovani ha intuito in modo prepolitico che loro saranno quelli che dovranno pagare i costi di questa crisi, nei termini di ridotta possibilità di accesso all’istruzione, di sicura esclusione dal mondo del lavoro e, in generale, di esclusione dalla società così come è stata concepita dal dopoguerra sino ad oggi.
In più c'è la netta percezione che il cumulo di promesse costruito intorno al mito della società capitalistica in salsa neoliberista, dell’illimitato sviluppo del benessere, sia in realtà un incubo che può rappresentare per molti la fine del futuro.
Il panorama è quindi talmente fosco che i giovani - da sempre con le "antenne più sensibili" - hanno capito che il grande imbroglio ricadrà sulle loro spalle e si mobilitano nei modi e nelle forme che conoscono meglio, spontaneamente, senza gabbie ideologiche. Dimostrazione ne è il riuscito sciopero generale del 17 ottobre: da anni non si registrava una così forte presenza della componente studentesca ai cortei dei lavoratori!
Non mancano ovviamente gli avvoltoi in questo momento di formazione del nuovo movimento, in primis il PD, che cerca di strumentalizzare il fenomeno in chiave squisitamente antigovernativa e che, chiaramente, limita il problema all'adozione della legge Gelmini, quando sappiamo tutti che la scuola pubblica italiana è stata distrutta da decenni di tagli, di clientele, di mancanza di politiche scolastiche, imputabili in egual misura sia al centrosinistra che al centrodestra. Berlinguer docet.
Quindi, finché la protesta studentesca si fermerà all’opposizione alla Gelmini, il PD sarà della partita, ma se dovesse andare oltre è facile vaticinare un allineamento tra PD e PDL, sul modello del compromesso storico DC-PCI del 1978.
La parola d'ordine degli studenti in lotta - “la vostra crisi non la paghiamo noi" - fa intendere che l'analisi dei giovani non è poi così approssimativa come si vuol far credere. Fa capire che si vorrebbe andare oltre la critica ad un provvedimento, per investire un intero modello di società della responsabilità del fallimento: questo sarebbe il modo corretto di procedere, ma la difficoltà di mantenere un movimento di massa "trasversale" e senza un progetto politico di lunga scadenza mobilitato, oltre un singolo obiettivo, è tutta da risolvere e solo i prossimi mesi ci potranno dire dove andranno a parare.
Dalla loro i giovani, hanno una fase di profondo ripensamento di categorie che fino a pochi mesi fa sembravano inattaccabili (il progresso economico, il ruolo salvifico della globalizzazione e del libero mercato, lo scientismo quale fondamento della società, il denaro in quanto valore in sé) e che oggi sono soggetti a giusta e doverosa critica anche da chi, fino a pochi anni fa, ne tesseva le lodi…
Non siamo certo di fronte ad una cosciente presa di posizione anticapitalista e forse neppure ci si arriverà, ma la cornice e l’humus culturale permette oggi, dopo decenni, di scuotere dalle fondamenta quelle che in molti credevano certezze e che stanno evaporando assieme a tanti titoli di carta…
In conclusione, proprio la trasversalità del fenomeno, la sua spontaneità ed il suo elevato spirito comunitario, dove per Comunità si intende la coscienza che si è tutti nella stessa barca e che si può ottenere un risultato solo restando uniti e solidali, è forse una possibile novità rispetto al passato.
Ovviamente le incognite sono molte, non ultima la furbizia del Governo nel capire che forse è meglio ritirare un provvedimento come fecero i francesi con il CPE, rispetto a rischiare di trovarsi un nuovo Movimento, che con il tempo potrebbe alzare la posta. Chi vivrà vedrà. Noi, intanto, siamo con i ragazzi che protestano.
Comunità Comuniste




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Le dichiarazioni del premier Silvio Berlusconi lasciano a dir poco esterrefatti. Gli studenti universitari che protestano per difendere il futuro proprio e dell'università si sono sentiti dire di tutto in questi giorni.