....e di D'Alema

Questa è la storia di Giovanni, prima ottimista
e poi disperato cittadino di sinistra,
uomo forse separato e con figli
grandi che la sera delle elezioni del 2006
torna a casa dal lavoro, solo, e nell’attesa
del risultato si prepara un piatto di spaghetti
pomodoro e basilico.
Però l’aglio è leggermente ingiallito, così il soffritto non
viene buono, c’è quel retrogusto un po’
passato, e Giovanni lo prende come un segno
negativo. Tutti noi lo facciamo (se riesco
a prendere quel taxi al volo vuol dire
che lui mi ama ancora, se smette di piovere
fra cinque minuti troverò casa, se la
bambina mi abbraccia adesso allora andrà
tutto bene), interpretiamo i segni.

In questo pamphlet di Riccardo Barenghi,
ex direttore del Manifesto, editorialista
della Stampa, famoso anche per la rubrica
Jena, c’è la storia di Giovanni e della
morte, Barenghi la chiama proprio così,
della sinistra. “Eutanasia della sinistra”
(appena uscito per Fazi) interpreta tutti i
segni, quelli veri, guarda il paese attraverso
gli occhi di Giovanni, elettore tipo
che prende il Maalox, lo Xanax e un whisky
prima di dormire, e attraverso l’analisi
spietata di un commentatore politico cinico
ma appassionato, per niente fiducioso
nel futuro, per niente convinto da Walter
Veltroni: “Non basteranno la manifestazione
d’autunno e una petizione per salvare
il paese da quello (Berlusconi, ndr)
con cui fino al giorno prima voleva riformarlo.
Non ci crede lui (Walter) e non ci
credono i milioni di persone che, nonostante
tutto, hanno continuato a votare il
centrosinistra e che probabilmente lo voteranno
ancora. Molti di loro saranno anche
in piazza il 25 ottobre, per sentirsi ancora
vivi, per illudersi di esistere. Ma dopo
un giorno, forse due, al massimo tre,
tutto tornerà come prima. Perché anche
loro, come Giovanni, hanno staccato la spina
che teneva in vita la sinistra”. Hanno
sbagliato tutti, e molto ha sbagliato Veltroni,
che non ha saputo aspettare e ha
creduto di essere in America e di poter
vincere con il modello americano, democratici
contro repubblicani.

Un errore dietro l’altro, a partire però
da Romano Prodi premier, con Giovanni
ormai sull’orlo del suicidio, che a un certo
punto, parecchi mesi fa, si risveglia grazie
a Beppe Grillo e al suo Vaffanculo (per
dire come si stava messi). Più o meno in
quel periodo, il primo gennaio 2008, Barenghi
incontra D’Alema che porta il suo
cane Lulù a spasso per i giardinetti di
Viale Mazzini. Fanno due chiacchiere, il
governo rischia di crollare da un giorno
all’altro.
“Ci vorrebbe uno scatto… ci vorrebbe insomma un leader della coalizione”,
dice D’Alema.
Ma non c’è Prodi? “Sì appunto, c’è Prodi e invece ci vorrebbe un
leader…”.
Tutto il romanzo di Giovanni, cioè il pamphlet sulla morte del centrosinistra,
è adornato di meravigliose cattiverie
di Massimo D’Alema (ma ci sono retroscena
perfidi per tutti). Perfino un’ipotesi
suggestiva, ovviamente inventata da
Giovanni. Visto che D’Alema, dopo la
sconfitta elettorale del 2008, dice le cose
come stanno, cioè abbiamo perso ed è
inutile fingere che non sia così, abbiamo
commesso molti errori, Giovanni si chiede:
“Ma perché non l’ha detto prima, perché ha lasciato che Veltroni facesse tutto da solo, portandoci tutti allo sbaraglio?”.
Le risposte possibili sono due, una buona
e una cattiva. Sorvoliamo su quella buona.
“La risposta cattiva, ma giusta, dice invece
che D’Alema è stato zitto perché sapeva
che tanto nulla avrebbe cambiato il risultato
e che, quindi, tanto valeva sedersi
sulla riva del fiume e aspettare che passasse
il cadavere del suo nemico.
E infatti il cadavere, alias Veltroni, passa, ma
D’Alema non lo seppellisce, anzi lo rianima,
lo tiene in vita.
Gli serve ancora che Walter resti al suo posto fino a nuovo ordine,
magari le europee dell’anno prossimo.
Gli serve perché non ha ancora un’alternativa
pronta, deve costruirla… prepara le basi per il suo ritorno in campo, magari
non da attore protagonista ma certamente
da regista”.
La più bella immagine di D’Alema, comunque, in questa dettagliatissima
cartella clinica della sinistra
(in copertina, tra l’altro, c’è il disegno di
una flebo), è di un po’ di anni fa, 1995: a
Gallipoli, durante le regionali, D’Alema
doveva mettere in mare la sua prima barca,
ma “la drizza della randa” (troppo difficile
per chi non va in barca) si incastrònell’albero maestro.
D’Alema salì fin lassù, a venti metri da terra, con un coltello tra i denti.
Purtroppo Barenghi non aveva la macchina fotografica. Ce l’aveva invece
chi ha immortalato D’Alema, l’estate scorsa, mentre cade da un gommone.

Annalena Benini www.ilfoglio.it 22 10 08

Bello, ma scritto prima della "tragica impotenza" che sta uccidendo politicamente il leader Massimo.
Vedi Brunetta

saluti