Spesso i Repubblicani vanno in confusione e si muovono in ordine sparso. Le elezioni presidenziali di questo novembre ricordano in molti punti quelle analoghe del 1996. Allora il "favourite son" del partito era l'ottimo Newt Gingrich, il quale però in quel momento godeva di scarso appeal avendo forzato la mano, a sue spese, sull'impeachment a Clinton. Per non bruciarsi la carriera Gingrich decise di non candidarsi dopo un lungo tergiversare. A quel punto il GOP sembrò essersi ridotto ad una gabbia di matti. I liberisti reaganiani che spingevano per Forbes, la destra religiosa che appoggiava a gran voce Buchanan, inviso però ai moderati del partito. Costoro puntavano le loro carte su Colin Powell, un indipendente vicino al GOP, che aveva un fortissimo seguito popolare. Powell sembrò in un primo momento accettare la candidatura, poi si rifiutò. Allora ai Repubblicani, presi in contropiede, non rimase che l'anziano senatore Bob Dole. Questi, con grande sforzo riuscì a ricompattare il partito attorno a sè e a recuperare lo stesso Powell. Tuttavia non bastò ad evitare la sconfitta che arrivò puntuale.
Sostituiamo ora Forbes con Romney, Buchanan con Huckabee, Dole con McCain e abbiamo chiaro il quadro della situazione. Allora come oggi il miglior Repubblicano sulla piazza, Gingrich, è fuori dai giochi. Allora come oggi Powell costituì un elemento di disturbo per l'agenda conservatrice (contrastandola prima dall'interno e oggi fuori del partito). Allora Dole perse la partita perchè nonostante la competenza e la serietà riconosciute venne unanimamente considerato un candidato "vecchio" e "grigio". Giudizi che purtroppo sembrano calzare a pennello allo stesso McCain.




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