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Discussione: Osservatorio Balcani.

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    Il male del Kosovo
    11.11.2008 Da Mitrovica, scrive Tatjana Lazarević [Srpski]

    Proiettile all'uranio impoverito Il dottor Nebojša Srbljak, fondatore dell'Ong "Angelo misericordioso", con sede a Mitrovica, denuncia l'aumento di tumori maligni in Kosovo, in particolare del carcinoma polmonare, collegando il fenomeno all'utilizzo dell'uranio impoverito durante i bombardamenti Nato del '99
    Sul territorio del Kosovo, in base ai dati accessibili, 113 località sono state colpite nel 1999 dalle forze Nato con munizioni all'uranio impoverito. Inoltre, stando ai dati e alle ricerche sul campo di varie organizzazioni, non è confermato che questi luoghi siano stati bonificati nel periodo successivo al conflitto. Gli abitanti del Kosovo più consapevoli delle conseguenze dell'utilizzo di tali munizioni sono molto preoccupati, perché sono convinti che l'uranio sia filtrato nella catena alimentare. L'organizzazione non governativa "Milosrdni andjeo" (Angelo misericordioso), di Mitrovica si occupa già da 7 anni dello studio di questo problema. Il principale esponente di questa organizzazione è anche il suo fondatore, l'internista Nebojša Srbljak, il quale sostiene che nella regione è in atto una vera “esplosione” di tumori maligni, e che questa sia conseguenza diretta dell'utilizzo di proiettili all'uranio impoverito.

    Come mai un internista coinvolto nella vicenda dei tumori maligni?

    Perché, come medico, sono stato sopraffatto dalle cifre spaventose che ho trovato nel 2001, quando sono tornato a Mitrovica da Belgrado dopo essermi specializzato, e ho visto l'enorme numero di carcinomi di recente scoperta riscontrati in loco. Allora i colleghi non vi hanno dato un grande peso. Tuttavia, in una breve analisi di un mese, con l'aiuto di alcuni colleghi siamo giunti alla preoccupante scoperta che i tumori maligni erano cresciuti di oltre il 200%, ovvero che il numero di malati è salito da un livello annuo dell'1,9% al 5,2%. E' stato poi scioccante notare il drastico spostamento della fascia d'età in cui si manifestano i casi di tumore, e un picco di casi tra la popolazione giovane, sotto i 50 anni. Abbiamo notato che il male colpisce maggiormente uomini tra i 20 e i 50 anni. Parliamo della popolazione a nord del fiume Ibar, perché in quei primi giorni dopo i bombardamenti, solamente gli abitanti del Kosovo settentrionale hanno potuto usare i servizi sanitari dell'ospedale di Mitrovica, in quanto i serbi che si trovavano a sud dell'Ibar non potevano spostarsi per motivi di sicurezza.

    Lei parla di una crescita del 200%. In base a quale periodo precedente viene calcolato questo balzo?

    Il dottor Srbljak Parlo del '97-'98. Poi c'è stata la guerra, nel '99. Abbiamo messo a confronto i dati di questi due anni con il '99, e nel 2000–2001 abbiamo eseguito un primo studio. Prendendo il biennio '97-'98 come riferimento, abbiamo visto che il picco del carcinoma polmonare si registrava tra i pazienti di 72-75 anni, così abbiamo costituito un gruppo con questi pazienti, mentre dal '99 al 2000 il picco era sceso attorno ai 45 anni, registrando così uno spostamento drastico. Il tasso di malati di carcinoma polmonare nel '97 nell'ospedale di Mitrovica era del 2,6%, nel '98 1,7%, nel '99 4,00% e nel 2000 del 22%! Un'enorme crescita è stata registrata anche in urologia, da 1,6% nel '97 al 16% nel 2000. L'aumento del numero di pazienti malati di carcinoma è stato registrato anche negli altri reparti del nostro ospedale, prima di tutto in chirurgia, ginecologia, medicina interna, ortopedia e pediatria.

    In questi anni si sono quindi rivolti a voi solamente i pazienti del nord del Kosovo. Qual è il dato relativo alla popolazione che in questo periodo si faceva curare nel vostro ospedale?

    Si tratta di 50.000-60.000 persone. Allora eravamo geograficamente “divisi” dalla regione a sud dell'Ibar. Col tempo i movimenti sono divenuti più agevoli, e anche i pazienti delle enclave hanno cominciato ad appoggiarsi all'ospedale del nord, di conseguenza il numero è aumentato.

    Fino al 1997 l'ospedale di riferimento per i serbi in Kosovo era Pristina, mentre Mitrovica al tempo era solo un ospedale di provincia. Dopo la guerra il centro amministrativo e sanitario per i serbi rimasti si sposta a Mitrovica. L'aumento di pazienti non ha influito sulle cifre relative ai tumori registrati?

    In realtà la cifra di 60.000 abitanti nei comuni del nord è di ben 5 volte inferiore rispetto al numero dei residenti dell'intera regione di Mitrovica che nel periodo '96-'97 si sono fatti curare nel nostro ospedale. In altre parole, nel '99 e nel 2000 l'affluenza al nostro centro è stata 5 volte minore, ma al contempo è stato registrato un numero 200 volte maggiore di pazienti tra i 40 e i 45 anni affetti da carcinoma. La cosa peggiore è che già allora avevamo previsto che nel 2001 avremmo avuto un'epidemia di tumori maligni e, sfortunatamente, avevamo ragione...

    Tuttavia, è logico pensare che, prima del '99, i pazienti affetti da malattie così gravi si ricoverassero a Pristina, perché quello allora era il centro medico di riferimento. Non potrebbe essere, forse, che semplicemente non avete dati precisi di questo periodo relativamente al numero di malati di questa regione?

    Abbiamo diagnosi cliniche di tutti i pazienti malati di questa regione nel periodo preso in esame. Tutti i casi hanno dovuto essere verificati anche nel nostro ospedale e tutti hanno una conferma istologica...

    Nella vostra indagine, mettete in diretta correlazione il drastico aumento di casi di carcinoma, in particolare di carcinoma polmonare, con l'utilizzo di munizioni all'uranio impoverito in Kosovo nel '99. Tuttavia per le istituzioni che si occupano di questo tema, il cancro ai polmoni non viene considerato come tipica conseguenza. Avete preso in considerazione anche i rimanenti fattori di rischio come lo stress, il fumo e la predisposizione genetica?

    E' vero che da noi non si sono manifestate malattie ematologiche, caratteristiche dell'esposizione all'uranio impoverito, mentre si è manifestato il carcinoma polmonare. Nell'espettorazione del nostro primo e giovane paziente, affetto da carcinoma polmonare e di cui sospettavamo che si trattasse della conseguenza dell'esposizione alle munizioni all'uranio impoverito, abbiamo riscontrato la presenza dell'isotopo radioattivo Iodio 131, utilizzato come componente dei proiettili all'uranio impoverito. Il paziente, che in seguito è deceduto, durante la guerra era membro delle unità serbe che si trovavano a Košara (su quello che allora era il confine jugoslavo con l'Albania, dove si sono condotte dure battaglie tra le forze armate e Uck, e dove le forze serbe sono state pesantemente bombardate dalle forze Nato). Al contempo, nella sua famiglia non si è avuto alcun caso di carcinoma polmonare.

    E la storia degli altri pazienti?

    Il caso che ho citato è rappresentativo. Dopo esserci accorti della drastica crescita dei tumori maligni, e in particolare dello spostamento del limite d'età, abbiamo cercato i fattori che hanno portato allo sviluppo e all'origine della malattia. I presupposti iniziali erano la predisposizione genetica, l'età, gli stili di vita e le condizioni esterne. Nella fase seguente delle ricerche si sono raggiunti dei risultati che hanno dimostrato che nella maggior parte dei malati non vi era predisposizione genetica, che il 20% dei pazienti con il carcinoma polmonare erano fumatori, mentre è risultato che la maggior parte dei malati durante la guerra era stata mobilitata e si trovava più o meno nelle stesse zone: al confine con l'Albania e nei dintorni di Klina.

    In quel periodo anche l'opinione pubblica italiana è stata scossa dalla vicenda dei suoi soldati che al tempo dei bombardamenti erano in servizio in Kosovo, proprio nelle zone critiche da voi nominate, e che sono affetti dalla cosiddetta sindrome balcanica, vale a dire malattie ematologiche e non carcinoma polmonare...

    UNDP - Siti colpiti con munizioni all'uranio impoverito Esatto. Gli italiani si collegano all'intera faccenda, perché cominciano velocemente ad ammalarsi. I soldati italiani sono stati stanziati anche nei punti critici in Bosnia, ad esempio a Hadžići. Se si tratta degli stessi soldati che poi sono venuti in Kosovo, questo non lo so, ma le forze italiane sono state in Kosovo nel '99 e allora, un anno e mezzo dopo, nel 2001, si è manifestata la leucemia. Erano su un terreno "ricco“ di uranio impoverito...Voglio spiegare esattamente questa discrepanza. Quando le forze Nato hanno colpito i nostri soldati con quelle bombe, loro hanno respirato quest'aria inquinata. Nell'unità militare in cui si trovava il nostro primo paziente che ho già nominato – nella cui espettorazione abbiamo scoperto lo Iodio 131 – c'erano anche altri 10 soldati che sono morti dello stesso male. Di una quindicina di persone, nessuno è oggi ancora in vita.

    Come avete ottenuto questi dati? Di quale periodo parlate?

    Provengono tutti dal Kosovo settentrionale e le loro malattie sono registrate nel nostro ospedale. I malati sono morti nel periodo compreso tra il 1999 e il 2008. Forse questa è una cifra "minima" per un periodo di 10 anni, ma parliamo di un territorio limitato e tutti i casi sono legati in modo sorprendente: tutti morti della stessa malattia, tutti giovani e tutti parte della stessa unità militare...

    Ma in questa zona c'erano anche soldati americani: si è saputo se in seguito si sono verificati casi di malattia anche tra le loro fila?

    No, gli americani erano localizzati esattamente dove non ci sono stati bombardamenti all'uranio, nei dintorni di Uroševac, mentre gli italiani erano stanziati nella zona di Djakovica e Peć, dove il bombardamento è stato più pesante.

    Quale l'origine del drastico aumento di tumori maligni registrati nel reparto di urologia?

    Oltre al carcinoma polmonare, abbiamo rilevato l'aumento delle malattie ematologiche, un trend presente in tutta la Serbia, in particolare di carcinomi di origine ematologica, leucemie fulminanti e carcinomi degli organi riproduttivi nelle donne, ma anche negli uomini. Nei bambini si è registrato un aumento dei casi di leucemia, parlo dei bambini del Kosovo centro-meridionale. Nel solo Kosovo settentrionale nel 2003 e nel 2004 ho riscontrato circa 6 casi di questo tipo. Nella città serba di Kragujevac, ad esempio, si è registrato un enorme numero di carcinomi alla prostata negli uomini oltre i 40 anni. Una mia collega ha esaminato questo caso e ha affermato che durante i bombardamenti sono stati colpiti i trasformatori e l'olio cancerogeno è fuoriuscito disperdendosi nell'ambiente, ovvero il pericolo maggiore, contaminando la catena alimentare.

    Tuttavia non potete dire che anche i fattori rimanenti possono avere influenza sull'origine dei tumori maligni?

    Dato che nel nostro Paese dal 1992 esistono stress e miseria cronici in seguito alle sanzioni e alle guerre, sarebbe logico che già nel 1995 ci fosse qualche aumento di queste malattie in Serbia. Anche se personalmente non ho fatto tali ricerche negli anni '80, e anche se è vero che stress, fumo e povertà sono grandi fattori di rischio, nessuno mi può convincere che i nostri anni di sanzioni e guerre sono stati meno stressanti del '99 per esempio...

    Avete informato di questo l'opinione pubblica, le ONG, le istituzioni?

    I nostri referti hanno suscitato la contrarietà dei rappresentanti internazionali, che hanno portato come principale argomento di opposizione il fatto che l'ospedale politicizzi la vicenda, e che il periodo delle eventuali conseguenze dovuto all'esposizione all'uranio impoverito sarebbe troppo breve per arrivare a tali conseguenze. Abbiamo cercato di nostra iniziativa degli incontri. Così, ad esempio, nel marzo 2001 ci hanno fatto visita 5 esperti dell'Organizzazione mondiale della Sanità di Ginevra, con cui in seguito abbiamo avuto un ulteriore incontro. Ci hanno richiesto tutti i nostri referti per poterli esaminare, ma fino ad oggi non abbiamo avuto più contatti con loro.

    E riguardo alla collaborazione con i colleghi albanesi? Avete utilizzato anche le fonti provenienti dal Kosovo centro-meridionale?

    Con loro ho contatti informali. Ho contatti privati con gli albanesi del villaggio della Metohija da cui provengo. Vengono da me con i bambini malati cercando consiglio sul da farsi. Mi hanno detto che lì nemmeno gli uccelli cantano più...

    Tuttavia, per un'indagine seria, sono necessari anche i contatti ufficiali...

    Personalmente non ne ho avuti, ma il corrispondente locale del quotidiano "Blic", dopo avermi intervistato nel 2005, ha continuato a indagare nella parte albanese, e da lui ho avuto l'informazione diretta – pubblicata poi dallo stesso "Blic" – secondo la quale allora, in un anno e mezzo, nell'ospedale di Pristina sono stati registrati 3500 casi di tumori maligni. Il direttore dell'Istituto di radiologia di Pristina, al tempo in costruzione, il dottor Džavit Bicaj, ha dichiarato allora al giornalista di "Blic" che c'erano motivi di credere che il numero reale fosse di molto maggiore, e che non escludevano le bombe all'uranio come causa della malattia.

    Cosa mostrano i dati recenti?

    Nel 2004 abbiamo avuto 215 pazienti affetti da tumore maligno, ma già l'anno successivo questo numero è aumentato del 38%. Negli anni 2006 – 2007 le percentuali sono analoghe. Ma i numeri non costituiscono il cuore del problema, bensì la disgrazia che colpisce da più punti di vista le famiglie e la società. Siamo tutti d'accordo nel pensare di essere una discarica. Per questo dico sempre: "Forza, gente, diamo una ripulita!". Perché qui ci viviamo tutti...

  2. #12
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    L'Onu approva Eulex
    01.12.2008 Da Pristina, scrive V. Kasapolli

    Durante una seduta del Consiglio di sicurezza dell'Onu Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha approvato all'unanimità il piano in sei punti di Ban-Ki-Moon per il dispiegamento della missione Eulex. Malumore in Kosovo, dove l'accordo viene letto come il primo passo verso una partizione de jure. Possibile marginalizzazione dell'ICO
    Alla fine, il momento della missione Eulex (European Union Rule of Law Mission in Kosovo) sembra essere arrivato. La missione europea ha ottenuto luce verde dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, e potrà iniziare il suo dispiegamento operativo in Kosovo.

    Le annose divisioni all'interno del Consiglio sono state superate mercoledì 25 novembre, quando a New York è stato approvato all'unanimità il piano in sei punti del Segretario Generale Ban-Ki-Moon, che prevede che la missione europea rimanga neutrale rispetto allo status del Kosovo, operi sotto l'ombrello della risoluzione 1244 e non faccia alcun riferimento esplicito al piano Ahtisaari e all'indipendenza del Kosovo.

    Eulex ha subito ripetuti rinvii fin dal momento in cui è stata approvata dall'Unione Europea lo scorso 16 febbraio, un giorno prima che Pristina si dichiarasse indipendente dalla Serbia. I problemi sono cominciati ancor prima che i primi membri della missione avessero messo piede in Kosovo.

    I sei punti del piano Onu (secondo le informazioni attualmente disponibili)
    - Polizia: Nei territori abitati da popolazione serba le forze di polizia restano sotto l'attuale catena di comando, supervisionata dalla polizia internazionale. Gli ufficiali serbi vengono nominati dal capo dell'Unmik.
    - Dogane: I doganieri internazionali tornano a controllare i valichi confinari nel nord del Kosovo, nella cornice della risoluzione 1244. Viene incluso anche un protocollo di collaborazione tra la Serbia e il Servizio Dogane dell'Unmik. E' prevista l'apertura di un ulteriore valico a Kamenica. La maggior parte degli introiti raccolti alle frontiere andrà alle amministrazioni locali, una parte minore al governo di Pristina.
    - Tribunale: Il tribunale di Mitrovica nord rimane sotto controllo dell'Unmik. Giudici e procuratori locali saranno nominati nella cornice della risoluzione 1244.
    - Infrastrutture: Verranno iniziati negoziati.
    - Confini: Nella cornice della 1244, la Nato continuerà ad esercitare l'attuale mandato di garante della sicurezza.
    - Tutela del patrimonio culturale serbo: E' necessario continuare il dialogo tra Pristina e Belgrado, nel quale dovrà essere inserita anche la Chiesa Ortodossa Serba.
    All'inizio, e per lungo tempo, è stata Belgrado ad opporsi, appellandosi alla necessità di un'approvazione del Consiglio di Sicurezza ad ogni cambiamento sul terreno. Poi la palla è passata a Pristina, contraria ad un dispiegamento che escludesse le zone abitate da serbi e soprattutto il Kosovo settentrionale, dopo che il piano in sei punti presentato da Ban-Ki-Moon per sbloccare l'impasse ha messo nero su bianco che polizia, dogane e giustizia nelle zone abitate in prevalenza da serbi resteranno sotto il controllo dell'Unmik.

    Nelle settimane passate le istituzioni kosovare hanno espresso chiaramente la loro opposizione al piano Ban-Ki-Moon, sostenendo che questo fosse in contraddizione con la costituzione approvata lo scorso giugno.

    All'annuncio dell'accordo raggiunto a New York, però, ad attirare l'attenzione è stato l'iniziale basso profilo scelto dai rappresentanti del governo kosovaro nel ribadire il proprio “no” al piano. Né il premier Hashim Thaci né il presidente Fatmir Sejdiu si sono affrettati a rivolgersi direttamente ai propri concittadini per spiegare loro il significato degli ultimi sviluppi.

    Il primo a muoversi è stato Thaci, che in un'intervista alla tv pubblica kosovara di giovedì 27 novembre ha ribadito che il piano Ban-Ki-Moon “resta inaccettabile”, che “non permetteremo in nessun modo che venga violata la sovranità del Kosovo” e che “la missione Eulex verrà dispiegata sull'intero territorio kosovaro”.

    Thaci ha rincarato la dose domenica 30 novembre, quando ha detto che “il piano in sei punti è morto... I sei punti devono essere dimenticati, perché rappresentano solo il sogno malvagio di Belgrado”. Il premier kosovaro non ha però chiarito se e quali saranno le contromosse di Pristina, né come verrà gestita l'eventuale contraddizione tra il dettato costituzionale e il piano Ahtisaari da una parte, e il fatto che Eulex verrà dispiegata sotto l'ombrello dell'Onu e in linea con la risoluzione 1244, la stessa che Thaci aveva definito “irrilevante” per il Kosovo.

    Ben più rumorosa, fin dall'inizio, è stata invece l'opposizione. Ramush Haradinaj, leader dell'Aak (Alleanza per il Futuro del Kosovo), ha accusato il governo e il presidente di aver “siglato la divisione del Kosovo”, e ha chiesto che la questione venga portata in parlamento. La Ldd (Lega Democratica di Dardania) si è spinta fino a chiedere le dimissioni di Thaci e Sejdiu per il fallito tentativo di Pristina di contrastare il piano Ban-Ki-Moon.

    Nel frattempo una coalizione di quindici organizzazioni non governative kosovare, tra cui l'ong anticorruzione “Cohu” e il movimento Vetevendosje, hanno annunciato l'intenzione di scendere in piazza il prossimo 2 dicembre contro “il piano in sei punti, la risoluzione 1244 e le istituzioni parallele serbe”, invitando la popolazione a protestare contro “la violazione dell'integrità e della sovranità del Kosovo”.

    A parte le dichiarazioni ufficiali, la percezione generale per le strade di Pristina è che gli sviluppi della situazione aprano la strada ad una divisione de jure del Kosovo, che ricalchi la divisione de facto rappresentata dalle istituzioni parallele attive nelle enclave serbe e a nord del fiume Ibar fin dal 1999.

    Secondo molti analisti locali, il piano in sei punti porterà ad una maggiore confusione, sia per i cittadini albanesi che serbi, visto che una nuova missione internazionale andrà a dispiegarsi laddove già ora vari centri di potere sovrappongono la propria pretesa di autorità.

    Il fatto che Eulex dovrà riferire alle Nazioni Unite, agli occhi dei kosovari significa che, oltre al cambiamento di bandiere e di personale, i cambiamenti positivi saranno limitati o nulli.

    Anche se dovesse essere superata l'impasse sul conflitto di autorità tra le varie missioni, la vera sfida, sia per gli albanesi che per i serbi in Kosovo, sarà costituita dalla loro interazione con la coppia Eulex/Unmik, e il grado di funzionalità reale delle due missioni sul campo. Al momento, sembra facile predire problemi e grossa incertezza sul successo della loro coabitazione.

    Nel nuovo contesto, a trovarsi in una posizione particolarmente delicata è l'International Civilian Office (ICO), creata con lo scopo di supervisionare l'implementazione del piano Ahtisaari, e che in questa veste ha già approvato e sottoscritto i primi provvedimenti legislativi adottati da Pristina dopo la sua dichiarazione di indipendenza, costituzione compresa.

    Il fatto che l'ICO, l'unica istituzione internazionale che opera in Kosovo riconoscendo pienamente la dichiarazione di indipendenza di Pristina dello scorso febbraio, non sia stata nemmeno menzionata nell'accordo raggiunto al Consiglio di Sicurezza, segnala sicuramente una sua marginalizzazione e significativa perdita di autorevolezza.

    Lo scorso 14 novembre la sede dell'ICO è stata poi oggetto di un attentato che, pur provocando solamente danni materiali, si è trasformato in fretta in un una storia da “intrigo internazionale”.

    Pochi giorni dopo l'esplosione, che secondo le ricostruzioni è stata provocata da un ordigno contenente 300 grammi di tritolo lanciato da un veicolo in movimento, la polizia kosovara ha arrestato tre cittadini tedeschi, sospettati di esserne gli autori, che si sono rivelati presto essere membri del BND, il servizio di intelligence di Berlino.

    L'attentato è stato collegato da più fonti ai difficili negoziati in corso tra alcuni paesi occidentali e la leadership kosovara sulla riconfigurazione di Unmik e dello spiegamento di Eulex.

    A conferma di questa interpretazione era arrivata anche la sentenza del giudice che ha ordinato la custodia cautelare di 30 giorni per i tre sospettati. “La causa dell'attacco, secondo la Procura, è il tentativo di ostacolare l'ICO e il suo capomissione Pieter Feith, che nel momento dell'esplosione era pienamente impegnato, insieme alle autorità del Kosovo, nel processo di dispiegamento di Eulex, e nella piena realizzazione della costituzione del Kosovo e del piano Ahtissari”.

    I tre cittadini tedeschi sono stati però liberati da giudici internazionali sabato 29 novembre. Secondo varie fonti di stampa, alla base della decisione ci sarebbero anche forti pressioni esercitate dall'imbarazzato governo di Berlino.

    L'intera vicenda lascia numerose domande aperte. Innanzitutto resta da capire chi ci sia dietro l'esplosione che ha scosso la sede dell'ICO. A rendere tutto ancora più complicato, nei giorni scorsi è arrivata una rivendicazione, tutta da verificare, dello sconosciuto “Esercito della Repubblica del Kosovo”.

    Secondo l'emittente pubblica tedesca “Deutsche Welle”, resta poi da capire come mai in Kosovo si sia scelto di dare tanta visibilità pubblica alla vicenda, piuttosto che risolverla “con riservatezza”, rischiando un grave incidente diplomatico tra il Kosovo e la Germania, che è oggi uno dei maggiori finanziatori internazionali di Pristina.

  3. #13
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    cheppalle...ancora truppe d'occupazione sul suolo serbo

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    Discriminati nel proprio Paese
    03.12.2008 Da Tuzla, scrive Silvia Trogu

    In Bosnia Erzegovina, in base alla Costituzione oggi vigente, i bosniaco erzegovesi non esistono. Ci sono solo i serbi, i croati, i bosgnacchi e gli “altri”. Un gruppo di cittadini si incontra su Facebook e sulla strada per protestare, rivendicando i propri diritti
    Il 25 novembre a Sarajevo e a Tuzla si è tenuto, nonostante una fitta nevicata, il «Primo incontro degli appartenenti alla nazione bosniaco erzegovese».

    Questo incontro è stato organizzato da due movimenti dal carattere fortemente anti-nazionalista: il «Movimento degli appartenenti alla nazione bosniaco erzegovese», di Sarajevo, e il «Movimento giovanile Revolt» di Tuzla.

    L'obiettivo dell'incontro è stato quello di portare alla luce la discriminazione cui sono soggetti tutti i cittadini bosniaci ed erzegovesi che non si sentono appartenenti a nessuno dei tre grandi gruppi etnici (bosgnacchi/musulmani, serbi e croati) e neanche ad una delle numerosissime minoranze esistenti nel Paese. Essi pretendono invece il diritto di essere semplicemente considerati cittadini del proprio Paese e, come tali, di godere di pari diritti.

    Il 25 novembre è una data significativa, in quanto è l'anniversario della fondazione della Repubblica di Bosnia Erzegovina, nel 1943.

    Di seguito l'intervista con il portavoce del Movimento giovanile Revolt di Tuzla, Gordan Izabegović:

    Pensa che tutti i cittadini bosniaci godano di uguali diritti?

    Decisamente no. In base alla Costituzione di Dayton, vige una discriminazione nei confronti di tutti coloro che non si considerano appartenenti a nessuno dei cosiddetti «popoli costitutivi» (bosgnacchi/musulmani, serbi e croati) e che come tali non possono essere eletti né alla Presidenza (composta da tre rappresentanti dei tre popoli costitutivi), né alla Camera dei Popoli (una delle due camere in cui è diviso il Parlamento, composta da 5 delegati serbi, 5 croati e 5 bosgnacchi).

    Quali cittadini bosniaci risultano discriminati?

    Prima di tutto i numerosi figli di matrimoni misti i quali, se decidono di non optare per l'etnia di appartenenza di uno dei due genitori, cessano di essere cittadini di pari diritti; in secondo luogo le minoranze che però godono, almeno formalmente, dei diritti propri delle minoranze nazionali. La partecipazione di rappresentanti delle minoranze a questo raduno del 25 novembre è la dimostrazione che almeno una parte di essi vorrebbe essere considerata come cittadini a pieno titolo del Paese e non solo quali minoranze. E' importante sottolineare, inoltre, l'esistenza di molte altre persone che, pur potendo identificarsi con una delle tre etnie maggioritarie, sentono l'appartenenza nazionale come prevalente. L'assurdità è che la categoria civica (e non etnica) di tutti coloro che si considerano semplicemente cittadini bosniaco-erzegovesi non soltanto non venga promossa, ma che non esista nella Costituzione.

    Recentemente due cittadini bosniaco erzegovesi appartenenti alle minoranze ebraica e rom, Jakob Finci e Drevo Sejdić, hanno fatto causa alla Bosnia Erzegovina presso la Corte europea per i diritti umani di Strasburgo; la Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, nota come Commissione di Venezia, ha confermato l'esistenza di una discriminazione in base alla appartenenza etnica. Come commenta questi fatti?

    E' qualcosa di assurdo, inverosimile e incredibile per chi non conosce la realtà della Bosnia Erzegovina post Dayton. Si tratta anche di una ulteriore conferma che i diritti nel nostro Paese non sono costituzionalmente uguali per tutti.

    Ritiene che almeno i tre «popoli costitutivi» (bosgnacchi, serbi, croati) godano di uguali diritti su tutto il territorio nazionale?

    No. Ogni popolo costitutivo è portatore di diritti, in particolare del diritto ad essere eletto, solo se risiede nell'Entità in cui è etnia maggioritaria [le Entità sono le due parti in cui il Paese è diviso in base agli accordi di Dayton, ndr]. Godono di tutti i diritti solo i serbi in Repubblica serba, così come i bosgnacchi e i croati in Federazione. I 5 delegati serbi alla Camera dei Popoli sono della Republika Srpska, mentre i 5 delegati croati ed i 5 bosgnacchi sono della Federazione.

    Dopo Dayton, secondo molti osservatori, i diritti dei popoli tendono a monopolizzare la scena politica in Bosnia Erzegovina. Quali conseguenze ha questa situazione per i diritti di tutti i cittadini?

    Da quando i partiti etno-nazionalisti dominano la scena politica, l'unico argomento di discussione politica si basa su «diritti dei popoli» assolutamente teorici, che mettono i cittadini gli uni contro gli altri ed hanno come unico scopo la conservazione del potere da parte degli stessi partiti nazionalistici. Il risultato complessivo di questa situazione è che i reali interessi dei cittadini, quelli economici, culturali, sociali, vengono completamente trascurati con i risultati che purtroppo vediamo ogni giorno.

    Ritiene desiderabile che la Bosnia Erzegovina si trasformi in uno stato civico in senso occidentale, in cui siano salvaguardati unicamente gli interessi dei cittadini?

    No, è necessario salvaguardare la multietnicità del Paese e quindi far sì che nessun popolo si senta discriminato, ma contemporaneamente fare sì che i diritti dei popoli non abbiano il monopolio esclusivo della politica e che, quindi, non prevalgano sui diritti dei cittadini.

    I cittadini erano maggiormente tutelati dalla Costituzione della Repubblica di Bosnia Erzegovina quale Repubblica della Federazione jugoslava?

    Sì, l'esistenza della categoria «jugoslavo» permetteva un'identificazione statale (e non etnica) che aveva la funzione di unificare il Paese, mentre nella Costituzione attuale della Bosnia Erzegovina questa categoria, in cui noi ci identifichiamo, non è prevista.

    Qual è lo scopo della manifestazione di oggi?

    Portare alla luce il problema della non identificazione con i gruppi etnici, che finora era considerato un tabù, al fine di introdurre la categoria di «nazione bosniaco erzegovese» in vista del prossimo censimento. L'ultimo censimento effettuato nel Paese risale a prima della guerra, cioè al 1991, ora sembra che esista il consenso necessario per farne un altro nel 2011.

    Quale significato per il futuro di questo Paese avrebbe la costruzione o il rafforzamento della identità bosniaco erzegovese?

    Questa identità indiscutibilmente esiste, se ne erano già accorti anche durante la guerra tutti coloro che si sono rifugiati nei paesi dell'ex Jugoslavia, nei quali non solo vissero l'esperienza di essere considerati esclusivamente come bosniaci erzegovesi, indipendentemente dall'appartenenza etnico-religiosa, ma si resero conto di quanta parte della propria identità, fatta di tradizioni, abitudini, ecc. fosse comune agli altri abitanti del Paese che avevano lasciato. In attesa di dati statistici, un primo mini-censimento di questa identità è stato effettuato via internet attraverso l'organizzazione di un gruppo su Facebook, su una popolazione prevalentemente di giovani di Sarajevo e di Tuzla, ed in poco tempo si sono iscritte oltre 8.500 persone. Il movimento ha già preso contatti per estendersi ad altre città: Banja Luka, Mostar, Bijelina. Secondo noi il rafforzamento dell'identità bosniaco erzegovese è cruciale per il futuro del Paese, ed è in grado di superarne il maggiore problema: la divisione.

  5. #15
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    Un gruppo di cittadini si incontra su Facebook e sulla strada per protestare, rivendicando i propri diritti
    Il 25 novembre a Sarajevo e a Tuzla si è tenuto, nonostante una fitta nevicata, il «Primo incontro degli appartenenti alla nazione bosniaco erzegovese».
    Like to January 1993

    Non sarebbe male...una barricata qui, una barricata la...qualche sparo li...qualche sparo la...

    Sono sempre più convinto che avrebbero dovuto risolversela tra di loro senza l'intervento degli americani-europei-gelatai e papi vari.

  6. #16
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    Montenegro e corruzione: pochi frutti
    17.12.2008

    Vi sono le leggi, un'apposita Commissione, numerosi programmi di sensibilizzazione. Ma la corruzione in Montenegro rimane un problema e va al cuore delle istituzioni. Intanto Podgorica ha presentato la propria candidatura all'Ue
    Di Olivera Lakić, 9 dicembre 2008, Vijesti
    Traduzione a cura di Jasna Anđelić, Le Courrier des Balkans

    Il Montenegro sembra avere tutti i mezzi necessari per lottare in modo efficace contro la corruzione: le sue leggi sono simili a quelle europee, esiste una commissione nazionale dedicata alla lotta al fenomeno, la polizia è ben addestrata e, secondo quanto affermano i politici, il sistema giudiziario è del tutto indipendente. Inoltre sono stati organizzati numerosi seminari, tavole rotonde e conferenze invitando chi in Montenegro e all'estero si occupa di questi temi.

    Tutti concordano ormai nel dire che la lotta contro la corruzione dev'essere prioritaria. Ai cittadini vengono proposti opuscoli e, nelle scuole, vengono organizzati dei corsi per sensibilizzare gli studenti su questi temi. Tutto è quindi in campo affinché questa lotta sia efficace. Non resta che affrontare realmente questo male endemico.

    E' il potere politico che è corrotto

    “Esiste in Montenegro un sistema parallelo legato alla criminalità organizzata che si è infiltrato nel cuore dello Stato e che prende tutte le decisioni importanti, tant'è che le stesse istituzioni incaricate della lotta contro la corruzione sono anch'esse corrotte, subendo l'influenza di questo sistema. Ecco perché questa battaglia per ora non può ottenere risultati, quale che sia la volontà politica”, spiega Vanja Čalović, direttrice di MANS, rete a supporto delle attività del settore non governativo.

    A suo avviso a queste persone premono innanzitutto per proteggere i propri interessi personali, ben più importanti delle pene che rischiano. “Sono ben coscienti dei rischi che correrebbero con l'istituzione in Montenegro di un vero stato di diritto. Di conseguenza fanno tutto il possibile affinché il Paese non progredisca in questa direzione e non esitano a ricorrere alla repressione attraverso le istituzioni che controllano direttamente o indirettamente. Ecco perché chi si batte per lo stato di diritto corre veri e propri rischi. E non sarà purtroppo l'opinione pubblica a fare pressione per l'attuazione di riforme, che sarebbero comunque utili a tutti”.

    Un paese pronto a combattere la delinquenza?

    In occasione della Giornata mondiale della lotta contro la corruzione, la presidente della Commissione per la lotta contro la corruzione e il crimine organizzato, la vice-premier Gordana Đurović, ha ricordato che le competenze della sua commissione non sono ancora sufficienti. Di quest'ultima fanno parte rappresentanti del governo, del parlamento, del sistema giudiziario e della società civile ed era stata fondata con l'obiettivo di mettere in pratica un piano di lotta contro la corruzione e il crimine organizzato imposto dall'Unione europea.

    Gordana Đurović

    “Attualmente la Commissione anti-corruzione non riesce a lavorare assieme al potere legislativo, a quello giudiziario e neppure con le autorità locali competenti in materia, anche se il governo ha approvato tutte le raccomandazioni fatte dalla nostra Commissione e ha sottolineato la necessità di legiferare in materia”. Poi una posizione più sfumata: “La Commissione nazionale ha contribuito alla trasparenza del processo della lotta contro la corruzione e il crimine organizzato in Montenegro, ed anche alla qualità del dialogo nazionale su queste questioni. La comunità internazionale ha ricevuto numerosi rapporti riguardanti la messa in pratica di queste misure”.

    Nel suo ultimo rapporto, la Commissione europea ha giudicato positivamente il quadro legislativo in materia di corruzione del Montenegro, ma si è dichiarata insoddisfatta del fatto che “le dichiarazioni delle autorità non siano seguite da risultati sul terreno” e che “non ci siano risultati tangibili come testimoniato dalla bassa percentuale di processi”. Secondo questo rapporto la corruzione è ancora presente in Montenegro e rappresenta un problema molto serio. Se il rapporto sottolinea i progressi fatti nel campo della corruzione di basso livello e la sensibilizzazione e la formazione della popolazione sulla questione, denuncia d'altro canto l'inefficacia della lotta contro la corruzione di alto livello.

    E' lo Stato che deve guidare la battaglia

    Secondo Vanja Čalović “uno Stato che non dimostra la volontà politica di attuare riforme contro la corruzione e il crimine organizzato, preferendo occuparsi della scrittura di rapporti fittizi da consegnare alle istituzioni internazionali, e le cui istituzioni sono sottoposte a forti pressioni politiche, non potrà mai raggiungere risultati concreti”. Ed ecco perché polizia e giustizia continuano ad individuare casi di corruzione che però non portano quasi mai a giudizi di colpevolezza.

    “Questo ci porta a concludere che le persone incaricate delle inchieste sono incapaci di produrre prove, oppure che non le svelano perché sono stati comperati o hanno subito pressioni. Può essere che gli stessi tribunali siano corrotti”, si chiede la direttrice di MANS. Vanja Čalović evoca poi il processo che vede coinvolto l'ex presidente della Corte suprema montenegrina. “Questo processo potrebbe rappresentare l'occasione per scoprire se quest'ultimo aveva un interesse personale nel non controllare le spese dell'istituzione che guidava o se era solo un incompetente”.

    Secondo la Čalović, il Montenegro deve dotarsi al più presto di istituzioni effettivamente indipendenti che siano in grado di garantire l'applicazione delle leggi. “Questo riguarda essenzialmente la giustizia e la polizia, che erano sotto il controllo dell'esecutivo durante il periodo comunista, ma anche il Parlamento, che deve ritrovare il suo ruolo di controllo rispetto all'esecutivo”.

    Dal canto suo, il professore di criminologia presso la Facoltà di legge di Podgorica, Velimir Rakočević, propone che i poliziotti vengano maggiormente formati su questa specifica forma di delinquenza, per combatterla meglio: “Le squadre saranno formate di esperti che applicheranno metodi scientifici”. Commentando il rapporto della Commissione Ue, ha inoltre affermato che il rispetto dei principi di libera concorrenza e di trasparenza sono i mezzi migliori per prevenire la corruzione.

    I risultati sarebbero migliori, inoltre, se la polizia e il settore giudiziario si occupassero anche dei più ricchi, di coloro i quali mostrano senza ritegno la loro opulenza. In effetti questa loro impunità blocca la popolazione, già esasperata dallo scarso impegno del governo in questa lotta, che sinora non ha portato ad alcun risultato.

  7. #17
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    Sarajevo underground
    24.12.2008 Da Sarajevo, scrive Cecilia Ferrara

    La nuova geografia della mafia bosniaca dopo l'uscita di scena di Ismet Bajramović “Ćelo”, boss ed ex comandante militare trovato morto la scorsa settimana nel suo appartamento. I legami tra criminalità, media, affari, e una parte del mondo politico bosgnacco
    “Una notizia un po' originale non ha bisogno di alcun giornale”, diceva De André. Così è stato per la morte di Ismet Bajramović “Ćelo”, il capo dei capi della mafia sarajevese, comandante militare durante la guerra, sfuggito ad un attentato che lo aveva lasciato con gravi problemi al cuore. Nel pomeriggio di mercoledì 17 dicembre iniziano a circolare le notizie. È morto Ćelo! Di overdose... No, si è sparato!

    Secondo le notizie si sarebbe rinchiuso nel suo appartamento e avrebbe chiamato il fratello che, arrivato sul posto, avrebbe sentito lo sparo. Intanto sui forum internet si aprono pagine di fans per “l’ultimo saluto”, con centinaia di messaggi; tantissimi giovani salutano commossi “la leggenda”, “un grande uomo”, “babuka” il “babbo”, come viene più spesso chiamato. Dall’altra parte c’è anche chi esprime soddisfazione per un altro criminale e profittatore di guerra che se ne va. La verità è che Bajramović era un boss in declino, negli ultimi mesi si era ritirato, inseguito dai debiti, indebolito dai problemi al cuore e dalla dipendenza dalla cocaina. La sua morte, in qualche modo, era attesa.

    Ismet Bajramović “Ćelo” Nato nel 1966, Bajramović aveva cominciato come piccolo pusher di Sarajevo, passato poi alle rapine negli appartamenti e condannato infine per uno stupro particolarmente odioso. Mentre sta scontando 11 anni nel carcere di Zenica, scoppia la guerra e la condanna viene sospesa. Come altre figure della mala cittadina, Bajramović mette al servizio della difesa della città i suoi uomini e le sue armi, che si rivelano una forza di azione efficace, ma che porta con sé anche metodi discutibili. Assieme a personaggi come Musan Topalović “Caco”, Jusuf Pranzina “Juka” e Ramiz Delalić “Ćelo”, anche “Ćelo” Bajramović viene inquadrato nell’Armija bosniaca, diventando comandante della polizia militare.

    Nel 1993, durante un attentato, viene colpito al cuore. C’è chi dice che fu lo stesso governo della novella Repubblica di Bosnia Erzegovina a cercare di levarselo di torno. Ismet “Ćelo” viene ricoverato dapprima all’ospedale di Koševo, con gli onori di un capo militare, e poi in gran segreto viene trasferito ad Ancona per essere nuovamente operato con un foglio di evacuazione, pare, firmato dallo stesso Radovan Karadzić.

    Nel 1997 torna a Sarajevo, e c’è chi si aspetta una lotta con i nuovi leader del mercato della droga, prostituzione e racket, tutti ex comandanti durante la guerra.

    Secondo i resoconti del settimanale “Dani”, uno dei più attenti alla criminalità organizzata, si tratta Naser Orić a Tuzla, Bakir Handanović a Zenica, Zijo Orucević a Mostar e Hamdija Abdić Tigar a Bihać.

    Bajramović riuscirà a farli lavorare insieme, costituendo la prima “Cosa Nostra” bosgnacca che, apparentemente, vanta anche forti protezioni tra le più alte cariche della polizia.

    Ismet Bajramović sarebbe stato vicino ad Alija Izetbegović, al figlio Bakir ed in generale al partito nazionalista SDA (Partito di Azione Democratica), e per questo protetto in molte occasioni. Nel 2001 però, nel corso di in un processo definito storico, smette di essere intoccabile e viene condannato a 20 anni per l’omicidio di Rahaman Ajdarparšića, un criminale a lui rivale. Condanna cancellata clamorosamente da un secondo processo nel 2004.

    In ogni caso Bajramović un po’ di prigione se la fa, cosa che incide sul suo morale e sulla sua salute. Quando esce in pratica si ritira dalla maggior parte dei traffici dell’underground cittadino.

    Le cose cambiano poi rapidamente: dopo la fuga di Ramiz Delalić “Ćelo” in Turchia, c’è chi ne approfitta per riempire la piazza del racket, come i fratelli Aziz e Mahmud Ali Gaši e Naser Keljmendi, “gli albanesi” (i Gaši sono nati a Sarajevo, ma di famiglia albanese). Lo scontro aperto è a questo punto tra Ramiz Delalić e Ali Gaši. Ismet “Ćelo”, intanto, conduce una vita splendente tra i locali alla moda e il gioco. Al casinò di Sarajevo, il Colosseum, perde cifre astronomiche, si parla di 250 mila euro in una serata, tanto che negli ultimi mesi gli sarà proibito l’ingresso a causa delle sue escandescenze.

    Ramiz Delalić viene infine ucciso nella primavera del 2007, ma è ormai impensabile che Bajramović reagisca in qualche modo: deve soldi a mezzo mondo per il gioco e la cocaina. Soprattutto a Mahmud Ali Gaši che, in una telefonata, ripresa da tutti i media nazionali, lo deride come un poveraccio che viene sempre a bussare alla sua porta per chiedere soldi. La telefonata, secondo molti, è uno dei motivi che lo avrebbero portato a togliersi la vita. Oltre ai problemi al cuore, che lo costringevano ancora a lunghe degenze in ospedale, e alla morte della sorella, a lui molto cara, un mese fa.

    Ma cosa succederà ora a Sarajevo? La geografia della criminalità è nuovamente cambiata. Delalić è morto, ora anche Bajramović, Mahmud Ali Gaši e il fratello Aziz sono stati arrestati (gennaio 2008), e in ottobre anche Naser Orić è stato incarcerato.

    “La domanda vera è: come mai ora riusciamo a processare i fratelli Gaši?”, ci dice una fonte che segue da vicino i processi ma che non vuole essere identificata. “Il vento sembra cambiato e lo si vede dal numero dei testimoni, che si presentano spontaneamente e molto più numerosi”.

    Probabilmente questa è una conseguenza anche dell’omicidio di Delalić, di cui secondo le accuse i Gaši sarebbero i mandanti. “Ci sono due possibilità per motivare questo cambiamento – continua la nostra fonte – o la gente non ne può davvero più e le autorità giudiziarie vanno avanti grazie a questa ondata di sostegno, oppure il loro mentore più influente, Keljmendi, li ha abbandonati perché troppo rumorosi e troppo fastidiosi, per lui che ora è nel grande business”.

    Naser Keljmendi è un uomo al cui nome le polizie dei Balcani sembrano tremare.

    “Si dice che Keljmendi si sposti con i confini dell’Europa – dice Vildana Selimbegović, direttrice di Oslobodjenje. Prima era in Slovenia e, quando questa è entrata in Europa, lui è venuto in Bosnia Erzegovina”.

    Conosciuto come proprietario, ad Ilidža, di Casa Grande, protagonista al fianco dei Gaši di una sparatoria stile gangster all’Holiday Inn nel 2004, l’albanese Keljmendi è diventato adesso un intoccabile.

    “Non si trova uno straccio di prova a suo carico”, dice la nostra fonte. “Adesso è un rispettabile businessmen coinvolto in grandi opere di costruzione”.

    Com’è possibile questo cambiamento?

    “Lo chieda ai nostri vicini – risponde la Selimbegović indicando la sede del quotidiano Dnevni Avaz, di proprietà del magnate Fahrudin Radončić – visto che pare che Radončić guidi la macchina blindata di Keljmendi. Lo ha scritto il Dani – aggiunge – e non è stato smentito. Il problema vero non sono i vari gruppi mafiosi – continua la giornalista – bensì i politici che ostentatamente li proteggono. I partiti nazionalisti, sia in Federazione che in Republika Srpska sono quelli che si appoggiano di più alla mafia locale”.

    Esiste, secondo alcuni, una sorta di “sistema” del partito nazionalista SDA: da una parte si mantiene il legame con la malavita più violenta, prima Bajramović e ora Gaši (è stata pubblicata di recente una telefonata tra uno degli uomini più vicini a Bakir Izetbegović e M. Ali Gaši che, dal carcere, progettava di far violentare la figlia di uno dei capi della polizia), dall’altra con uomini d’affari molto potenti e a loro volta legati alla mafia locale.

    Il riferimento più evidente è quello al tycoon Radončić, che ha dichiarato in un’intervista di aver ricevuto il suo primo milione proprio dall’SDA, e di averlo restituito una volta che ne aveva guadagnati svariati altri. Ad ognuno la sua parte: il traffico di droga e della prostituzione, che vede la BiH su una delle “vie” principali verso l’Europa, il business e il potere politico.

    “Io sono d’accordo con quello che disse una volta Branko Perić, capo dei procuratori della BiH – conclude la Selimbegović. Ogni Stato ha la sua mafia, ma in Bosnia Erzegovina la mafia ha il suo Stato”.

  8. #18
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    Nazionalismo formato ONG
    29.12.2008 scrive Marjola Rukaj

    Dopo l'indipendenza del Kosovo è divenuto un vero e proprio tabù e i politici di Pristina e Tirana preferiscono non parlarne. E' la Grande Albania. Mito evocato però a sorpresa da numerose organizzazioni giovanili in Albania e Kosovo
    Dopo la proclamazione dell'indipendenza del Kosovo, la Grande Albania, è diventata un argomento tabù, che i politici di Tirana e di Pristina non perdono occasione a sconsacrare pubblicamente per inviare messaggi rassicuranti di pace e stabilità nei Balcani.

    Ma come qualcuno temeva l'indipendenza del Kosovo rischia di alimentare il nazionalismo albanese, almeno negli ambienti al margine del mondo politico e della vita pubblica di entrambi i paesi. Fa pensare a ciò l'iniziativa presa da una decina di ONG panalbanesi che si sono prefisse di convincere l'opinione pubblica albanese e in particolar modo i giovani sul fatto che un'unione tra Albania e Kosovo “non comporta che vantaggi per entrambe le parti”.

    Protagonisti della rete (ROSH – rete delle ONG albanesi) sono il Vetëvendosja di Albin Kurti, diverse ONG di svariato carattere degli albanofoni nei territori ex-jugoslavi, e per lo stupore di tutti il Mjaft, il movimento che per anni si era fatto carico dei problemi della società albanese denunciando spesso limiti e inefficienze dei politici di Tirana.

    La ROSH ha intrapreso una serie di incontri con i giovani di tutte le ''terre albanesi'', organizzando convegni in diversi atenei, tra cui quelli di Tirana. Lo scopo è quello di convincere i giovani a sostenere qualcosa che i politici non hanno coraggio di dire. Il linguaggio usato dai relatori, riportato con grande fedeltà nei media albanesi, è stato estremamente nazional-romantico, tanto che difficilmente si poteva scorgere qualche argomentazione razionale o analisi degli attuali itinerari socio-politici, geopolitici o economici ecc.

    Tra i relatori principali come ovvio vi era Albin Kurti, leader di Vetëvendosja, che negli ultimi anni sta vivendo un pesante calo di popolarità tra i cittadini kosovari delusi ed esausti dagli sviluppi politici e i risultati concreti che stentano a vedersi. Da tempo le manifestazioni di Vetëvedosja ricevono scarsa adesione e diminuisce radicalmente l'attrazione verso l'alternativa politica che propone, idealista e revanscista.

    Negli atenei albanesi Kurti ha espresso senza mezzi termini anche le sue posizioni politiche nei confronti dei suoi rivali di Pristina. “Basta un referendum in Kosovo e in Albania, per dimostrare a tutti ciò che gli albanesi vogliono per il futuro della loro nazione”, ha semplificato Kurti. “Gli albanesi divisi sono dei bocconi appetibili per i loro vicini serbi e greci, ma uniti fanno un boccone che non può essere divorato da nessuno in alcun modo”, ha argomentato il leader del Vetëvendosja, ritenendo che il Kosovo e l'Albania divisi rischiano di diventare un giorno multietniche a causa delle minoranze etniche inventate dai vicini. “I politici di Tirana e di Pristina non vogliono che il Kosovo e l'Albania si uniscano a causa dei loro interessi personali, e dei business che gestiscono ognuno per sé” ha denunciato.

    Tra gli argomenti che secondo Kurti porterebbero gli albanesi da entrambe le parti del confine a unirsi sarebbero: “Una storia comune fatta di resistenza”, “caratteristiche comuni, la lingua albanese, la cultura, le tradizioni”, “una comune volontà di unificarsi”, “comune interesse a raddoppiare il mercato economico” e infine “un comune interesse a costruire un sistema di sicurezza per poter difendersi dai fascismi dei greci e dei serbi”. Puntando su un'alternativa nazionalista, Kurti si propone di superare in un batter d'occhio la lentezza e la cautela dei leader attuali del Kosovo.

    Stupisce a prima vista vedere tra i principali sostenitori dell'iniziativa il movimento Mjaft di Tirana, ONG nata per farsi portavoce della società civile albanese. Negli ultimi anni, dopo determinate crisi interne, il Mjaft si è visto poco attivo, partecipando solo in casi sporadici in cui si è unito alle proteste di altri gruppi.

    Nonostante l'entusiasmo iniziale Mjaft ha notevolmente perso la fiducia della popolazione, ed è molto diffusa la convinzione che non faccia altro che “show per le strade di Tirana”, senza presentare alcun progetto politico, e alcuna azione strutturata.

    Ma il coinvolgimento di Mjaft in questioni dal sapore nazionalista non è nulla di nuovo. Già negli scorsi anni oltre a fungere da punto di pressione per l'ulteriore democratizzazione del paese, Mjaft ha anche fatto pressione sui politici di Tirana per abbandonare la loro politica remissiva, in particolar modo verso la Grecia. “Siamo un popolo e una cultura, l'unione dell'Albania con il Kosovo non è un tabù e non è un'utopia” hanno affermato nel corso dell'incontro a Tirana i suoi rappresentanti.

    I media albanesi hanno seguito gli incontri che sono stati tenuti finora, sfruttando la notizia come scoop del giorno, titolando: “Ciò che non riescono a dire i politici, lo fa la società civile”, o “La società civile rompe un tabù”. Al contempo sono stati pubblicati sulle pagine dei giornali nazionali gli interventi e diversi articoli di Albin Kurti, ed Enis Sulstarova, capo dell'associazione Klubi Kombëtar (Club nazionale) che ricorda molto le unioni intellettuali della Rilindja albanese a fine '800. Anche le idee che Sulstarova sostiene sembrano in perfetta sintonia con quelle dei padri della nazione. Uno studioso tra i più promettenti delle nuove generazioni, Sulstarova sembra inaspettatamente essersi convertito al nazionalismo negli ultimi mesi.

    In diversi articoli apparsi per lo più nelle pagine del quotidiano Shqip, Enis Susltarova, mette in discussione ciò che ormai è un mito positivo in Albania: rinunciare a qualsiasi unione tra gli albanesi per vedersi uniti solo una volta integrati tutti nell'Ue. “Loro non vogliono la nostra grande Albania ma nessuno si è opposto alla riunificazione delle due Germanie, riconoscono una sola Cina, e un solo Cipro, e sicuramente non si opporranno quando le due Coree si uniranno” commenta Sulstarova.

    In uno degli incontri del ROSH egli denuncia: “I politici albanesi invece credono che ad unirci sarà la stessa Europa che ci ha divisi. E noi dobbiamo aspettare perché il tempo lavora per noi. Invece non è così il tempo non lavora a nostro favore se noi non ci diamo da fare. Noi in Albania ci ricordiamo della nazione solo in occasione delle feste nazionali, per il resto nessuno sa ad esempio che la città che tutti chiamano Bitola in realtà è Manastir, dove venne deliberato l'uso del nostro alfabeto attuale”.

    Tali affermazioni arrivano in un momento di profonda delusione degli albanesi, che vedono il proprio paese sempre più isolato e lontano dall'Ue, mentre le promesse di Berisha sulla presentazione della candidatura ufficiale dell'Albania passano per demagogia pre elettorale, sotto lo sguardo critico di Bruxelles che ha persino posticipato a data per definire la liberalizzazione dei visti per i cittadini albanesi, inizialmente prevista per il 2009. “L'Ue - sostiene Sulstarova - non cancella i confini bensì li rafforza.”

    Nell'ultimo anno, l'indipendenza del Kosovo, era stata a più riprese definita come “rafforzamento del fattore albanese nei Balcani” o “nascita di un secondo stato albanese” dagli intellettuali nazionalisti più in vista tra cui lo scrittore Ismail Kadaré, e l'accademico kosovaro Rexhep Qosja.

    Quest'ultimo in lunghe interviste apparse sul quotidiano Shqip, ha inoltre più volte invitato l'Albania e il Kosovo a unirsi, attraverso un semplice referendum. Dello stesso avviso anche Sulstarova, che considera l'indipendenza del Kosovo solo il primo passo verso la formazione della nazione albanese, in quanto processo iniziato dalla Rilindja albanese.

    L'emersione di un'identità kosovara, diversa da quella albanese viene considerata dagli intellettuali summenzionati come un artificio di chi vuole decomporre la nazione albanese. Riguardo le possibili barriere imposte dalle costituzioni di entrambi gli stati, Sulstarova, risponde con parole sconcertanti: “Per fortuna gli albanesi non si sono mai curati granché della carta scritta, e non hanno mai obbedito alle costituzioni”.

    Tali manifestazioni sicuramente non riusciranno a materializzare il fantasma della Grande Albania, ma fanno riflettere sull'attuale situazione della società civile albanese, che si trova in questo modo totalmente snaturata nei suoi obiettivi principali. La presenza saltuaria e molto limitata delle ONG nel mondo politico albanese, e in seguito la facilità con cui si è scivolati in tali manifestazioni di nazionalismo radicale, dimostrano la poca maturità, e lo scarso contenuto della loro attività civile. Molto è naturalmente dovuto al poco spazio che la politica albanese riserva alla società civile, facendo sì che la sua esistenza si riesca a percepire appena.

    E' inoltre preoccupante il fatto che tale campagna di sensibilizzazione nazionalista si rivolga ai giovani i quali costituiscono oggi la parte più suscettibile e meno preparata della società albanese. Per ora il nazionalismo albanese è una forma latente basata per lo più sui miti delle origini, e del particolarismo etnico, ma se alimentato vi è un notevole rischio che assuma forme aggressive e irrazionali che non sono una novità in questa parte d'Europa. I giovani albanesi di oggi fanno parte di intere generazioni cresciute nella profonda e infinita transizione postcomunista, in continua crisi di valori, e in piena crisi del sistema scolastico. Inoltre si tratta di generazioni che vivono in un'Albania culturalmente isolata, e poco conscia di quanto succeda nel resto dei Balcani.

    Oltre a ricevere un'educazione più che monca per quanto riguarda la storia nazionale e quella dei Balcani, i giovani albanesi continuano a studiare su libri di testo per certi aspetti revisionati ma che conservano gli stessi principi nazionalisti e autoreferenziali del nazional-comunismo. E' in tal modo un sistema in cui si impara a essere vittime della storia, costruendo un'identità nazionale in funzione di quella dei vicini considerati nemici espansionisti che circondano l'Albania nei Balcani, senza coltivare alcun senso critico e alcun tentativo di elaborare i conflitti del passato. In queste condizioni, e nell'apatia che caratterizza i giovani albanesi, è difficile pretendere che i tragici fatti che hanno coinvolto i vicini balcanici negli anni '90 possano fungere da lezione di storia su episodi che non vadano ripetuti.

    Il Kosovo non gode di buona reputazione presso i giovani di Tirana che si sentono superiori agli albanofoni ex-jugoslavi, ma l'idea di una grande Albania, con Tirana che domina, potrebbe trasformarsi in qualcosa di interessante per le giovani generazioni frustrate dalla percezione del proprio paese come uno stato di serie B.

    Lo stesso vale per i giovani kosovari, che presentano un livello di scolarizzazione molto basso a causa dell'istruzione minimalista che è stata applicata durante gli anni della società parallela in Kosovo. La complessa situazione interetnica imbevuta di nazionalismo radicale in cui sono cresciuti e che prevale tuttora in Kosovo, non garantirebbe affatto buone capacità di moderazione e pragmatismo.

    Ma la retorica nazionalista della società civile albanofona non dovrebbe spaventare. Oltre all'impossibilità di permettere un referendum che sarebbe fatale per tutti i paesi balcanici, a fungere da barriera principale è il fatto che le due società albanesi hanno poco in comune. Nonostante il confine tra Kosovo e Albania non costituisca più una barriera, come anche gli altri confini più agibili via Macedonia, o Montenegro, i rapporti tra gli albanesi dell'Albania e quelli del Kosovo si limitano al “turismo patriottico” dei kosovari che frequentano le spiagge dell'Albania centrale e settentrionale. Un'intensificazione degli scambi riguarda esclusivamente la zona confinante col Kosovo, che isolata dalle montagne difficili da penetrare, e dimenticata dalle politiche di Tirana, si collega molto più facilmente ai maggiori centri urbani del Kosovo piuttosto che a quelli dell'Albania. Negli ultimi anni nonostante gli sforzi e le agevolazioni, gli economisti affermano che i legami economici tra i paesi sono irrisori, e il Kosovo continua a essere intrinsecamente dipendente dalla Serbia.

    Oltre ai percorsi storici che diversamente da quanto affermano gli intellettuali nazionalisti albanofoni, sono sempre stati differenziati, le due società oggi presentano caratteristiche differenti, difficilmente conciliabili sotto il vessillo di uno stesso stato. Pragmaticamente è difficile scorgere vantaggi da una tale unione che in siffatte condizioni sembra piuttosto artificiosa, e impossibile da essere sorretta solo dal nazionalismo ottocentesco. Ciò che preoccupa è l'impegno della società civile nell'alimentare il nazionalismo, imboccando un percorso che può rendere ancora più difficili i rapporti tra gli stati balcanici.

  9. #19
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    Sarebbe il momento buono per ribadire che il Kosovo è Serbia...
    Ma secondo me a Belgrado hanno perso la retta via e di questioni politiche non interessa più a nessuno.

    La fine degli anni 80 è purtroppo un ricordo...

  10. #20
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    Coltello, filo spinato, Srebrenica
    15.01.2009 Da Skopje, scrive Risto Karajkov [English]

    Su Facebook un forum che incita all'odio contro i musulmani di Bosnia viene chiuso. E in tutta l'area parte il dibattito. Si tratta di censura? Cosa spinge questi - presunti - adolescenti ad esprimere tanta violenza?
    A metà dicembre Facebook ha chiuso il forum “Nož, žica, Srebrenica” [Coltello, filo spinato, Srebrenica]. Quest'ultimo, che ha preso nome da uno slogan nazionalista serbo, glorificava il più sanguinoso massacro avvenuto in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale e promuoveva l'odio contro i musulmani.

    Il gruppo era apertamente a sostegno dell'ex generale serbo bosniaco e ora criminale di guerra latitante Ratko Mladić, che nel 1995 era alla guida del genocidio di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi condotto dalle forze serbe nella cittadina bosniaca di Srebrenica. Si appellava a tutti coloro i quali ritenevano che “i musulmani danno il loro meglio su un barbecue o nel nuotare nell'acido solforico”. Questa era la sua piattaforma politica: l'uccisione dei musulmani e la glorificazione dei criminali di guerra.

    Ci sono stime divergenti in merito alla partecipazione a questo forum prima della sua chiusura. Secondo l'agenzia stampa Reuters, la prima a diffondere a livello internazionale la notizia, al forum partecipavano circa 1000 membri ma altre fonti affermano che questi ultimi arrivavano a 8000, numero equivalente a quello delle vittime di Srebrenica.

    Un contro-forum è emerso rapidamente in risposta. Il gruppo “Chiudete il forum Nož, žica, Srebrenica” è riuscito a raccogliere in pochi giorni dalla sua creazione 10.000 adesioni, in maggioranza cittadini bosgnacchi, e, tramite gli amministratori di Facebook, a far chiudere il forum ultranazionalista.

    Probabilmente la chiusura è stata anche favorita dall'emergere a livello internazionale della notizia, tramite la Reuters ma anche il Financial Times.

    Nella dichiarazione di Facebook seguita alla chiusura del forum si afferma che “Facebook promuove il libero flusso di informazioni e ogni gruppo ha a disposizione un forum per la discussione di questioni rilevanti, ma Facebook rimuoverà tutti i gruppi che hanno caratteristiche violente e intimidatorie”.

    Le reazioni alla decisione di Facebook hanno avuto un risalto internazionale ed hanno coperto l'intero spettro politico. Si è andati da chi ha sostenuto che si è trattato di un atto di censura e contrario alla libertà d'espressione (a questo proposito sono stati fatti paragoni con la celebrazione negli Stati uniti del Columbus Day, che per qualcun altro non sarebbe che un genocidio, quello dei nativi americani) a chi ha sottolineato che in alcuni paesi affermazioni di quel tipo sono considerate reato (ad esempio è punita l'apologia del nazismo).

    Reazioni varie anche in merito ai significati connessi a tali comportamenti. Vi è chi ha commentato che posizioni di questo tipo dimostrano quanto sia ancora fragile e apparente la pace nei Balcani e chi sottolinea si tratti solo di rabbia, profonda e incontrollata, di alcuni adolescenti.

    Ma se per alcuni questa rabbia non differirebbe da quella dei giovani in Grecia o in Olanda, per altri invece la storia recente dei Balcani ha aperto le porte ad un odio di cui l'Occidente non sarebbe capace.

    Secondo Boško Obradović, membro della direzione del periodico “Dveri srpske”, si tratterebbe di una generazione cresciuta in un periodo di transizione molto difficile. “Abbiamo enormi frustrazioni nazionali, traumi di guerra, una generazione cresciuta senza nessuna vera educazione né spirituale né nazionale”.

    Ciononostante, secondo quest'ultimo, questi atteggiamenti degli adolescenti possono essere riscontrati in ogni parte d'Europa. “Basta guardare alla Grecia di questi giorni” argomenta Obradović “e negli ultimi anni alla Francia, alla Germania o all'Olanda. I nostri adolescenti non sono più estremisti o socialmente aggressivi dei loro coetanei europei”.

    Non è della stessa opinione lo scrittore serbo Marko Vidojković, citato da Radio Free Europe, secondo il quale l'estremismo balcanico non può essere paragonato a ciò che accade altrove.

    “Ogni forma di fascismo è del tutto normale in questi posti perché sotto la leadership di Milošević e Tudjman vi era un incitamento all'odio così forte che non lo si può eliminare facilmente. In questa situazione la cosa più semplice è odiare qualcuno senza alcuna ragione ... “.

    Vidojković conclude comunque che la questione Facebook è il risultato di delusioni adolescenziali e occorre trovare un modo per “raddrizzarli”.

    “I bambini e ragazzi sono sempre vittime. E dico questo senza alcuna intenzione di giustificare il nazismo. Questi ragazzini devono essere capiti e riportati alla coscienza in modi normali. Quando ero giovane magari ero peggio di loro”.

    L'incitamento all'odio etnico o religioso è un crimine nei Balcani, come in molti altri Paesi, ma molte legislazioni sono ancora arretrate rispetto al web. In reazione alla questione Facebook, le procure in Serbia hanno dichiarato di non avere alcun mandato per seguire la questione, dato che non esiste ancora alcuna legge specifica relativa ad Internet.

    I serbi non sono gli unici a cui imputare violenza verbale su Facebook. Al momento un paio di gruppi denominati “Srbe na vrbe” (“Serbi sui salici”, alludendo all'impiccagione dei serbi) sono ancora on-line sul portale. Uno apre con lo slogan “Uccidi un serbo”, l'altro, che afferma che la sua sede è Jasenovac, apre invece con lo slogan “Ho un coltello d'argento, lo infilerò nelle costole di un serbo”. E poi vi sono i relativi contro-gruppi “Chiudete Srbe na vrbe”, che conta 5.588 membri, e un più piccolo gruppo “Fanculo il gruppo Srbe na vrbe”.

    Molti dei messaggi postati su questi forum non sono altro che rabbia cieca e sono impossibili da riportare. In alcuni emerge il vittimismo serbo: “Facebook ha chiuso il gruppo dei nazionalisti serbi ma non quelli anti-serbi”.

    Certo si profila un lavoro complesso se Facebook si trovasse a dover monitorare tutti questi forum, e potenzialmente si aprono nuovi posti di lavoro per migliaia di avvocati. A loro il compito di tracciare la linea: a seconda delle varie sensibilità e circostanze nazionali, a seconda di cos'è inteso come crimine e cosa no nei diversi paesi, a cosa può essere liberamente detto e cosa no.

    Obradović ricorda che “Internet ha aperto un enorme spazio per la libertà di parola, ma non ha ancora fornito una soluzione riguardante la responsabilità in merito a ciò che viene detto”. Non si può non concordare.

 

 
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