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Discussione: lila o il gioco

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    Predefinito lila o il gioco

    Līlā
    Ananda Kentish Coomaraswamy
    Articolo compreso in: - Coomaraswamy, Selected Papers, 2, Metafisica.

    Č risaputo che la parola sanscrito līlā sia applicabile ad ogni tipo di gioco, potrebbe essere paragonata, in quanto al suo significato, al termine greco "paidiį." Qui c'occuperemo principalmente del rapporto di līlā con la manifestazione e l'attivitą divine capite come "divertimento", "gioco" o "intrattenimento." Questa concezione non ha niente di strano e non č specificamente indiana.
    MEISTER ECKHART, per esempio, dice: - Č esistito "sempre questo gioco continuo nella natura del Padre... dell'abbraccio del Padre alla sua propria natura procede il gioco eterno del Figlio1. Questo gioco fu giocato eternamente prima di tutte le creature... Il gioco dei due č lo Spirito Santo nel quale ambedue si divertono ed egli stesso si diverte in essi. Il gioco ed i giocatori sono una stessa cosa", Ed. Evans, p. 148.
    BOEHME aggiunge: "Non č che il gioco cominci con la creazione, no, perché č esistito da tutta l'eternitą... La creazione č quello stesso gioco nella sua esteriorizzazione", Segnatura rerum, XVI, 2-3.
    Che PLATONE concepisse l'attivitą divina come un gioco č palese poiché ci chiama i "giocattoli" di Dio: "e per quel che riguarda la cosa migliore di noi, č Lui, quello che siamo"2; aggiunge che dobbiamo ballare in conseguenza obbedendo solo al cordone dorato della Legge con cui la marionetta č sospesa dalla cosa alta3 e passare cosģ la vita senza prendersi a petto i temi umani bensģ "divertendosi in bei giochi"; divertirsi non come quei giocatori la cui vita č devota allo sport, bensģ con "un'altra disposizione" distinta da quella di coloro i cui atti sono motivati dal loro stesso interesse o piacere (Leggi 664) 803, 804. Il "filosofo" con un'altro riferimento a Platone che avendo realizzato l'ascensione ed avendo visto la luce ritorna alla caverna a condividere la vita del mondo (Repubblica VII), č realmente un avatāra (quello che č sce-so di "nuovo", qualcuno che, con Krishna, potrebbe dire: «Non c'č niente nei Tre Mondi che io non abbia avuto bisogno fare, né niente che potessi ottenere e non abbia ottenut, e tuttavia partecipo all'azione... Come l'ignorante, essendo affezionato alle azioni, agisce, cosģ dovrebbe il conoscitore, essendo disaffezionato, agire anche, al fine di mantenere l'ordine nel mondo» (Bhagavad-Gītā) 3, 22-25.

    Č con queste stesse connotazioni che la parola līlā appare come per la prima volta nel Brahma Sūtra 2, 1, 32-33,«na prayojanatvāt, lokavat tu līlākaivalyam,»
     "l'attivitą creativa di Brahma non č intrapresa in ragione di una necessitą da parte sua,
    ma solo e semplicemente per gioco, nel senso abituale del termine"5 Si mette l'enfasi sull'idea di
     un'attivitą "pura" che puņ essere propriamente descritta come "FESTIVA",
    perché il gioco si realizza non come "lavoro", ordinariamente realizzato in vista di assicurare un fine essenziale al benessere per il quale lo si realizza,
     bensģ per esuberanza;
     il lavoratore lavora per quello di cui ha bisogno,
     il giocatore gioca per quello che č.
     Il lavoro č faticoso, il gioco č facile;
     il lavoro č spossante ma il gioco č una ricreazione.
    La forma di vita migliore e pił simile a Dio č "giocare il gioco." E prima di finire con queste considerazioni generali, dovrebbe capirsi che nelle societą tradizionali tutti quei giochi e celebrazioni o rappresentazioni che ora vediamo come "sport" o "spettacoli" puramente secolari sono, strettamente parlando, "riti" nei quali gli iniziati possono comunicare solo;
     in queste condizioni, la “competenza” (kausalam) non č mai solo destrezza fisica, ma anche "saggezza" il cui senso basilare č precisamente "perizia".
    Cosģ gli estremi si trovano, il lavoro diviene gioco, ed il gioco lavoro; vivere in conseguenza č avere visto
     "l'azione nell'inazione, e l'inazione nell'azione" (Bhagavad-Gītā 4) 18,
     alzarsi al di sopra della battaglia, e cosģ rimanere imperturbabile per le conseguenze dell'azione, Brhadā-ranyaka Upanisad 4, 4, 23, Isā Upanisad 5, Bhagavad-Gītā 5, 7, etc.,
     non essendo pił i "mie" le azioni destinate al Signore, Jaiminīya Upanisad Brāhmana 1, 5, 2, Bhagavad-Gītā 3, 15, etc., a chi "non aderiscono", Katha Upanisad 5, 11, Maitri Upanisad 3, 2, Bhagavad-Gītā 4, 14, etc..
    L'IDEA DI UN "GIOCO" DIVINO APPARE RIPETUTAMENTE NEL RG VEDA. Tra le ventotto apparizioni di KRĪL, "giocare", in vari sensi, ed aggettivi relazionati, possiamo citare 9, 20, 7 krīdur makho na manhayuh, "divertendoti, come un capo generoso, vai, Soma", 9, 86, 44 dove "Soma, come Ahi, striscia lasciando oltre a sé la sua vecchia pelle e avanza come un destriero impennato, krīlan",6 10, 3, 5, dove le fiamme di Agni sono "le festive", krīlumat, 10, 79, 6 dove, in relazione alla sua operazione duale, ab intra ed ab extra, immanifesta ed evidente, si dice che Agni " gioca e non gioca ", akrīlan krīlan. Agni č concepito come "festivo" nella misura in cui si infiamma e si attutisce “ucca hrsyati né ca hrsyati” Aitareya Brāhmana 3, 4, la descrizione delle sue lingue come "fiamme vacillanti", lelāyamānāh, in Mundaka Upanisad 1, 2, 4 corrisponde alla loro designazione come "LE FESTIVE" in Rg Veda 10, 3, 5. Allo stesso tempo, si dice continuamente di Agni che "lecca" o “divora” tutto quello che ama; per esempio, "Agni lecca (pari... riham) il manto di sua madre, il bosco, e... sta sempre leccando (rerihat sadā, Rg Veda 1, 140, 9) e "come si muove con la sua lingua, continuamente LECCA [LAMBISCE] (rerihyate), sua madre"10, 4, 4.
    L'idea di un "gioco" o divertimento divino č pienamente rappresentato nelle Upanisad e la Bhagavad-Gītā, ma la parola LĪLĀ non č non mai utilizzata, e KRĪD appare solo nella Chāndogya Upanisad 8, 12, dove si descrive
     lo Spirito incorporeo, asarīrā ātman, come "ridente, giocante (krīdan) e che prende il suo piacere" ed in Maitri Upanisad 5, 1, dove "lo Spirito Universale (visvātman), Creatore Universale, Goditore Universale, Vita Universa-le" č anche "il Signore Universale del gioco e del piacere" (visvakrīdāratiprabhuh)7, nel quale egli comunica senza essere animato, essendo con sé in pace stessa (sāntātman).
    Secondo quello che precede, č chiaro che possiamo legittimamente parlare di SOMA-KRĪDĀ o AGNI-KRĪDĀ o ĀTMA-KRĪDĀ o BRAHMA-LĪLĀ
    possiamo parlare come di BUDDHA-LĪLHĀ o KRSNA-LĪLĀ.
    L'espressione Buddha-līlhā appare nei Jātakas8, per esempio, in 1, 54, dove dicono gli dei che ci sarą "dato contem-plare l'infinito Buddha-līlhā del Bodhisatta, Gautama Buda, e sentire la sua parola." La traduzione di LĪLHĀ qui e nel dizionario PTS per "GRAZIA" č troppo debole; la grazia dell'eloquenza, kusalam, di Buddha č senza dubbio implicita, ma il riferimento mira soprattutto alle sue "meravigliose opere"; la līlhā di Buddha č, come la līlā di Brahma, la ma-nifestazione di sé stesso in atto. In un altro passaggio delle Jātaka (5) 5 e 157, troviamo la parola LĪLĀ nell'espressione LĪLĀ-VILĀSA; LĪLĀ-ARAVINDA appare in Vimānavatthu Atthakatha 43, E. R. Gooneratne, ed. Londra, 1986, PTS.
    Se ora esaminiamo solamente la parola līlhā,
     la radice LIH (RIH), "LECCARE"9, basterebbe per confermare la nostra idea che č il "GIOCO" DELLE FIAMME DI AGNI quello che dall'inizio ha proporzionato una base naturale per l'idea di un "GIOCO" DIVINO.
     Ma benché non abbiamo il pił minimo dubbio per quel che riguarda la relazione di queste idee, sem-bra impossibile fare derivare l'equivalente līlā di detta radice. Līlā deve essere relazionato con lźlay,"infiammarsi", "oscillare" o "ondeggiare", un tema che, come līlā, č post-vedico e che probabilmente č una forma raddoppiata di lī, "aggrapparsi."
     Non sarebbe inconcepibile un spostamento semantico di "aggrapparsi" a "giocare" se accentuiamo i sensi erotici delle parole sanscrite.
     D'altra parte, come dice lo St. Petersburg Dictionary, līlā č stato capito spesso come una corruzione di krīdā. Suggeriremo, unicamente che la radice č realmente lī, ma la forma della parola līlā puņ essersi assimilato a quella del suo equivalente krīdā.
    Questa breve analisi ci lascerą in libertą per considerare gli usi particolarmente interessanti del verbo lźlay. Abbia-mo citato gią lelāyamānāh che qualifica le "lingue" di Agni. Nella Mundaka Upanisad 1, 2, 2, yadā lelāyate hy arcih significa "non appena la punta della fiamma si alza."
    Uno sviluppo naturale si trova nella Svetāsvatara Upanisad 3, 18, hamso lelźyate bahih, "all'esterno, plana il cigno", cioč, il Signore (prabhuh), la Persona, lo Spirito (ātman), Brahma come Uccello solare; essendo evidentemente questo "volo" un'altra forma di riferirsi ai "piaceri" del Cigno descritti nel-la Brhadāranyaka Upanisad 4, 3, 12-14. Nello stesso contesto (4) 3, 7, si dice che questo Spirito, Persona e Luce Intellettuale del Cuore, quando si muove da un mondo ad un altro, pur mantenendosi sempre uguale, sembra a volte contemplare ed a vol-te dondolarsi o visibilmente rilucere o ardere, dhyāyatī'va lelāyatī'va, essere "addormentato" o "sveglio." Lelāy puņ essere detto, dunque, del movimento ed effetto del Fuoco, della Luce e dello Spirito.
    C'occuperemo ora di una serie di testi in cui il Sole, o l'Indra solare, o Sāman, o Udgītha concorde col Sole o con il Fuoco, arde in alto o al di sopra della testa. Nella Jaiminīya Upanisad Brāhmana 1, 45, 1-6,
    l'Indra solare "nasce di nuovo, come un Rsi, un artefice di incantesimi (mantrakrt) per la custodia (guptyāi) dei Veda"10, quando viene sotto la forma di Udgītha
    , "da qui ascende al mondo della luce celestiale, ed arde al di sopra delle teste, upari mūrdhno lelāyati; bisogna sapere che "Indra č venuto"1.
    Nella stessa forma in Jaiminīya Upanisad Brāhmana 1, 51, 3,
     il Sāman, essendo stato conclamato (sristam) Figlio del Cielo e della Terra, avanza e lģ rimane "ondeggiando", lelāyad atisthat. Nello stesso testo, 1, 55, il Sole, "Quello che arde in lontananza", č nato dell'Essere e dal Non-essere, da Sāman e Rc, etc., e si dice che "Arde in alto, uparistāt = upari mūrdhnas, il Sāman posizionato so-pra."
     All'inizio "sembrava che fosse incapace (adhruva iva) non ondeggiava, alelāyad iva, sembrava che non ardesse verso l’alto" (nordhvo'tapat)12. Solo quando fu fermato dagli dei, arse verso l’alto, verso il basso ed in croce, cioč, brillņ dal centro nelle sei direzioni, essendo egli stesso "il settimo raggio, il migliore".
    Quello di cui tratta il passaggio citato, 1, 45, 4-6,
     č ripetuto in relazione all’ "Alito" (prāna), concordandolo col pastore solare di Rgveda 1, 164, 31, cf. Aitareya Āranyaka 2, 1, 6;
     l'Alito, in conseguenza, upari mūrdhno lelāyati, arde al di sopra della testa, (Jaiminīya Upanisad Brāhmana 3, 37, 7. In Jaiminīya Upanisad Brāhmana 2, 4, 1,
     questo stesso "Alito" č chiamato "Udgīta il rettore dalla punta fiammeggiante ", vasī dīptāgra udgītho yat prānah, ed in 2, 4, 3 si dice: "Veramente, la fama di Quello che comprende, acquisisce una punta fiammeggian-te"13.
     Č chiaro che se in divinis, adhidevatam, "al di sopra della testa" significa "in cielo", con relazione ad una persona messa sotto (adhyātmam), significa giusto al di sopra della testa. Cosģ troviamo nel Lalita Vistara I che quando Buddha sta in samādhi, "un Raggio, chiamato Ornamento della Luce della Conoscenza, jńānālokālankāram nāma rasmih, uscendo dall'apertura della protuberanza craniale (usnīsavivarāntarāt)14, gioca al di sopra della sua testa", uparistān mūrdhnah... cacāra.
     Questa č apertamente la prescrizione iconografica solita nella rappresentazione di una fiamma che si fa uscire dalla parte superiore della testa in numerose rappresentazioni tardive del Buddha.
    Il Saddharma Pundarīka, trad. H. Kern, Oxford, 1884, p. 467, domanda:
     "Per quale ragione la Conoscenza (jńāna) brilla (vibhāti) la protuberanza (mūrdhnyusnīsa) craniale del Tathā-gatha"?
    La risposta a questa domanda si dą parzialmente prima nei testi citati, e di forma pił generale in Bhagavad-Gītā 14, 11:
     "Quando c'č Conoscenza, la luce brilla, prakāsa upajāyate jńānam yadā, uscendo dagli orifizi del corpo, allora «quell’Essere č maturato» (vrddham sattvam) cioč, che l'uomo č arrivato ad essere quello che "č",
     cf. San Tommaso d’Aquino, "il fulgore corporale č naturale in un corpo glorificato... ma miracoloso in un corpo naturale", Sum. Theol. III, 45, 2c.
    Prima di finire, dobbiamo fare allusione ad un altro contesto ben conosciuto nel quale appare una fiamma "sulla testa."
     Il Dīpak Rāga č considerato come melodia che č letteralmente illuminazione e che puņ consumare il cantore nella sua fiamma; nel testo hindi si dice che "Dīpak si diverte, kźli karata = krīdati15.
    Se ci si ricorda che lo Spirito Santo č la "luce intellettuale", "fünkelīn der sźle" di Meister Eckhart, e che quel fuoco č il principio della Parola16, si puņ citare un testo che ricorda notevolmente quelli che abbiamo gią citato. Negli Atti degli Apostoli 2, 3-4, lo Spirito appare agli Apostoli in forma di lingue di fuoco: «Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempģ tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d'esprimersi.» Abbiamo potuto seguire, conseguentemente, non solo la continuitą ed universalitą dell'idea dell'attivitą divina concepita come una specie di gioco o di divertimento ma anche riconoscere nel "gioco" di una fiamma tremula o di una luce vibrante il simbolo adeguato di questa epifanķa dello Spirito.

  2. #2
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    Predefinito Rif: lila o il gioco

    NOTE
    1 Cf. Brhadāranyaka Upanisad 4, 1, 6, dove la beatitudine, ĀNANDA, di Brahma č spiegata perché "per mezzo del suo Intelletto (ma-nas) egli si unisce alla donna", cioč, vāc. La beatitudine divina č causata, per cosģ dire, dall'eterna riunione di essenza e natura in divinis; "questo stesso mistero della generazione eterna nella sua eterna perfezione" (Jacob Boehme - Signatura rerum, XVI, 1). 2 Siamo i "pezzi" spostati da un giocatore di scacchi, non arbitrariamente ma in concordanza con quello che meritiamo; "un compi-to meraviglioso e facile" perché, benché Egli sia l'autore del nostro essere, noi siamo responsabili di essere quello che siamo, e tut-to quello che il gioco richiede č muovere ogni pezzo ad una posizione migliore o peggiore in concordanza col suo proprio carattere, Leggi, 904, cf. Eraclito, fr. 79. Questo č essenzialmente un enunciato della legge del karma e della dottrina che "il Destino riposa nelle proprie cause create." Per il gioco degli scacchi, si veda Rūmi, Dīvān, Ode 10, "Com’č felice č il re mangiato dalla tua torre", e sulla palla nel campo di polo che si muove solo come č dovuto "quando la mano del Re le fa ballare", si veda Rūmī, Mathnawī 1, 600; 2, 2645 e 3213; 4, 1555. D. B. Macdonald, basandosi su Prov. 8, 30-31, osserva che gli ebrei "arrivarono a concepire l'uomo come parte di un giocattolo animato reddito davanti agli occhi di Jehovah e che lo rallegra", The Hebrew Philosophical Genius, Princeton, 1936, pp. 50, 134, 136. 3 Cf. Brhadāranyaka Upanisad, 3, 7, 1, dove (combinando il testo ed il commento di Sāyana) si legge:
     "Conosci quegli archi e quel controllore interno per cui, questo mondo e l'altro e tutti gli esseri, sono uniti e sono controllati dall'interno, in modo che si muovano come marionette, realizzando le loro ri-spettive funzioni"?
    Il testo citato della Legge dimostra che Platone conosceva la dottrina del "filo spirituale", Sūtrātman, questo č confermato dal fatto che in Teeteto 153 riferisce la corda dorata dell'Iliade VIII, 18, ss. al sole, al quale tutte le cose sono legate, la stessa cosa che in Sa-tapatha Brāhmana 6, 7, 1, 17; cf. Atharva Vźdā 10, 8, 39, e Bhagavad-Gītā 7, 7. Non possiamo commentare qui in dettaglio la dot-trina del "cordone dorato", ma possiamo osservare che l'idea di
     erisaimi di Iliade VIII, 23, ricordando che in questo verbo, in particolare nelle forme media e passiva,difficilmente il senso di "attrarre" puņ essere separato da quello di "riscattare", sottosta in Jn 12, 32: pįntas elkuso prņs čmautón ("il sole riunisce il cielo e la terra... attraendolo e verso lui tutte le cose", e 16, 7: įnadesas eķs čautón (ha unito a sé stesso il carro del mondo", e Dante, Paradiso, 1, 117: "Questi la terra in sé stringe ed aduna" ("quella terra in sé infittisce ed aduna").
    I due pił importanti riferimenti buddisti alla marionetta umana, Samyuta Nikāya 1, 134, Therīgāthā 2, 390 ss.) ignorano il burattina-io, essendo il suo unico proposito mostrare che la marionetta č il prodotto composto ed evanescente di una concatenazione causa-le, e che non deve essere considerato come quello l’Io. Rūmī apostrofa: "Oh ridicola marionetta che salti dal tuo buco, dalla tua sca-tola, come per dire Io sono il signore del paese, per quanto tempo salterai? Cala (le arie) o ESSI ti curveranno come un arco" (Rūmī) Dīvān, Ode 36;
     ridicola, perché "chi non č scappato della volontą, dell'ego, non ha volontą" (ibid) Ode 13.
     "ESSI" si riferisce agli impulsi contrari dei sentimenti, istinti, dei gusti ed avversioni per cui l'animale umano, in nessun modo autonomo nella sua forma di agire, "č trascinato qui e lą" verso il bene od il male a seconda dei casi (Platone) Leggi 6441,
    che ha la sua eco in Hermes, Lib, 16, 14. Cf. Aristotele, De Anima III, 10 (433a):
     "Il desiderio produce un movimento inspiegabile, parą tņ logismón: perché épizumķa č una classe di desiderio, e l'intelletto (nous) non si sbaglia" mai. In realtą, siamo irritati per l'interpretazione meccanicista della nostra individualitą perché identifichiamo il nostro essere col "piccolo" io della marionetta e non col gran Sé del burattinaio. L'uomo per sua errore... e con af-fanno cambiņ onesto riso e dolce gioco ("per sua mancanza, cambiņ con lacrime e tormenti la risata innocente ed il dolce gioco", Dante, Purgatorio 28, 95-96.
     Essere il giocattolo di Dio e danzare in accordo con lui in realtą significa fare della Sua volontą la nostra; giocare con Lui pił che per noi stessi; e contemporaneamente condividere il suo punto di vista sia che ci veda da sopra, o da sotto o da dietro, secon-do la metafora,; non continuare ad essere le vittime ma gli spettatori del nostro proprio destino.
     D. B. Macdonald, Hebrew Philosophical Genius, cit., p. 135, osserva che "le marionette sono coscienti di loro stesse e hanno una certa elezione in quanto al filo che le tirerą." L'elezione sta tra la vita dell'istinto e la vita "ragionevole", katą lógon; ma di-cendo questo dobbiamo ricordare che quando Platone dice "guidato" dalla ragione vuole dire "facendo la volontą di Dio" e non si tratta di un mero buonsenso o comportamen-to pragmatico; quello che noi capiamo per "ragione" č quello che egli chiama "opinione."
    4 Per completare il parallelismo, bisognerebbe ricordarsi che
     "il proprio dovere, l'azione assegnata dalla natura stessa della persona", svadharma... svabhāvaniyatam karma, Bhagavad-Gītā 18, 47, corrisponde esattamente al "compimento di quello che per natura c'č proprio fare", tņ čautoū prįttein, katą zśsin,
     che, per Platone, č quello ciņ che “forma” la "giustizia", e che egli denomina anche "salute", Repubblica 433, Cįrmides 161, etc..
    5 Al contrario, Plutarco, Moralia 393EF, era piuttosto sorpreso dall'idea dell’allegria divina presente nell’ Iliade XV, 355-366, dove Apollo Phoebus riempie un fosso ed abbatte un muro, ed č detto che questo per lui era come un gioco da bambini. Trova irriveren-te dire che "Dio si dą a questo gioco (paidiį) costantemente, modellando (plįtton) il mondo che non ancora esiste e distruggendo-lo, įpolśon, di nuovo quando č arrivato all'essere. Al contrario, nella misura in cui č presente nel mondo, per questo sua presenza riunisce (sundeī) la sua sostanza e prevale sulla sua debolezza corporale che tende verso la corruzione." Plutarco non vede che que-ste opere di CREAZIONE, PRESERVAZIONE E DISTRUZIONE sono l'essenza stessa dell'operazione divina; la vita di ogni creatura, e finalmente del mondo stesso, dura solo mentre Egli rimane con lei e fino a che "lo spirito ritorna a Dio che la diede." In questo appunto di Plu-tarco sundeī si riferisce al sśndemos per il quale tutte le cose sono unite con una corda ed unite col sole, come i membri di una ma-rionetta sono uniti con una corda ed uniti alla mano del manipolatore. Non possiamo trattare qui questo aspetto della dottrina del filo dello spirito; facciamo semplicemente riferimento a
     «una linea retta come un pilastro che attraversa da cima a fondo il Cielo e la Terra», del cui Platone dice che era "l’ancoraggio" del Cielo, sśndemos toū ośranoū, Repubblica 616c,
     e segnaliamo che questa colonna di "luce" che "contiene e controlla il tragitto completo della rotazione", cf. Mathnawī 5, 2345, č l'Assis Mundi tradizionale (skambha in sanscrito), propriamente descritto come una colonna di luce.
    6 Le fiamme di Agni sono comparate a cavalli focosi in Rg Veda 4, 6, 5. 7 Questo č virtualmente identico a Brhadāranyaka Upanisad 4, 3, 13, dove c'č ricordato che "gli uomini percepiscono il suo divertimento, ārāmam, ma "non lo vedono." 8 Non ho potuto trovare i riferimenti al Dhammapada Atthakathā che dą il dizionario pali-inglese delle PTS, Pali Text Society. 9 Il PTS Dictionnary traduce lih con "pulire", "levigare", ma questo, al massimo, č un senso derivato; il significato originale č "leccare", e, da lģ, "baciare."
    10 Bisogna sapere che Agni ed Indra sono sia "suoni" che "luci", e che il "lambire" delle fiamme di Agni č anche il suo "crepitare" o "canto." Lo stesso sole "canta" come "brilla" e questo trova la sua espressione nel verbo arc che significa "cantare" o "brillare" o magari le due cose contemporaneamente, verbum et lux convertuntur; cf. A. K. Coomaraswamy, "The Sun-Kiss", JAOS, 1940.  Canto, inno, celebrazione. 11 Āgamana č letteralmente "avvento"; cf. "Tathāgatha."  incontro, assemblea, festa, unione amorosa.  Rc = (arcati) verbo vedico: splendere, affittare, venerare, onorare - (arcayet) fare splendere; onorare. (femminile) 12 Alelāyat come esempio di verbo negativo, concorda col senso di questo testo. (Altrove: «sbatteva le palpebre», «il sole non bril-lava»; cf. TS 5, 6, 4, 2 e 7, 3, 10, 4, "non brillava". Con na... atapat, cf. Satapatha Brāhmana 4, 6, 6, 5, dove "all'inizio il sole non bril-lava" anche, na ha vā eso'gre tatāpa. 13 Cf. Platone, Il Simposio 197a, dove quelli ispirati da Amore sono come "fari."
    14 Non č necessario esaminare qui se usnīsa significhi, come abbiamo supposto "protuberanza craniale" o "turbante." In qualsiasi caso č della parte alta della testa da dove la luce procede. Un parallelo molto prossimo si trova nel Jātaka 6, 376, dove la divinitą dell'ombrellino reale emerge da un'apertura nella sua estremitą, chattapindikavivarato nikkhamitvā. Abbiamo segnalato gią che pindika corrisponde ad usnīsa come "protuberanza craniale", cf. A. K. Coomaraswamy, "Some Pāli Words" s.v. Pindaka, in Selected Papers II: Metaphysics, Princeton University Press, Princeton, 1977, pp. 264 ss.). 15 A. K. Coomaraswamy, "Dīpak Rāga", in Yearbook of Oriental Art, 1924-1925, p. 29. In alcune rappresentazioni di questo Rāga il cantore si immerge in un recipiente d’acqua per maggiore sicurezza. Per Dīpak Rāga, si consulti anche anche Sheikh Chilli, Folk-tale of Hindustan, Allahabad, 1913, pp. 118, 125.
     16 "Il fuoco, trasformandosi in parola, occupņ la bocca", agnir vāg bhutvā mukham pravisat, Aitareya Āranyaka, 2, 4, 2,
     "abitando negli esseri come la Parola nella quale parla", Atharva Veda 2, 1, 4.
     Č veritą che tutte le potenze dell'anima, prānah, siano "misurate dal fuoco"; tuttavia, quando si specificano le corrispondenze, la Parola corrisponde al Fuoco, la Visione al sole, etc., per esempio, Satapatha Brāhmana 10, 3, 3, 8.

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